This Must Be the Place di Paolo Sorrentino (2011)

Cercando il posto o il tipo giusto

di Marcello Moriondo

Il film di Sorrentino, passato al Festival di Cannes, è un’opera affascinante costruita attraverso le bellissime immagini fotografate da Luca Bigazzi, che si eleva grazie all’incredibile personaggio interpretato da un illuminato Sean Penn. Si gioca con gli sparuti dialoghi sferzanti e incisivi. Quando il dialogo è assente, un motivo c’è: è superfluo all’immagine rappresentata.

Sorrentino racconta la storia di una rockstar in declino, auto-esclusosi dalla potentissima e distruttiva macchina discografica. Infatti Cheyenne ha appeso la chitarra al chiodo, ma fatica a staccarsi dallo stereotipo che l’ha immolato ai suoi fan. Si veste e si trucca come quando calcava le scene a 25 anni, anche ora che ne ha 50. È rimasto in qualche modo il ragazzino di allora, con tutta la sua ingenuità. È evidente che non vuole crescere, teme la maturità.

Già nei titoli di testa, il regista lo caratterizza presentandolo al pubblico. Lo scruta con la cinepresa mentre si trucca, con un primissimo piano quando si passa il rossetto sulle labbra.

Quindi lo segue mentre gira per le strade di Dublino, quando frequenta i supermercati con la giovane Mary, amica, nonché fan.

Poi assiste fin quasi alle lacrime al concerto di David Byrne, e alla fine della performance dialoga con lui. Con atteggiamento infantile, Cheyenne lamenta una certa insofferenza. Non riesce a comprendere quali siano le affinità che fanno di David un suo amico. Dopotutto, Byrne crea dei pezzi che affascinano, che trascinano un’infinità di fan. È amato da diverse generazioni, fin dai tempi dei Talking Heads. È un faro per loro. Al contrario lui, Cheyenne, ha fatto solo della stupida musica pop. Niente che rimanga nella storia della musica. Nulla che possa essere ricordato nel tempo. La depressione l’uccide lentamente.

A chi gli chiede perché non abbia figli risponde che non è saggio per una rockstar mettere al mondo magari una bambina, perché rischia di diventare una stilista eccentrica. A questo punto, è evidente il riferimento a Stella McCartney, figlia del Beatle Paul.

La morte del padre richiama Cheyenne a New York. Il curatore testamentario rivela che il genitore, deportato a Auschwitz, da cui è riuscito a uscirne vivo, ha passato l’intera esistenza con l’ossessione di vendicare un’umiliazione subita nei campi. Conosceva perfettamente l’obiettivo della sua ritorsione, il nazista che l’aveva mortificato nei campi di sterminio, l’uomo cui dava la caccia. È un ex nazista che si nasconde negli States e il padre di Cheyenne era sulle sue tracce. La rockstar decide di portare a compimento la vendetta del genitore, partendo dal punto in cui era arrivato con le indagini prima di morire.

Naturalmente non è un thriller sulla caccia al nazista. Questo episodio entra nella storia ma non la occupa. A riempire la pellicola sono le sensazione trasmesse da Sean Penn e dagli altri personaggi. Le emozioni coinvolgono lo spettatore grazie alle espressioni che valgono molto più di mille dialoghi, emozioni che trovano il loro apice nella sequenza finale.

Alcune scene sono indimenticabili. Mary (interpretata da Eve Hewson, figlia di Bono Vox degli U2) pare attendere la macchina da presa, prima di salire sulla skateboard e partire, seguita in semi-soggettiva dalla camera.

L’entrata in scena di David Byrne al concerto col pezzo che dà il titolo al film, subito dopo l’incipit del brano musicale. L’immagine di Cheyenne impassibile mentre tutti si scatenano e cantano durante lo stesso evento. Quando accetta di suonare la chitarra per un ragazzino timidissimo, che si apre e canta un pezzo, tanto per cambiare, di Byrne. Lo stesso ragazzino che finalmente raggiunge la madre in piscina.

Dopo le riprese nel deserto Penn incontra Harry Dean Stanton, come se il set di Sorrentino e quello di Wenders di Paris, Texas si incrociassero. Stanton interpreta l’inventore di un oggetto che ha rivoluzionato le sorti dell’umanità: la valigia con le rotelle, il cosiddetto trolley. Tra l’altro Sorrentino dice che erano appassionati come ragazzini a girare in quei grandi spazi americani. Probabilmente è la stessa emozione provata da Wim Wenders ai tempi o da Wong Kar-Wai quando ha girato Un bacio romantico.

Sono comunque molte le cose che colpiscono in questo film.

Cheyenne si tira sempre dietro qualcosa. Prima un carrellino porta spesa poi il carrello del supermercato, infine il trolley.

Il nome Cheyenne è accattivante per una rockstar. Sorrentino l’ha scelto perché gli piacevano nomi tipo Siouxie and the Banshees, quindi ha pensato che Cheyenne and the Fellows fosse l’ideale per il suo film.

Nel Divo Andreotti era caratterizzato da un trucco, sul volto di Toni Servillo, degno della commedia dell’arte. Sean Penn, nei panni di Cheyenne, ne ha uno altrettanto imprevedibile, da fare invidia a Alice Cooper. In realtà il regista si è ispirato al cantante dei Cure Robert Smith, che a 50 anni usa lo stesso trucco di quando era adolescente.

Il tutto sembra seguire la massima di Serge Gainsbourg: “Un uomo senza trucco è ambiguo, mentre una donna truccata è confusa.”

Spike Lee Presidente della Giuria a Cannes

Spike Lee (ancora) Presidente della Giuria al Festival

di Marcello Moriondo

Già annunciato come Presidente lo scorso anno per la 73a edizione, dispersa in altri festival causa Covid 19, sarà sempre il sessantaduenne Spike Lee a presiedere la Giuria del 74° Festival di Cannes.

Il regista, sceneggiatore, attore, montatore e produttore, considera quella di Cannes, la migliore rassegna cinematografica al mondo.

Ha debuttato a Cannes nel 1986 con Nola Darling (Premio della Giovinezza alla Quinzaine); tre anni dopo era già in concorso con Fai la cosa giusta; nel 1991 Girl 6; nel 1996 S.O.S. Summer of Sam – Panico a New York; il film collettivo Dieci minuti più vecchio: il trombettista; è invece passato a Cannes nel 2002. Nel 2018 Lee è tornato sulla Croisette con Blackkklansman, che gli è valso il Gran Premio della Giuria e l’Oscar per la miglior sceneggiatura.

8 marzo 2021

Proposte di visione per la Giornata della Donna

di Marcello Moriondo

É passato quasi un anno dall’ultima proiezione del Cineforum All’Uci di Pioltello. Poi gli eventi pandemici ci hanno allontanati dalle nostre riflessioni cine-culturali.

Immagino sia stato per voi un anno difficile, come l’ho vissuto io. Del resto, il virus si diffondeva intorno a noi, a volte lontano, poi più pressante quando non incisivo nelle nostre vite.

Questo lungo esilio dalle sale cinematografiche non ha fermato la mia sete di conoscenza. I libri hanno circondato ogni angolo della mia casa; il computer non ha smesso di raccogliere parole che fiorivano dalla sua tastiera; lo stereo ha cadenzato, tramite il vinile, le ore in cui le mie dita impazzavano sui tasti; la radio mi ha tenuto informato sugli accadimenti; e naturalmente lo schermo cinematografico è stato sostituito dal digitale terrestre e dalle piattaforme online. Film e serie varie si sono succedute sul visore del mac oppure sullo schermo tv; nuovi blu-rai e vecchi dvd hanno riscaldato il lettore e antichi vhs hanno frusciato raccontando la loro storia.

Ora, come già in altre occasioni, non potendo proporre “in presenza” (piccola frase che ormai fa parte del nostro vocabolario quotidiano) film che possano dare un contributo alla Giornata internazionale dei diritti della donna, Non posso far altro che dare un consiglio di visione per opere in cui conosco un valore attinente a questa ricorrenza. Bene o male si possono trovare online.

Partirei da un film che faceva parte della stagione del Cineforum sospesa dal covid 19. Gli altri avrebbero potuto far parte delle successive edizioni di Lunedì al Cinema.

RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME di Céline Sciamma con Noémie Merlat, Adèle Haenel – Francia 2019, 120′

Miglior Sceneggiatura a Cannes 2019

Sciamma ci riporta nel 1770, per raccontarci una storia d’amore tra una pittrice e una nobildonna.

(Netflix, Amazon Prime)

PICCOLE DONNE di Greta Gerwig con Saoirse Ronam. Emma Watson – USA 2019, 135′

Dal romanzo di Louisa May Alcott

Una nuova versione, dopo le tre precedenti e il cartone giapponese. Forse quella che meglio descrive l’emancipazione della donna tramite la Alcott.

(Chili)

LA REGINA DEGLI SCACCHI di Scott Frank con Anya Taylor-Joy, Christiane Seidel – USA 2020. Mini serie televisiva.

Dal romanzo di Walter Tevis

Beth apprende il gioco degli scacchi nel sotterraneo dell’orfanotrofio in cui è rinchiusa da bambina. Questo gioco diventerà la sua forma di vita.

(Netflix)

EMMA di Autumn de Wilde con Anya Taylor-Joy, Mia Goth – USA 2020, 124′

Dal romanzo di Jane Austen

«Non potrei perdonare a un uomo di avere più musica che amore». La bella e sfrontata Emma esce dalle pagine e vola sullo schermo.

(Google Play)

LA BAMBINA CHE NON VOLEVA CANTARE di Costanza Quadriglio con Tecla Insolia, Carolina Crescentini – Italia 2021

Ispirato al libro “Il mio cuore umano” di Nada

La vorticosa e sofferta infanzia e la sorprendente adolescenza di Nada Malanima. Un difficile e meraviglioso percorso per una cantante cantante talentuosa.

(Rai Uno il 10 marzo 2021, poi su Rai Play)

ENOLA HOLMES di Harry Bradbeer con Millie Bobby Brown, Helena Bonhan Carter – GB 2020, 123′

L’investigazione non è un’esclusiva di Sherlock Holmes, ma anche della sua incomparabile e intraprendente sorella adolescente.

(Netflix)

STARGIRL di Julia Hart con Grace VanderWaal, Shelby Simmons – USA 2020, 107′

Dal libro di Jerry Spinelli

Il mondo degli adolescenti visto attraverso il fantastico scombussolamento che Stargirl (lei ha scelto di chiamarsi così) opera in un college.

(Disney+)

Un forte abbraccio (distanziato) e… BUONA VISIONE!

Manara tra Pratt e Fellini (dicembre 2007)

Intervista a Milo Manara

di Marcello Moriondo

Milo Manara, classe 1945, passeggia per Rimini, dove ha partecipato al convegno, organizzato dalla FONDAZIONE FELLINI, Federico Fellini: Il libro dei miei sogni. Milo, che recentemente ha ritirato il Premio Masi Civiltà Veneta a Pieve di San Giorgio in Valpolicella, è considerato soprattutto in Francia ma anche in Italia, tra i migliori illustratori e disegnatori di fumetti. Forse è entrato in questo mondo di fantasia grazie a Fellini, di cui ha seguito le orme dopo aver visto al cinema 8 e ½, nel 1963. Dalla prima pubblicazione noir Genius (1969) alla saga dei Borgia , realizzata con Jodorowsky, non ha mai smesso di disegnare. Dopo la prima parentesi erotica con Jolanda de Almaviva, collabora con Saverio Pisu, con cui crea Lo scimmiotto. Degni di nota HP e Giuseppe Bergman (omaggio a Hugo Pratt), il western L’uomo di carta, la cooperazione diretta con Pratt Tutto ricominciò con un’estate indiana, pubblicata su Corto Maltese. Poi, dopo varie pubblicità, fumetti e illustrazioni, finalmente, nel 1990, la collaborazione con Fellini: Viaggio a Tulum, cui seguirà Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet. Altre escursioni nel mondo del cinema le fa poi coi registi Pedro Almodovar, Alejandro Jodorowsky e Robert Rodriguez.

Una delle cose che Pratt ti rimproverava, era la difficoltà di rintracciarti, forse per i troppi impegni.

È vero, sia Pratt che Fellini mi hanno sempre rimproverato il fatto che io non telefono mai, perché ho una certa antipatia per i telefoni.

C’era una grande differenza tra il lavorare con Pratt e Fellini. Con Pratt c’era molto dialogo, la fiducia era totale. Lui mi dava la sceneggiatura con degli schizzi sopra, e mi ha sempre lasciato la regia, la messa in scena del fumetto. La storia era sempre un po’ mia. Con Fellini era il contrario. Voleva controllare ogni minimo dettaglio. Prima lui faceva gli storyboard, i disegni vignetta per vignetta, poi io facevo una brutta copia e gliela sottoponevo. Federico decideva ulteriori modifiche che io riportavo. Infine la bella copia, che era comunque il frutto di tre o quattro passaggi. Per me è stata una scuola enorme, anche se il lavoro è stato completamente diverso rispetto a Pratt. Hugo mi trattava come un collega, con Felini il rapporto era simile a quello che aveva col suo direttore della fotografia, col scenografo, il costumista. Io ero tutte queste figure messe assieme, il suo cast, e lui era il regista. Comunque a me andava bene anche così, perché mi piaceva sfruttare l’occasione di lavorare con il Fellini regista. Fu una scuola splendida ma molto dura, impegnativa.

Alla redazione di Linus arrivavano le tavole realizzate con Fellini. Come mai c’erano sempre delle variazioni dell’ultima ora?

Sì, c’era questo ulteriore dettaglio inquietante. Di puntata in puntata, Fellini mi diceva di aver ricevuto delle telefonate da esseri extraterrestri. Io rido ricordando le situazioni, non perché non ci creda. Credo estremamente in queste cose, ma per la situazione paradossale. A un certo punto, mi chiamava e mi diceva: “Milo, anzi, Milone, devi venire subito qui perché dobbiamo parlare di un cambiamento da fare sulla storia, perché ho ricevuto una telefonata.” Allora io mi precipitavo a Roma in corso Italia, a volte a casa sua. “Ho ricevuto una telefonata da queste voci che venivano da una distanza siderale, precisava, e mi hanno detto che in questa puntata bisognerebbe aggiustare qualche frase, perché stiamo andando in una direzione che forse non è proprio quella giusta.” Allora si ricominciava. Ricordandola adesso, per me è stata proprio un’esperienza da sogno, perché oltre alle sue personali considerazioni, c’era anche la valutazione esterna di questa entità inconoscibile che ogni tanto si faceva viva per commentare il progresso della nostra storia. L’unico aggettivo per descrivere quell’esperienza è: felliniana.

Per lui hai realizzato anche dei manifesti ufficiali.

S’, per gli ultimi suoi due film, Intervista e La voce della luna.

Insieme a Guido Crepax, negli anni Settanta e Ottanta, eri considerato un maestro dell’erotismo a fumetti. Qual era il tuo rapporto con lui?

Ho sempre avuto grandissima stima per Crepax. Peccato che l’abbia conosciuto molto tardi. Mi ricorderò sempre la commozione quando gli dissi di averlo sempre ammirato molto. Lui purtroppo era abituato a non essere molto considerato nell’ambiente del fumetto. Soprattutto negli ultimi anni, quando quel mondo era un po’ cambiato, incarognito, e Guido era considerato l’uomo del passato. Per me era veramente un genio e il fumetto in generale gli deve moltissimo. Quello italiano in particolare, per la sua proiezione nel mondo, in una misura che non si può neanche descrivere. Tempo fa c’era una rubrica, mi pare su Repubblica, dove volevano mettere due persone a confronto, per creare polemica, una specie di ring. Per l’inaugurazione a me avevano chiesto di essere l’antagonista di Guido Crepax. Io mi sono rifiutato. Dissi loro di non aver nulla contro Crepax, anzi, che era stato uno dei miei maestri. Guido l’ha saputo, evidentemente, e mi è stato molto grato, oltre che sorpreso. Ha dimostrato di avere apprezzato la cosa, perché allora si sentiva molto isolato. Per riassumere, il nostro era un ottimo rapporto.

La classica domanda finale di rito: cos’hai in cantiere?

Adesso, curiosamente, sto lavorando con un altro regista, anzi con due registi. Sul piano del fumetto sto facendo il terzo volume della Saga dei Borgia con Alejandro Jodorowsky. I primi due volumi sono già usciti, oltre che in Francia, anche in Italia. L’altro regista è quel Robert Rodriguez micidiale che ha fatto Sin City. Io sto fornendo disegni su richiesta sua e di Dino De Laurentis per Barbarella, che stanno realizzando.

Sarebbe un remake del film di Vadim?

Non lo chiamerei remake perché non ha niente a che vedere con ilo primo Barbarella, diciamo un sequel.

Altan il Grande

Intervista a Altan (1999)

di Marcello Moriondo

Francesco Tullio Altan nasce a Treviso nel 1942, studia a Bologna e frequenta Architettura a Venezia. Ma le sue aspirazioni sono diverse. Lavora come sceneggiatore e scenografo per cinema e televisione e inizia a pubblicare i suoi disegni. Nel 1970 si trasferisce a Rio de Janeiro, dove prosegue il suo lavoro per il cinema e crea il suo primo fumetto per bambini. Nel 1974 nasce Cipputi, il popolare operaio filosofo, personaggio festeggiato a Torino in occasione del venticinquesimo. Nel 1975, Altan torna in Italia con moglie e figlia brasiliane. Crea la Pimpa e subito il “Corriere dei piccoli” la pubblica. Nello stesso anno inizia la sua collaborazione con “Linus”, che prosegue tuttora. Di successo in successo, di premio in premio, ha continuato a occuparsi di fumetti, satira, sceneggiatura, letteratura. Le sue storie sono diventate cartoni animati e racconti televisivi (Pimpa), film (Ada, Non chiamarmo Omar), piece teatrali (Kamillo Kromo, Babar, l’elefantino bianco, Colombo) e le sue pungenti e puntuali vignette (Linus, l’Espresso) rimangono indispensabili per un lettore attento e ormai Altan-dipendente.

Le storie di Pimpa sono delle vere minifavole. come nasce il personaggio e come riesci a trovare sempre lo spunto per nuove storie?

Il personaggio di Pimpa è nato 25 anni fa, quando mia figlia (che sta per laurearsi) era piccolina. Era un gioco fra di noi, in cui mi basavo sull’osservazione diretta del comportamento della bambina e cercavo di assecondare la sua fantasia e la sua curiosità. In quel periodo ho imparato il “metodo” per inventare le storie, ed è quello che funziona fino a oggi.

Se non sbaglio avete un cane cui hai dedicato una storia disegnata.

Abbiamo una barboncina nana bianca che si chiama Paloma e sulla porta di casa un numero variabile di gatti in attesa di cibo.

So che stai preparando delle storie di Pimpa per la televisione con persone reali. Ne puoi parlare?

Stiamo realizzando il primo episodio di una futura serie per la Tv (Raisat ragazzi, per l’esattezza) in cui il personaggio di Pimpa, animato in tre dimensioni, “recirerà” con Armando in carne e ossa, interpretato da un vero attore, in un ambiente disegnato, che riproduce il mondo dei fumetti e dei cartoni animati di Pimpa, con piccole avventure e giochi.

Bompiani ha pubblicato una raccolta dei tuoi racconti a fumetti dal titolo “Romanzi sconvenienti. Perchè sono sconvenienti?

I “Romanzi sconvenienti” sono delle storie a fumetti per adulti, con trame piuttosto forti, ma grottesche e ironiche. “Ada” e “Macao” sono avventure esotiche, “Zorro Bolero” è una storia milanese ambientata in un futuro prossimo e poco roseo. “Fanny” è invece la piccola e sventurata eroina di terribili drammi familiari, da cui esce però intatta.

Cosa sono i “Libri-gioco” della Pimpa?

I “Libri-gioco” della Pimpa (PIMPAGIOCA con Tito e PIMPAGIOCA con Gianni) sono dei libri che sfruttano le possibilità cartotecniche offerte dalle pagine di cartoncino incollato a due strati, in cui si possono aprire finestrelle, inserire sagome, montare puzzle ecc. In questo modo il bambino può giocare esercitando anche una certa manualità.

In ascolto di Giacomo Martelli (2006)

Intervista a Maya Sansa

di Marcello Moriondo

Siamo tutti controllati? Se analizziamo attentamente il messaggio contenuto nel film In Ascolto di Giacomo Martelli, che fa riferimento a possibilità tecnologiche già presenti sette anni fa, c’è di che preoccuparsi. Si parla di un nuovo sistema di intercettazione globale che può spiare qualunque cittadino, servendosi dell’apparecchio della persona, senza cimici o microfoni nascosti, ma semplicemente attraverso il portatile o il fisso, anche se spenti. Se sei in prossimità dell’apparecchio, chi spia può ascoltare quello che dici o i rumori che fai. Se pensiamo che sono passati sette anni…

Già è preoccupante quando un’arma del genere è in mano ai servizi, quando poi il sopravvento lo prendono le aziende private, stiamo freschi!

Martelli ha realizzato un ottimo thriller su questa falsa riga, coadiuvato da un ottimo cast. C’è un agente (Michael Parks) che tenta di salvare una ragazza (Maya Sansa) che ha visto troppo, aiutato da un amico (Andrea Tidona), dall’Isola d’Elba al Monte Bianco, con incredibili supporti tecnologici.

Se devo fare un film in cui c’è il personaggio di una trentenne, dice Martelli, la prima scelta è Maya Sansa. Le ho mandato subito la sceneggiatura e lei fortunatamente ha accettato. Maya non solo è una splendida attrice, ma recita anche in inglese. Ci siamo incontrati a Londra e tutto è andato bene.

E Maya come è arrivata al film?

Quando ci siamo incontrati è scattata subito una complicità, l’aspirazione di fare delle scelte comunque ambiziose per quanto riguarda il nostro cinema, pur non avendo i soldi. C’era il desiderio di fare qualcosa di diverso. È vero che il nostro cinema ha preso un percorso storico, politico e intimista, però noi siamo una generazione che è cresciuta anche con il cinema europeo e americano e abbiamo voglia di raccontare quello che ci pare, e appena una cosa ci interessa direttamente, abbiamo anche il diritto di farlo. Questo è il motivo che mi ha spinto di più, mi è sembrata una scelta coraggiosa, una bella avventura

Ci sono due sequenze di violenza nel film che mi hanno colpito molto. Una è quella della bruciatura dei timpani con conseguente crisi epilettica, l’altra è quando ti torturano in casa tua. Come te le sei giocate a livello recitativo?

Per la scena dell’epilessia, mi sono preparata, ho chiesto alla produzione se per favore potevano farmi avere una cassetta con scene di epilessia documentate. È stata una cosa abbastanza dolorosa. Non è piacevole vedere delle persone che ahimè soffrono di queste crisi, di questi attacchi epilettici. Poi dal punto di vista del lavoro, dato che bisogna scindere, senza essere cinici, mi ha appassionato molto. Ogni volta che ho una sfida, che ho la possibilità ci confrontarmi con qualcosa che è reale, per me è bello, è il mio mestiere. Quindi mi sono preparata molto e a Giacomo, quando facevamo le prove della scena, mostravo quello che avevo capito.

Hai visionato del materiale scientifico?

Sì, era una cassetta di medici, documentata sulle crisi epilettiche, l’ho proprio guardata. I pazienti fanno questi scatti veloci, poi improvvisamente una tensione fa sì che rallentino. È una cosa molto violenta, che a volte arriva loro quando meno se lo aspettano, deve essere un incubo perenne. Quindi, come dicevo, ho affrontato la cosa con lo studio, con empatia, col desiderio di far vedere quale poteva essere un attacco di quel tipo, di quanto violenta poteva essere quella cosa. Poi va beh, il trucco, bava, eccetera.

Comunque importante è la gestualità.

Certo, meno male che è solo finzione. Per la scena della violenza in casa, per fortuna siamo rimasti sempre nel gioco tra gli attori, nella complicità. Mi sono completamente lasciata andare al subire delle violenze di quel tipo. In effetti, anche quando fai tutto per finta, ti immedesimi e l’emozione la senti. Non ti fa del male profondo, però superficialmente riesci a immaginare la cosa ed entri completamente nella situazione, senza schizofrenie, senza scissione e la rivivi. Sembra strano, perché sono scene violente, ma quella della schizofrenia è stata una delle scene più divertenti del film, per me, come interprete. In quel caso hai la possibilità di fare un lavoro fisico, di divertirti.

Tu hai esperienze teatrali?

Sì, ho studiato teatro, soprattutto. Ho fatto l’Accademia di Arte Drammatica a Londra.

Poi cosa è successo?

Mentre la frequentavo, alla fine del terzo anno, Bellocchio mi ha scelto per fare La balia, e quello è stato il mio esordio, Cannes e quel che segue. Ho finito l’Accademia, ho fatto un altro piccolo film, Nella terra di nessuno di Gianfranco Gianni, poi Lupo mannaro di Antonio Ribaldi, dopodiché Benzina di Monica Stambrini. La scuola l’avevo fatta e non solo. Dopo La balia mi è successo quello che un po’ spesso mi succede e cioè che appena esce un film con un certo tipo di ruolo, mi vengono offerte delle cose molto simili. Allora mi era stato offerto il ruolo di Maria, la madre di Gesù, che poi mi piacerebbe tantissimo interpretare, ma in quel momento sentivo proprio il bisogno di fare altro, e questo resta, nel mio approccio al lavoro, cercare sempre di cambiare personaggio, anche dovendo rinunciare a volte a dei progetti interessanti e ben retribuiti.

Questo è bello, perché mi è sempre piaciuto un concetto di De André: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai.

Anche per me è importantissimo ed è anche la cosa che mi ha fatto avvicinare a Giacomo. Siamo due persone che hanno scelto: si sono innamorate di un mestiere e hanno fatto tutto quello che potevano per farlo al massimo, per farlo bene.

Immaginavi, mentre ti iscrivevi all’Accademia, un futuro con registi del calibro di Bellocchio o di Giordana?

Veramente pensavo di non tornare in Italia, di rimanere a Londra. Ero innamorata del teatro, dei miei compagni, volevamo formare una compagnia. Io ero rimasta assolutamente fedele a questo progetto, mentre la vita ci ha portati un po’ tutti in diverse direzioni.

Il teatro è bello ma, almeno in Italia, non ci si campa molto.

In Inghilterra ci si può riuscire, da noi molto meno. Ma poi con Bellocchio ho scoperto il cinema in quella che secondo me è la versione più bella. È stato talmente bello che mi sono innamorata anche del cinema. È stato un cambiamento molto importante nella mia vita. È strano rispondere a queste domande, perché ognuno risponde no, non me l’aspettavo, ma se devo essere sincera, io questo sogno l’avevo. Non immaginavo l’autore, ma ero convinta che avrei fatto il mio mestiere, che avrei fatto cinema. Già da piccola mi piaceva il cinema, non so a quale livello, ero una semplice spettatrice.

C’era qualcosa che ti colpiva particolarmente?

Sì, Elephant Man di David Lynch mi aveva colpito molto. Avevo 12 anni e volevo rompere la televisione, è stato un momento molto forte del mio rapporto con il cinema. Blade Runner è un altro film che mi ha veramente formata, poi La sera della prima con Gena Rowlands, Taxi Driver di Martin Scorsese. Film che per fortuna ho visto in una fase giovane della mia vita, non li ho scoperti dopo. Piuttosto ho scoperto dopo molti film italiani, perché mi sono detta, adesso devo conoscere la mia storia.

MA LA DIVISA DI UN ALTRO COLORE

La pace secondo De André

di Marcello Moriondo

Non può essere più attuale di così, oggi che si sussurra di “guerra globale”, il Dvd+Libretto ma la divisa di un altro colore (cui metà degli utili saranno devoluti al Centro Chirurgico di Emergency a Goderich, in Sierra Leone) uscito come numero straordinario della rivista anarchica “A”.

Il dvd si divide in due parti che si intersecano tra loro. C’è il documentario Faber e poi la parte cantata.

Faber, di 56 minuti, è stato realizzato nel 1999 da Bruno Bigoni e Romano Giuffrida e presentato lo stesso anno con successo a Torino Film Giovani. La singolarità del documento, per volere dei registi, è che l’omaggiato, cioè De André, non si vede quasi mai. Certo, la colonna sonora è sua, senza alcun dubbio, ma fa da sottofondo alle testimonianze di amici, famosi e non, del compianto cantautore. Ne esce un omaggio che scruta con malinconia nella vita schiva e poetica di un uomo che non ha mai voluto inserirsi, con dolce anarchia, a differenza di altri colleghi, che pur di vendere, si sono imparentati a chiunque. La parte cantata del dvd comprende due pezzi di Fabrizio contro la guerra. Uno dei due, La guerra di Piero, del 1964, cui alcuni versi titolano questo Dvd+Libretto, è diventato l’inno dei pacifisti italiani durante la guerra in Iraq. Qui l’ascoltiamo nell’interpretazione asciutta e intensa di Moni Ovadia, che si accompagna alla chitarra. L’altro brano, Girotondo, del 1968, inserito nel long play Tutti morimmo a stento, me lo ricordo cantato in una delle rarissime apparizioni televisive di De André, una tv ancora in bianco e nero, Fabrizio seduto al piano e i bambini tutt’attorno. Qui a cantarla è Lella Costa, accompagnata da Mauro Pagani al flauto traverso e dalle chitarre di Antonio D’Alessandro e Nicola Ziliani. Il coro è delle voci bianche “Paolo Maggini”.

Il libretto, che si apre con una introduzione/dedica di Dori Grezzi, comprende un’intervista del 1991 rilasciata da Fabrizio a una rivista antimilitarista, poi c’è una sorta di diario di bordo di Faber e diverse testimonianze sul cantautore. Quella più interessante è di Teresa Sarti, presidente di Emergency. Lei e Gino Strada incontrarono Dori Grezzi e Fabrizio De André a metà degli Anni 90, quando il numero delle vittime dei 110 milioni di mine antiuomo erano altissime in Iraq. Da quell’incontro è nata una sincera amicizia e una collaborazione profonda. Da segnalare un saggio su Leonard Choen, Artista da cui Fabrizio ha tratto tre canzoni: Nancy, Giovanna D’Arco e la celeberrima Suzanne. Nel libretto sono inseriti anche i testi dei pezzi cantati nel dvd da Moni Ovadia e Lella Costa: La guerra di Piero e Girotondo.

Gaetano Liguori

Intervista (2009)

di Marcello Moriondo

35 anni di carriera non sembrano aver scalfito l’entusiasmo e la grinta di Gaetano Liguori, uno dei massimi esponenti della musica jazz nostrana. E’ iperattivo. Ha suonato a Pioltello per Giuliana Sgrena, in giugno lo vediamo al Festival di Mantova, dove ha istituito una commissione selezionatrice di jazz, con quattro gruppi in concorso, oltre ad esibirsi personalmente. Questa estate lo ritroveremo all’Idroscalo, dal 23 giugno fino a settembre, dove organizza i giovedì jazz. Tra gli altri è prevista la presenza di Jimmy Owens. Trova inoltre il tempo per fare jazz a Stromboli in luglio. Una forza della natura.

Come scegli i tuoi musicisti ?

Questi sono tutti pezzi miei, è la mia musica, non posso cambiare musicista all’ultimo momento, ho sempre bisogno di musicisti che conoscono i miei pezzi. E’ per quello che durano tanto tempo. Il batterista, Massimo Pintori, suona con me da quasi 15 anni. Io sono uno che non cambia spesso i musicisti, soprattutto se incontro qualcuno con cui mi trovo bene. In 35 anni di carriera ne ho cambiati pochi. C’e’ stato il primo batterista, Filippo Monico, poi mio padre, poi Pintore. Lo stesso vale per il contrabbasso. Il titolare ufficiale è Luca Garlaschelli, che ha inciso con me anche Il Comandante. Ora pero’ è in tournee con Moni Ovadia. Da 2 anni mi accompagna un giovane, Davide Tedesco, che è stato mio allievo al Conservatorio. Non potendo impegnare musicisti a tempo pieno, ne ho un paio che sono sempre pronti a lavorare con me. Davide adesso ha 24 anni, è giovanissimo. E’ laureato in contrabbasso e soprattutto, oltre a essere bravo, ha un bell’entusiasmo. Quando fai concerti per tanti anni, ti puo’ capitare la serata in cui sei un po’ allentato, lui no, ci da’ sempre dentro.

Ho sentito che hai ancora in scaletta lo stesso pezzo che suonasti il 14 giugno del 1979, all’Arena di Milano, il giorno dopo la morte di Demetrio Stratos.

Si’, è la Ballata per Franceschi, la Tarantella dei Vibrioni, la suonai con Tullio De Piscopo. Fu un avvenimento perche’ non dovevamo suonare insieme, invece ci trovammo sul palco e parti’ il concerto. Al momento non ci aspettavamo una cosa di quella portata. Io ero anche nell’organizzazione, come Movimento. Demetrio con me aveva inciso la Cantata Rossa per Tall El Zaatar, eravamo molto amici, frequentavamo lo stesso circuito alternativo, come si diceva allora. E’ stata una brutta perdita perche’ aveva fatto un sacco di cose. E’ triste, quando un musicista cosi’ muore giovane. Scomparso prematuramente è Massimo Urbani, che ha fatto con me un paio di dischi. E’ gente che farebbe ancora altre cose. I musicisti creativi dovrebbero avere il tempo biologico per potersi esprimere.

Tu, per esprimerti, attingi molto dalla realta’ che ti circonda e dai personaggi che l’attraversano, da Roberto Franceschi a Che Guevara.

Tutti i miei titoli, dal primo che era Cile libero, Cile rosso a Nicaragua, a L’Eritrea, ho sempre cercato fonte d’ispirazione nelle problematiche sociali che mi toccavano. Non a caso ho fatto tanti dischi per 35 anni. Ho viaggiato moltissimo in zone estreme. Questi luoghi mi hanno stimolato a rinnovare la mia musica, che non è mai intimista. Forse questo è il mio limite e il mio pregio. Ho in ogni modo dedicato dei pezzi a qualche donna. La serita’ e la coerenza pagano, tant’e’ che adesso ho gente che mi segue da 30 anni e giovani che rimangono impressionati, ho un vero pubblico, tenendo presente che non sono appoggiato ne’ dalla tv ne’ dagli apparati discografici. L’ultimo cd, Il Comandante, fatto con il Manifesto, ha venduto piu’ di 5000 copie, che per essere un disco jazz è tantissimo. E’ vero anche che il prezzo è politico, 8 euro, ma è venduto solo nel circuito delle librerie.

Hai lavorato anche per il cinema?

Si’, sia per il cinema sia per il teatro, soprattutto intorno agli ’80. Poi nei ’90 mi sono ributtato sul jazz, che e’ la musica che mi ha fatto conoscere e che sento di piu’. Ho fatto una cosa grossa legata alla Resistenza in Duomo, il 21 aprile. Salmodia della speranza di David Maria Turoldo. C’erano in scena Moni Ovadia e Maddalena Crippa, e io dal vivo con le musiche. Per la prima volta il jazz e’ entrato in Duomo, si e’ accennata pure Bella ciao.