In ascolto di Giacomo Martelli (2006)

Intervista a Maya Sansa

di Marcello Moriondo

Siamo tutti controllati? Se analizziamo attentamente il messaggio contenuto nel film In Ascolto di Giacomo Martelli, che fa riferimento a possibilità tecnologiche già presenti sette anni fa, c’è di che preoccuparsi. Si parla di un nuovo sistema di intercettazione globale che può spiare qualunque cittadino, servendosi dell’apparecchio della persona, senza cimici o microfoni nascosti, ma semplicemente attraverso il portatile o il fisso, anche se spenti. Se sei in prossimità dell’apparecchio, chi spia può ascoltare quello che dici o i rumori che fai. Se pensiamo che sono passati sette anni…

Già è preoccupante quando un’arma del genere è in mano ai servizi, quando poi il sopravvento lo prendono le aziende private, stiamo freschi!

Martelli ha realizzato un ottimo thriller su questa falsa riga, coadiuvato da un ottimo cast. C’è un agente (Michael Parks) che tenta di salvare una ragazza (Maya Sansa) che ha visto troppo, aiutato da un amico (Andrea Tidona), dall’Isola d’Elba al Monte Bianco, con incredibili supporti tecnologici.

Se devo fare un film in cui c’è il personaggio di una trentenne, dice Martelli, la prima scelta è Maya Sansa. Le ho mandato subito la sceneggiatura e lei fortunatamente ha accettato. Maya non solo è una splendida attrice, ma recita anche in inglese. Ci siamo incontrati a Londra e tutto è andato bene.

E Maya come è arrivata al film?

Quando ci siamo incontrati è scattata subito una complicità, l’aspirazione di fare delle scelte comunque ambiziose per quanto riguarda il nostro cinema, pur non avendo i soldi. C’era il desiderio di fare qualcosa di diverso. È vero che il nostro cinema ha preso un percorso storico, politico e intimista, però noi siamo una generazione che è cresciuta anche con il cinema europeo e americano e abbiamo voglia di raccontare quello che ci pare, e appena una cosa ci interessa direttamente, abbiamo anche il diritto di farlo. Questo è il motivo che mi ha spinto di più, mi è sembrata una scelta coraggiosa, una bella avventura

Ci sono due sequenze di violenza nel film che mi hanno colpito molto. Una è quella della bruciatura dei timpani con conseguente crisi epilettica, l’altra è quando ti torturano in casa tua. Come te le sei giocate a livello recitativo?

Per la scena dell’epilessia, mi sono preparata, ho chiesto alla produzione se per favore potevano farmi avere una cassetta con scene di epilessia documentate. È stata una cosa abbastanza dolorosa. Non è piacevole vedere delle persone che ahimè soffrono di queste crisi, di questi attacchi epilettici. Poi dal punto di vista del lavoro, dato che bisogna scindere, senza essere cinici, mi ha appassionato molto. Ogni volta che ho una sfida, che ho la possibilità ci confrontarmi con qualcosa che è reale, per me è bello, è il mio mestiere. Quindi mi sono preparata molto e a Giacomo, quando facevamo le prove della scena, mostravo quello che avevo capito.

Hai visionato del materiale scientifico?

Sì, era una cassetta di medici, documentata sulle crisi epilettiche, l’ho proprio guardata. I pazienti fanno questi scatti veloci, poi improvvisamente una tensione fa sì che rallentino. È una cosa molto violenta, che a volte arriva loro quando meno se lo aspettano, deve essere un incubo perenne. Quindi, come dicevo, ho affrontato la cosa con lo studio, con empatia, col desiderio di far vedere quale poteva essere un attacco di quel tipo, di quanto violenta poteva essere quella cosa. Poi va beh, il trucco, bava, eccetera.

Comunque importante è la gestualità.

Certo, meno male che è solo finzione. Per la scena della violenza in casa, per fortuna siamo rimasti sempre nel gioco tra gli attori, nella complicità. Mi sono completamente lasciata andare al subire delle violenze di quel tipo. In effetti, anche quando fai tutto per finta, ti immedesimi e l’emozione la senti. Non ti fa del male profondo, però superficialmente riesci a immaginare la cosa ed entri completamente nella situazione, senza schizofrenie, senza scissione e la rivivi. Sembra strano, perché sono scene violente, ma quella della schizofrenia è stata una delle scene più divertenti del film, per me, come interprete. In quel caso hai la possibilità di fare un lavoro fisico, di divertirti.

Tu hai esperienze teatrali?

Sì, ho studiato teatro, soprattutto. Ho fatto l’Accademia di Arte Drammatica a Londra.

Poi cosa è successo?

Mentre la frequentavo, alla fine del terzo anno, Bellocchio mi ha scelto per fare La balia, e quello è stato il mio esordio, Cannes e quel che segue. Ho finito l’Accademia, ho fatto un altro piccolo film, Nella terra di nessuno di Gianfranco Gianni, poi Lupo mannaro di Antonio Ribaldi, dopodiché Benzina di Monica Stambrini. La scuola l’avevo fatta e non solo. Dopo La balia mi è successo quello che un po’ spesso mi succede e cioè che appena esce un film con un certo tipo di ruolo, mi vengono offerte delle cose molto simili. Allora mi era stato offerto il ruolo di Maria, la madre di Gesù, che poi mi piacerebbe tantissimo interpretare, ma in quel momento sentivo proprio il bisogno di fare altro, e questo resta, nel mio approccio al lavoro, cercare sempre di cambiare personaggio, anche dovendo rinunciare a volte a dei progetti interessanti e ben retribuiti.

Questo è bello, perché mi è sempre piaciuto un concetto di De André: continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai.

Anche per me è importantissimo ed è anche la cosa che mi ha fatto avvicinare a Giacomo. Siamo due persone che hanno scelto: si sono innamorate di un mestiere e hanno fatto tutto quello che potevano per farlo al massimo, per farlo bene.

Immaginavi, mentre ti iscrivevi all’Accademia, un futuro con registi del calibro di Bellocchio o di Giordana?

Veramente pensavo di non tornare in Italia, di rimanere a Londra. Ero innamorata del teatro, dei miei compagni, volevamo formare una compagnia. Io ero rimasta assolutamente fedele a questo progetto, mentre la vita ci ha portati un po’ tutti in diverse direzioni.

Il teatro è bello ma, almeno in Italia, non ci si campa molto.

In Inghilterra ci si può riuscire, da noi molto meno. Ma poi con Bellocchio ho scoperto il cinema in quella che secondo me è la versione più bella. È stato talmente bello che mi sono innamorata anche del cinema. È stato un cambiamento molto importante nella mia vita. È strano rispondere a queste domande, perché ognuno risponde no, non me l’aspettavo, ma se devo essere sincera, io questo sogno l’avevo. Non immaginavo l’autore, ma ero convinta che avrei fatto il mio mestiere, che avrei fatto cinema. Già da piccola mi piaceva il cinema, non so a quale livello, ero una semplice spettatrice.

C’era qualcosa che ti colpiva particolarmente?

Sì, Elephant Man di David Lynch mi aveva colpito molto. Avevo 12 anni e volevo rompere la televisione, è stato un momento molto forte del mio rapporto con il cinema. Blade Runner è un altro film che mi ha veramente formata, poi La sera della prima con Gena Rowlands, Taxi Driver di Martin Scorsese. Film che per fortuna ho visto in una fase giovane della mia vita, non li ho scoperti dopo. Piuttosto ho scoperto dopo molti film italiani, perché mi sono detta, adesso devo conoscere la mia storia.

MA LA DIVISA DI UN ALTRO COLORE

La pace secondo De André

di Marcello Moriondo

Non può essere più attuale di così, oggi che si sussurra di “guerra globale”, il Dvd+Libretto ma la divisa di un altro colore (cui metà degli utili saranno devoluti al Centro Chirurgico di Emergency a Goderich, in Sierra Leone) uscito come numero straordinario della rivista anarchica “A”.

Il dvd si divide in due parti che si intersecano tra loro. C’è il documentario Faber e poi la parte cantata.

Faber, di 56 minuti, è stato realizzato nel 1999 da Bruno Bigoni e Romano Giuffrida e presentato lo stesso anno con successo a Torino Film Giovani. La singolarità del documento, per volere dei registi, è che l’omaggiato, cioè De André, non si vede quasi mai. Certo, la colonna sonora è sua, senza alcun dubbio, ma fa da sottofondo alle testimonianze di amici, famosi e non, del compianto cantautore. Ne esce un omaggio che scruta con malinconia nella vita schiva e poetica di un uomo che non ha mai voluto inserirsi, con dolce anarchia, a differenza di altri colleghi, che pur di vendere, si sono imparentati a chiunque. La parte cantata del dvd comprende due pezzi di Fabrizio contro la guerra. Uno dei due, La guerra di Piero, del 1964, cui alcuni versi titolano questo Dvd+Libretto, è diventato l’inno dei pacifisti italiani durante la guerra in Iraq. Qui l’ascoltiamo nell’interpretazione asciutta e intensa di Moni Ovadia, che si accompagna alla chitarra. L’altro brano, Girotondo, del 1968, inserito nel long play Tutti morimmo a stento, me lo ricordo cantato in una delle rarissime apparizioni televisive di De André, una tv ancora in bianco e nero, Fabrizio seduto al piano e i bambini tutt’attorno. Qui a cantarla è Lella Costa, accompagnata da Mauro Pagani al flauto traverso e dalle chitarre di Antonio D’Alessandro e Nicola Ziliani. Il coro è delle voci bianche “Paolo Maggini”.

Il libretto, che si apre con una introduzione/dedica di Dori Grezzi, comprende un’intervista del 1991 rilasciata da Fabrizio a una rivista antimilitarista, poi c’è una sorta di diario di bordo di Faber e diverse testimonianze sul cantautore. Quella più interessante è di Teresa Sarti, presidente di Emergency. Lei e Gino Strada incontrarono Dori Grezzi e Fabrizio De André a metà degli Anni 90, quando il numero delle vittime dei 110 milioni di mine antiuomo erano altissime in Iraq. Da quell’incontro è nata una sincera amicizia e una collaborazione profonda. Da segnalare un saggio su Leonard Choen, Artista da cui Fabrizio ha tratto tre canzoni: Nancy, Giovanna D’Arco e la celeberrima Suzanne. Nel libretto sono inseriti anche i testi dei pezzi cantati nel dvd da Moni Ovadia e Lella Costa: La guerra di Piero e Girotondo.

Gaetano Liguori

Intervista (2009)

di Marcello Moriondo

35 anni di carriera non sembrano aver scalfito l’entusiasmo e la grinta di Gaetano Liguori, uno dei massimi esponenti della musica jazz nostrana. E’ iperattivo. Ha suonato a Pioltello per Giuliana Sgrena, in giugno lo vediamo al Festival di Mantova, dove ha istituito una commissione selezionatrice di jazz, con quattro gruppi in concorso, oltre ad esibirsi personalmente. Questa estate lo ritroveremo all’Idroscalo, dal 23 giugno fino a settembre, dove organizza i giovedì jazz. Tra gli altri è prevista la presenza di Jimmy Owens. Trova inoltre il tempo per fare jazz a Stromboli in luglio. Una forza della natura.

Come scegli i tuoi musicisti ?

Questi sono tutti pezzi miei, è la mia musica, non posso cambiare musicista all’ultimo momento, ho sempre bisogno di musicisti che conoscono i miei pezzi. E’ per quello che durano tanto tempo. Il batterista, Massimo Pintori, suona con me da quasi 15 anni. Io sono uno che non cambia spesso i musicisti, soprattutto se incontro qualcuno con cui mi trovo bene. In 35 anni di carriera ne ho cambiati pochi. C’e’ stato il primo batterista, Filippo Monico, poi mio padre, poi Pintore. Lo stesso vale per il contrabbasso. Il titolare ufficiale è Luca Garlaschelli, che ha inciso con me anche Il Comandante. Ora pero’ è in tournee con Moni Ovadia. Da 2 anni mi accompagna un giovane, Davide Tedesco, che è stato mio allievo al Conservatorio. Non potendo impegnare musicisti a tempo pieno, ne ho un paio che sono sempre pronti a lavorare con me. Davide adesso ha 24 anni, è giovanissimo. E’ laureato in contrabbasso e soprattutto, oltre a essere bravo, ha un bell’entusiasmo. Quando fai concerti per tanti anni, ti puo’ capitare la serata in cui sei un po’ allentato, lui no, ci da’ sempre dentro.

Ho sentito che hai ancora in scaletta lo stesso pezzo che suonasti il 14 giugno del 1979, all’Arena di Milano, il giorno dopo la morte di Demetrio Stratos.

Si’, è la Ballata per Franceschi, la Tarantella dei Vibrioni, la suonai con Tullio De Piscopo. Fu un avvenimento perche’ non dovevamo suonare insieme, invece ci trovammo sul palco e parti’ il concerto. Al momento non ci aspettavamo una cosa di quella portata. Io ero anche nell’organizzazione, come Movimento. Demetrio con me aveva inciso la Cantata Rossa per Tall El Zaatar, eravamo molto amici, frequentavamo lo stesso circuito alternativo, come si diceva allora. E’ stata una brutta perdita perche’ aveva fatto un sacco di cose. E’ triste, quando un musicista cosi’ muore giovane. Scomparso prematuramente è Massimo Urbani, che ha fatto con me un paio di dischi. E’ gente che farebbe ancora altre cose. I musicisti creativi dovrebbero avere il tempo biologico per potersi esprimere.

Tu, per esprimerti, attingi molto dalla realta’ che ti circonda e dai personaggi che l’attraversano, da Roberto Franceschi a Che Guevara.

Tutti i miei titoli, dal primo che era Cile libero, Cile rosso a Nicaragua, a L’Eritrea, ho sempre cercato fonte d’ispirazione nelle problematiche sociali che mi toccavano. Non a caso ho fatto tanti dischi per 35 anni. Ho viaggiato moltissimo in zone estreme. Questi luoghi mi hanno stimolato a rinnovare la mia musica, che non è mai intimista. Forse questo è il mio limite e il mio pregio. Ho in ogni modo dedicato dei pezzi a qualche donna. La serita’ e la coerenza pagano, tant’e’ che adesso ho gente che mi segue da 30 anni e giovani che rimangono impressionati, ho un vero pubblico, tenendo presente che non sono appoggiato ne’ dalla tv ne’ dagli apparati discografici. L’ultimo cd, Il Comandante, fatto con il Manifesto, ha venduto piu’ di 5000 copie, che per essere un disco jazz è tantissimo. E’ vero anche che il prezzo è politico, 8 euro, ma è venduto solo nel circuito delle librerie.

Hai lavorato anche per il cinema?

Si’, sia per il cinema sia per il teatro, soprattutto intorno agli ’80. Poi nei ’90 mi sono ributtato sul jazz, che e’ la musica che mi ha fatto conoscere e che sento di piu’. Ho fatto una cosa grossa legata alla Resistenza in Duomo, il 21 aprile. Salmodia della speranza di David Maria Turoldo. C’erano in scena Moni Ovadia e Maddalena Crippa, e io dal vivo con le musiche. Per la prima volta il jazz e’ entrato in Duomo, si e’ accennata pure Bella ciao.

Diari (2008)

Percorsi giovanili

di Marcello Moriondo

Non tutti sanno che Cannes, inteso come Festival, non è solo la ‘grandeur’ della passerella ufficiale sul tapis rouge che la televisionediffonde. Oltre alla selezione ufficiale ci sono delle sezioni molto interessanti e altrettanto importanti. Come per esempio Ecrans Junior, ormai da diversi anni palcoscenico cinematografico calcato da opere dedicate alle tematiche giovanili. Quest’anno un lungometraggio italiano si è aggiudicato il Grand Prix Ecran Junior, è Diari di Attilio Azzola. A 37 anni Azzola ha già alle spalle la realizzazione di diversi cortometraggi, sit-com televisive e regie teatrali. “A febbraio, dice Attilio, mentre montavo il film, mi sono iscritto a un corso di francese, perché ho pensato, lo voglio mandare a Cannes, hai visto mai che mi prendono, almeno faccio i ringraziamenti in francese. Uno prima ci deve credere, poi, magari, le cose succedono.

Il film racconta tre storie, che trovano il loro culmine quando i due interpreti dei primi episodi si incontrano nel terzo. È qualcosa di più che un semplice film giovanile o generazionale. È vero che le tematiche dei giovani d’oggi, il loro rapportarsi con la famiglia e il mondo esterno, che li circonda, o il difficile rapporto coi coetanei escono tutte, ma non solo. C’è una leggerezza nell’agire dei personaggi e nel prendere a cuore, a esempio, i disagi delle persone anziane, che sembra farli maturare più in fretta, in una crescita che comunque non cancella il loro entusiasmo giovanile.

Leo (Roisin Greco), sedici anni, ha un ragazzo (anche se non sa perché stanno insieme), va bene a scuola, tutto va bene, fino al giorno in cui il padre torna a dieci anni da quando ha lasciato la famiglia. La madre pensa non sia il caso che Leo l’incontri, ma il desiderio di chiarire e riconciliarsi col genitore è troppo forte per la ragazza.

Alì (Amine Slimane) è infatuato della bella della scuola e pur di conquistarla si inventa, identificandosi, un personaggio da fumetto, sfruttando la sua indiscutibile propensione per il fumetto. Vede anche sfumare le sue vacanze estive: dovrà aiutare il padre nel lavoro di giardinaggio.

Leo e Alì si ritrovano a lavorare per Michele Mancia, un anziano e dignitoso professore il cui unico scopo nella vita è incontrare un antico e perduto amore.

Attilio Azzola ha riunito, assieme ai personaggi, un gruppo di giovani in ruoli diversi. Dal cast tecnico ai curatori delle musiche.

Da dove arriva l’idea del film?

ATTILIO AZZOLA: Diari è un film ma è anche un progetto iniziato più di un anno e mezzo fa. Nostro intento era raccogliere tutte le forze creative e artistiche della Brianza. Quindi cercavamo gli attori e cioè dei giovani ragazzi che, partecipando ai vari seminari di recitazione che organizzavamo, sarebbero diventati i protagonisti del film. In seguito siamo passati ai collaboratori, quindi ai ragazzi che avevano la passione di stare dietro la telecamera, che poi sono diventati i miei assistenti, piuttosto che aiuto del direttore alla fotografia o del scenografo. Inoltre, siccome il film è un audio-video, abbiamo cercato quelli che curassero, in collaborazione con un pool di musicisti professionisti, che sono i compositori Mauro Buttafava, Gipo Gurrado e Mell Morcone, la parte musicale. Seguendo la manifestazione Overground ho conosciuto i gruppi dei Becky’s Diary e Scartanza.

Voi quando siete nati come band?

BECKY’S DIARY, Luca (voce), Francesco (chitarra), Domenico (chitarra),Tommaso (basso), Davide (batteria): Un anno fa, dopo mille peripezie e vari cambi di formazione, siamo diventati Becky’s Diary. Siamo diventati completi da quando abbiamo iniziato a fare il genere che sentirete nel film. Abbiamo accettato di partecipare a questo progetto, divertendoci un sacco a girare anche una piccola scena. Per noi è stata una bella esperienza, anche perché si desidera sempre di ottenere visibilità e popolarità con qualcosa di questo genere, naturalmente mettendoci del proprio. Certo è che ci consideriamo fortunati perché occasioni simili capitano raramente.

Eravate il classico gruppo di amici o qualcos’altro?

BECKY’S: Ad esempio, alcuni di noi hanno fatto le superiori insieme. È stato il classico approccio da gruppo metropolitano. Ci si conosce, uno inizia a suonare, uno a canticchiare e poi lentamente si forma un gruppo. Uno impara a suonare il basso, anche se prima era chitarrista e via di seguito. Ci abbiamo messo sette anni a raggiungere l’ultima formazione, quella definitiva.

Che età avete?

BECKY’S: Siamo dai 20 ai 23 anni.

E Scartanza?

SCARTY: 23 anni. Ho iniziato nel 2000 cantando da solo, quindi in un gruppo rap con degli strumentali in levare, quindi tendente al regge. Al suo scioglimento ho proseguito da solo, fino alla realizzazione di un progetto insieme ad altri due ragazzi. Mischiavamo la break dance vecchia scuola con delle influenze molto pesanti, da Tom Waits a Caposela. Era il periodo in cui ho scritto Aria di tempesta, la canzone scelta da Attilio per il film. Dopo il film ho abbandonato il rap e mi sono dato all’elettronica, con i sintonizzatori, insieme a un altro ragazzo, Joao Ceser, con cui ho fondato The Snipplers.

Tutto questo dove avveniva, a Milano?

SCARTANZA: No, io sono della Brianza, di Carnate. L’altro musicista abita a Mezzago, di fronte al Bloom. Ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, odio puro all’inizio, poi grandi amici.

BECKY’S: Io sono di Milano e gli altri di Sesto San Giovanni. Quando avevo 16 anni frequentavo una compagnia di Sesto, composta da amici e conoscenze scolastiche. Il chitarrista arriva dalla Basilicata, l’abbiamo sentito con la chitarra in mano, ci è piaciuto e l’abbiamo fregato a un altro gruppo in cui suonava. Il batterista è quello più carino, quello che piace alle ragazzine. Ciascuno di noi si è fatto tatuare in simbolo della band, un farfalla, nato come icona visiva che poi ha raggiunto un significato, quello dell’aprire e scuotere le anime.

E le note musicali che Domenico ha tatuato, sono note a caso o hanno un significato?

BECKY’S: No, sono le note di una nostra canzone.

AZZOLA: Ma perché Becky’s Diary? Becky non è un nome da donna?

BECKY’S: È opinione comune dei componenti del gruppo che scrivere canzoni non è solo un fatto di puro divertimento, è anche qualcosa che mettiamo di nostro nella musica. Sia a chi scrive i testi che a chi compone le melodie è venuta in mente l’immagine di una persona che, scrivendo musica, è come se riportasse i propri pensieri su un diario. Per cui da lì Diary. Becky, innanzitutto perché si adatta bene, e poi c’è una storia dietro con una ragazza che è meglio non stare a spiegare.

Non avete letto i suoi diari, vero?

BECKY’S: Fortunatamente no. Ma ovviamente le donne c’entrano sempre in queste cose.

Io invece pensavo fosse un nome scelto grazie al titolo del film.

AZZOLA: Invece, quando io stavo facendo il progetto di un film che si sarebbe chiamato Diari, ho beccato questi che si chiamavano Becky’s Diary e ho pensato fosse un segno del destino.

Nel film ci sono tre episodi che sono poi collegati tra loro grazie al terzo che chiude il cerchio e dimostra che non è esclusivamente un film “generazionale”.

AZZOLA: L’idea era di creare un percorso che fosse evolutivo, centrato sulla famiglia e sulla figura del padre. Nella prima situazione in cui Leo, la protagonista, vive una conflittualità con il padre assente. È una famiglia tipicamente occidentale: a Milano una famiglia su due è frammentata, composta da genitori separati. In questo caso il padre, sparito improvvisamente, riappare dopo anni. Leo sente quindi l’esigenza, dapprima negata, di riconciliarsi con questa figura paterna. La situazione è completamente diversa nel secondo episodio. Alì vive in una famiglia tradizionale: c’è un padre molto presente, forse un po’ impositivo, con cui ha una forma di conflittualità, che però è già un dialogo. Lo fa confrontare con delle responsabilità, ha anche un lavoro che gli crea una piccola indipendenza. Nel terzo episodio i due ragazzi delle precedenti storie si trovano a lavorare per un professore. Questo li responsabilizza e li costringe a rapportarsi da giovani adulti che accudiscono una persona anziana. Da questi però apprendono anche delle cose. C’è ad esempio una trasmissione di sapere tramite la figura della danza e quindi hanno un’ulteriore fase di crescita.

Tra l’altro loro infrangono le regole: dovrebbero semplicemente badare a lui, quasi fosse una persona assente, mentre loro interagiscono con lui molto più del dovuto.

AZZOLA: Infatti: rompere le regole è fondamentale per crescere, per trovare l’identità di adulto. C’è anche un’evoluzione sentimentale. Lei in precedenza stava con un ragazzo senza sapere esattamente perché, mentre lui era innamorato di una ragazza immagine, perché è bella, con cui non ha una relazione. Nella terza parte c’è invece qualcosa che nasce da una vicinanza, da una comunanza di interessi, da un percorso che imprevedibilmente li unisce e quindi è sicuramente una cosa più reale, più adulta.

Volevo sapere qualcosa sul discorso teatrale che c’è all’interno del film. Tra l’altro, se ho capito bene, diversi degli attori hanno partecipato a laboratori teatrali.

AZZOLA: Noi abbiamo fatto sei, sette mesi di laboratori, poi quando si è trattato di andare sul set, paradossalmente, quelli che avevano fatto i laboratori con grande determinazione, alla fine non se la sono sentita e hanno rinunciato. Per cui sono divisi a metà, alcuni hanno fatto laboratorio teatrale, altri provengono da un casting classico. Sta di fatto che le scene sul laboratorio inserite nel primo episodio sono state molto ispirate dal lavoro che ho fatto con gli attori. Manuel Ferriera, non solo interpreta il padre e il docente di recitazione, ma è anche attore e insegnante al di fuori del film. Conoscevo molto bene Manuel e i ragazzi, per cui i vari caratteri sono stati scritti in gran parte su di loro, tranne, paradossalmente la protagonista.

Come è stata scelta?

AZZOLA: Ha accompagnato Matilde (Sara nel film), con cui avevo già fatto delle cose insieme, a uno dei provini finali, perché potenziale protagonista. Ero disperato perché il cast era chiuso già da un po’ e ancora non avevo trovato l’attrice principale Entra questa fanciulla, Roisin Greco, accanto a Matilda, la guardo: era perfetta, già vestita come l’avevamo pensata nel film. Il più classico dei luoghi comuni, accompagni un’amica e vieni scelta al suo posto. Qualcuno ha detto che dopo aver programmato un film, le cose migliori sono quelle che non ti aspetti. Lei è stata un valore aggiunto, perché dopo averla cercata tanto abbiamo trovato una ragazza che si porta addosso un’atmosfera molto intensa rispetto al personaggio che doveva raccontare.

I dialoghi erano già tutti scritti o ti sei avvalso via via dei personaggi che ti trovavi di fronte?

AZZOLA: Con Beba Slijepcevic, la mia cosceneggiatice e Mario Nuzzo, cosceneggiatore e coproduttore, avevamo studiato uno scheletro molto forte a livello narrativo e alcune scene molto scritte. Per scrivere altre scene ho avuto bisogno di sentire loro, di vedere come interagivano. A volte arrivavo la mattina, dopo aver visto il ‘girato’, prendevo i due attori e gli dicevo: queste sono le battute (scritte a mano), studiatevele. Spiegavo il piano regia e si girava.

Avevi già lavorato con questo cast tecnico?

AZZOLA: Questo lungometraggio rappresenta un po’ un punto d’arrivo. Beba è la sceneggiatrice con cui ho scritto il primo cortometraggio otto anni fa. Valerio Ferrario è il direttore della fotografia con cui ho lavorato per otto anni, dal primo corto, girato così in quattro persone in mezzo alla strada, fino a oggi.

Te lo aspettavi il premio a Cannes?

AZZOLA: A febbraio, mentre montavo il film, mi sono iscritto a un corso di francese, perché ho pensato, lo voglio mandare a Cannes, hai visto mai che mi prendono, almeno faccio i ringraziamenti in francese. Comunque, uno prima ci deve credere, poi le cose succedono. Quando ci hanno comunicato che il film era stato accettato, abbiamo organizzato un bus, il Diari’s bus…

BECKY’S: …pieno dei componenti e dei collaboratori del lungometraggio, con noi sulle poltroncine in fondo, a fare casino come si conviene a una band.

AZZOLA: Sono arrivati loro che erano 50 e passa, in più le macchine di quelli che andavano da soli senza autobus, sono arrivati alcuni miei parenti da varie parti d’Italia. A un certo punto ho dovuto frenare le persone perché non sapevo come farle entrare nel cinema. Alla fine eravamo un’ottantina di persone e il cinema non era grandissimo, tipo 200 posti, eravamo una bella metà. La terza proiezione, da vincitori, al Miramar, che almeno è abbastanza grande.

È stato difficile produrre Diari?

AZZOLA: A parte le difficoltà che ogni artista nel fare in maniera onesta il proprio lavoro, perché comunque ti metti in gioco, e che se poi alla fine sembra una cosa semplice, per te comunque è stato un travaglio. È evidente che abbiamo tutte le difficoltà di una produzione indipendente, il pochissimo tempo a disposizione e soprattutto quella del recupero dei soldi. Poi i mezzi ridotti per fare qualcosa che lo spettatore, giustamente, vuole che sia perfetta, perché lui paga 7 euro per un prodotto che per lo meno abbia il diritto di stare sullo schermo. Abbiamo cercato di compensare la mancanza di soldi con il concetto di mettere in rete il maggior numero di realtà possibili che fossero interessate a collaborare con questo progetto. Quindi siamo entrati in collaborazione con diverse attualità artistiche come Quelli di Grock, riconosciuta realtà teatrale di Milano, Alma Rosé, che è il nostro partner artistico piuttosto che Overground, festival per band giovanili e di conseguenza Scarty e Becky’s Diary. Siccome era un film sui giovani, abbiamo coinvolto chi coi giovani lavorava coi giovani, i comuni, le scuole, le scuole di teatro, insomma tutti quelli che potevano metterci in contatto con i ragazzi che potevano essere più interessati a mettersi in gioco dal punto di vista artistico.

È facile trovare spazi dove suonare?

SCARTY: A gratis, Sì.

BECKY’S: Dipende a che livello sei come gruppo. Però io mi metto nei panni di un ragazzo che a 15 o 16 anni inizia a suonare la chitarra adesso col suo gruppo di amici, e credo sia difficile per lui. Quando tu suoni le prime volte, hai bisogno di una certa conferma da chi ti sta guardando e qui, soprattutto a Milano, questa cosa non esiste. Non c’è nessuno che ti dica: vabbé, apprezzo il fatto che tu ti sia dimostrato coraggioso a salire sul palco per la prima volta, qui di solito c’è proprio il gelo.

SCARTY: Se vuoi andare avanti a livelli, secondo me, conta molto il fatto che tira la musica esposta in vetrina, tipo in televisione. Sono i dj a fare la storia della musica a Milano. Io mi sono sempre scontrato con i club più che con i disco pub e i locali dove fanno musica dal vivo. Non ho mai affrontato locali come il Rolling Stone o l’Alcatraz.

AZZOLA: Ma ci sono ancora locali dove si fa musica dal vivo?

BECKY’S: A Milano saranno una decina, a dir tanto. A livelli alti sono tre: l’Alcatraz, il Musicdrome e il Rolling Stone, dove un artista straniero può arrivare, sicuro di trovarsi in un buon posto a livello di attrezzature. Per entrare in un posto del genere, i gruppi emergenti devono fare carte false, per ottenere anche solo 15 minuti live. Noi abbiamo suonato al Rolling e al Musicdrome quando ancora facevano delle selezioni per avere l’occasione di aprire ai gruppi più grossi. Ma adesso che queste opportunità sono sparite, o hai la fortuna di piacere molto a un possibile gestore di club, o conosci qualcuno che ti inserisce.

Charlotte for Ever (1986)

La colpa del padre

di Marcello Moriondo

Il 1986 è un anno importante per Serge Gainsbourg. In gennaio, la sua compagna, Bambou, mette al mondo un bimbo, Lucien, detto Lulu (il vero nome di Gainsbourg è Lucien Ginzburg); in febbraio sua figlia Charlotte tra le lacrime, sue, di mamma e papà in platea, ritira il César per “L’effrontée”; Serge compone la colonna sonora per “Lui portava i tacchi a spillo” di Bertrand Blier, ma soprattutto scrive un film e un 33 giri per la figlia. Il disco e la pellicola si intitolano entrambi “Charlotte for Ever”.

Come ripeterà in “Stan the Flasher”, Gainsbourg inizia “Charlotte for Ever” in modo inusuale facendo leggere un brano letterario al suo protagonista maschile. In prima stesura avrebbe dovuto essere una lettera di James Joyce o un poema di Vladimir Nabokov, sostituiti poi da un estratto da un romanzo di Serge Evguénie Sokolov. Pare che di Joyce non vi fossero i diritti e il brano di Nabokov fosse troppo lungo.

La pellicola racconta la storia di Stan, sceneggiatore che ha goduto dei fasti hollywoodiani, ora in declino e dipendente dalla bottiglia. Ha perso la moglie Jane in un pauroso incidente automobilistico e vive con la figlia quattordicenne Charlotte. In lei vige un sentimento di odio/amore verso il padre, venerato ma anche considerato responsabile della prematura scomparsa della madre. È un balletto continuo, si respingono insultandosi e un secondo dopo si accarezzano, si abbracciano, cercano il contatto fisico, fino alla danza quasi incestuosa. Tentano con ogni mezzo di sopravvivere al dolore che li sta distruggendo, e devono farlo insieme.

Come d’abitudine, Gainsbourg tratta la sceneggiatura e i dialoghi con la consueta crudezza. I liquidi corporali si sprecano, orina, lacrime, vomito. Si parla di culo e di sesso con naturalezza.

Il sedere è ripreso ossessivamente. Nel quadro sulla parete. Quello di Bécassine mostrato nudo come penitenza, poi nascosto dalla minigonna in jeans, dondolante a suon di musica mentre inginocchiata raccoglie i cocci delle bottiglie. Quello di Charlotte coperto dalla sottoveste, mentre, china davanti alla vasca, inzuppa i capelli e scuote ritmicamente testa e natiche. Ancora Charlotte ripresa bocconi sul letto in sole mutandine.

Poi i seni, tutti piccoli, adolescenziali. Come quelli di Charlotte, “due piccoli seni che volgono all’orizzonte, leggeri come un fazzoletto di batista nel palmo della mia mano destra”, come li descrive Serge nella sceneggiatura.Li copre con le mani dopo essersi spogliata davanti al padre, se li ammira mentre balla nuda davanti allo specchio, li mostra al padre rotolandosi nel letto in mutande. Quelli di Bécassine messi a nudo e accarezzati da Serge. Poi è Adelaide che si sbottona la camicetta e appoggia il seno nudo sulla schiena di Bécassine, quindi da dietro le apre il top mostrando quello della compagna; ancora poi il seno di Adelaide appare dagli indumenti strappati da Charlotte.

Le scene lesbiche incompiute sembrano ripetersi. Bécassine si mostra nuda a Charlotte, poi si lascia abbracciare da Adelaide e il cerchio si chiude con la scenata di gelosia in cui Charlotte si sdraia sopra Adelaide dopo averle strappato camicetta e reggiseno. Senza tralasciare la scena saffica nel quadro sulla parete.

È difficile non pensare alla confusione tra realtà e finzione che attraversa l’intero film. Serge ormai è da tempo schiavo dell’alcol come Stan. È sceneggiatore come il suo personaggio, il quale si diletta a strimpellare al pianoforte. Il rapporto d’amore padre/figlia fanno discutere e riempiono pagine di rotocalchi, lei che grida piangendo nel film “non sono innamorata di lui!”, ritornello ossessivo ripetuto ai giornalisti nella realtà da quando, a 13 anni, ha inciso “Lemon Incest” con il padre. Stan ha perso Jane in un incidente e Serge l’ha persa perché lo ha lasciato, sei anni prima. Charlotte accusa Stan della perdita della madre, nella realtà è colpa del padre se i genitori vivono separati.

Match Point di Woody Allen (2005)

CRIMINI E MISFATTI A LONDRA

di Marcello Moriondo

Un solo istante i palpiti

Del suo bel cor sentir

I miei sospir confondere

Per poco a’suoi sospir

I palpiti il papiti sentir

Confondere i miei co’suoi sospir

Cielo si pùo morir

Con questa strofa dall’aria di Donizzetti Una furtiva lagrima, dalla voce di Enrico Caruso, frusciante su un vecchio disco, inizia Match Point di Woody Allen. Sbarcato a Cannes con tutto il cast del film, il regista è stato accolto dai calorosi applausi attribuitigli dalla critica e dal pubblico, una volta tanto d’accordo sul giudizio. L’aria dall’Elisir d’amore non è casuale. Questa volta Allen rinuncia all’amato jazz per lasciare il posto al bel canto, le cui parole siglano i vari capitoli e lo sviluppo della trama. Il film, fuori competizione al Festival, racconta dell’ascesa, nell’alta società londinese, di Chris, un modesto insegnante di tennis, grazie alla sua relazione, seguita da regolare matrimonio, con una rampolla dell’alta finanza britannica. Il match point del titolo, riguarda il punto in cui il set si puo’ vincere o perdere grazie al gioco del destino, che decide se la palla, urtando la rete, debba cadere dalla tua parte o da quella dell’avversario. La partita che gioca Chris (Jonathan Rhys-Meyers) è abbastanza pericolosa. Conquista il cuore di Chloe (Emily Mortimer) sul campo da tennis, con un incontro tra l’imbarazzo e la seduzione che ricorda una scena analoga con Woody e Diane Keaton in Io e Annie. Poi incontra sul tennis da tavolo la futura sposa del fratello di lei, Nola (Scarlett Johansson, che per girare con Woody ha detto no a Tom Cruise che la voleva in Mission: Impossible 3),. Ancora una volta la palla da gioco è complice della seduzione. “Non ti ha mai detto nessuno che hai delle labbra veramente sensuali?” chiede lui, e la camera di Woody inquadra il primo piano affascinante di Scarlett, ed effettivamente le due grosse labbra, unite agli occhioni dell’attrice, sono davvero conturbanti. Il nuovo acquisto della borsa inglese sale le scale del potere, mentre è inevitabile che le braci accese nel loro primo incontro si estendano in fiamma incontenibile. Un campo di frumento, nella tenuta dei suoceri è il letto del loro primo amplesso, sotto una pioggia scrosciante. Il loro rapporto si fa sempre piu’ intenso e malsano, contornato di menzogne e sotterfugi, con la ricerca di maternità di Chloe e la gravidanza non desiderata di Nola. Allen allora passa dalla commedia alla tragedia, con delitti mascherati da furto a coprire la passione che li ha provocati, e a questo punto della storia siamo al match point. Solo il caso deciderà che svolta deve prendere la vicenda.

Woody Allen, nonostante l’apparente decadenza fisica mostrata in conferenza stampa, appare in gran forma nella messa in opera di questa pellicola, intrisa di fresca ironia e di soluzioni geniali, soprattutto sul finale. Da molto tempo sceglie giovani attrici che subito sono additate come le sue nuove muse. L’aveva fatto con Juliette Lewis, poi con Christina Ricci, ora con Scarlett. Si è persino astenuto dal parlare di religione, o almeno, ha messo in bocca a un personaggio una sola battuta, che suona tipo “ha perso l’uso delle gambe ma in compenso ha ritrovato la fede in Dio, e non so quali delle due cose sia la peggiore.” Interpellato sul perche’ abbia deciso di lavorare in Inghilterra, Allen ha affermato che in America sarebbe diventato impossibile lavorare: i produttori, gli agenti, gli avvocati, tutti ti stanno addosso ti controllano i tempi, la storia, gli attori. Rendono la vita impossibile e priva di liberta’. “Questa storia sarebbe potuta accadere a New York, San Francisco o Parigi ha aggiunto. Ho scelto Londra perche’ ho sentito un’atmosfera molto stimolante dal punto di vista creativo. Le persone che hanno finanziato il film sono state molto generose e mi hanno lasciato totalmente libero sul piano artistico”.

Intervista a Vauro Senesi (1996)

IN BOCCA AL LUPO

di Marcello Moriondo

Pronto, Vauro? come va?

Questa è la segreteria di Vauro Senesi…

Ah, andiamo bene.

Che è successo?

Niente. Hanno votato in Senato il Governo Prodi.

Be’, era abbastanza scontato, no?

Sì. In compenso ho sentito il finale della dichiarazione di voto di La Loggia, di Forza Italia. Ha terminato augurando a Prodi “In bocca al lupo”.

Forse l’aveva detto anche a Brusca, recentemente.

Ogni tanto gli va bene. Sei contento di come vanno le cose politicamente?

Ho finito i festeggiamenti il giorno dopo le elezioni. Adesso si fa sul serio. Io personalmente mi sto divertendo moltissimo perchè finalmente posso fare una satira visceralmente anticomunista. Siccome sono comunista mi viene benissimo. Serve anche d’incitamento al governo di spostarsi a sinistra.

Della serie sputiamoci addosso?

Sì, ma non so se hai visto qualcosa di mio ultimamente. Un po’ di colbacchi, la libertà che non c’è più, i gulag dietro l’angolo. Quello che avrebbero dovuto fare loro e che non sanno fare. Siccome la satira, come sai, deve stare sempre all’opposizione, mi piace fare una satira beceramente anticomunista. Come se questo fosse un governo dei soviet.

Infatti. Sembri l’ispiratore di Sgarbi.

Però io son più bravino. E’ come se avessi dato corpo ai peggiori incubi della destra. Che per me, ovviamente, sono sogni. Io qualcuno nel gulag ce lo manderei veramente.

Qualcuno ci sta andando naturalmente.

Quello che non voleva fare prigionieri. Tanto per non fare nomi.

Poi quelli che recentemente inneggiavano alla libertà, come tutti i detenuti, del resto.

Per me questo è un momento d’oro della satira. Perchè c’è un governo che fa respirare un po’ d’aria di libertà. E alla satira fa benissimo.

Quindi rinneghi il classico “ridateci il nemico”.

No, quelle sono puttanate. Va benissimo così.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Sì. In bocca al lupo.

Cars – Motori ruggenti di john Lasseter (2006)

Rosso McQueeen

di Marcello Moriondo

La Pixar si presenta con un’opera animata di alto livello. Inizia con la classica gara automobilistica in cui Saetta McQueen è vincitore assoluto (Il nome dato al personaggio è un’evidente omaggio al compianto Steve). A pochi minuti dal termine della gara, il cartoon cambia completamente genere. Da palloso film sportivo passa a una storia di amicizia e di formazione, dove la presuntuosa auto da corsa entra in un mondo che non ha mai conosciuto si guarda attorno, accorgendosi che non esiste solo il proprio ego e la propria gloria. Il pretesto è dato dal fatto che McQueen (doppiato da Massimiliano Manfredi, in originale Owen Wilson) dopo il rally si perde nel deserto e si ritrova a vagare sulla maledetta Route 66. Il cielo sul deserto è azzurro, disturbato solo dalle scie dei reattori, per l’occasione a forma di impronte di pneumatici. Saetta si trova in una città perduta, Radiator Springs, abitata da auto di provincia, che neanche sanno cosa sono le corse. Quasi tutte almeno. Non certo Luigi, la 500 gialla che tifa solo Ferrari, coadiuvato dal fedele Guido (doppiato da Alex Zanardi). C’è il furgone Volkswagen, con la scritta Peace, che offre il bio-carburante, ma le auto preferiscono farsi un quartino d’olio da Flo’s. C’è la Porsche viola Sally (voce Sabrina Ferilli), con un intrigante tatuaggio sottile sul didietro, nascosto dal cofano, che fa subito gli occhi dolci al forestiero. C’è anche Carl Attrezzi, detto Cricchetto, doppiato da Marco Messeri. Poi c’è il giudice, il vecchio Doc Hicks (negli Usa Paul Newman, da noi Pino Insegno), severo più che mai verso i bulletti dei really, e ne ha i motivi. Da giovane era un campione e l’ambizione l’aveva reso cieco e insensibile. Poi, un drammatico incidente gli ha aperto gli occhi e ha “appeso i numeri al chiodo”. Decide quindi una dura terapia rieducativa per Saetta, che coinvolge tutti. La sveglia al mattito è suonata alla tromba, poi parte l’inno americano. Carl Attrezzi gli dà le nozioni necessarie a crescere. Prima col lavoro, ma anche con il rito d’iniziazione del posto: andare nel campo dei trattori, che muggiscono come buoi, e spaventarli fino a farli ribaltare. Luigi gli trasmette l’amore per le auto, per tutte, non solo per se stessi. Sally gli mostra le meraviglie di Radiator Springs, che accoglieva innumerevoli visitatori prima che la nuova autostrada deviasse il percorso delle auto. Ma soprattutto gli trasmette l’amore.

McQueen, da sempre senza amici, dopo numerose resistenze impara la lezione e comincia ad affezionarsi a queste auto semplici e disinteressate. Toccherà a lui, in seguito, a contraccambiare la felicità ai suoi nuovi concittadini. Luigi corona il suo sogno incontrando la Ferrari (Michael Schumacher che doppia se stesso, e per gli appassionati c’è anche Mario Andretti), Doc alleggerisce l’amarezza che ha nel cuore, Sally sprizza sessualità e amore da tutta la carrozzeria, Carl Attrezzi si dà una ritoccata e rinverdisce il suo vecchio look.

John Lasseter, il creatore di Toy Story è da sempre un amante dei motori. Suo padre lavorava per una fabbrica d’auto, e gli ha trasmesso la passione. Questo amore sviscerato traspare in Cars, commedia dai buoni sentimenti, senza per questo cadere nel patetico, anzi, tutto è giocato in modo molto ironico. Inutile dire che l’animazione è d’avanguadia.

Solo Dio perdona (2013)

Dio perdona, lo spettatore no

di Marcello Moriondo

Il film di Nicolas Winding Refn è una vera delusione. Quando al termine della proiezione per la stampa ho sentito i numerosi applausi coprire i fischi, sono rimasto sconcertato. Ho pensato di non aver colto il sottile messaggio lanciato da Refn. Poi, che probabilmente è la solita vecchia storia, cioè che il cinema è soggettivo, che i gusti sono gusti, bla bla bla… Va bene tutto, ma quando è brutto è brutto.

Chi ha visionato l’ultimo film del regista, Drive, non può che rimanere deluso. Il percorso di Refn, dalla sperimentazione alla consapevolezza della ripresa cinematografica, fino all’arrivo del “moderato” Drive, non poteva che far sperare in un’ulteriore evoluzione verso il raggiungimento del buon cinema. Così purtroppo non è stato. Abbiamo assistito a una storia prevedibile, presa a pretesto per giustificare immagini fisse alternate a scene d’azione d’ingiustificata efferatezza: occhi strappati, oggetti da cucina conficcati a più riprese sugli arti, la katana del poliziotto giustiziere che mozza mani, taglia gole e apre gli addomi lasciando enormi squarci. Gli scontri a mani nude, che lasciano volti tumefatti e impiastrati di sangue, al confronto sembrano buffetti tra innamorati. Il motto è: occhio per occhio. Tu uccidi mia figlia, io uccido te. La legge mozza la mano colpevole e nel frattempo la faida ha inizio. Parenti e poliziotti, gli uni contro gli altri. Tutti contro tutti.

La prima parte sembra (in negativo) rubata a un episodio di Twin Peaks, di David Lynch. Tappezzeria e tappeti rossi, luci intermittenti, visioni oniriche, musica da fonderia (ma non c’è Badalamenti)… ci si aspetta da un momento all’altro l’apparizione del nano danzante. Naturalmente Refn non è Lynch. Del resto, lo stesso regista, dice nelle note: “Questo film è come un florilegio di tutti i film che ho girato finora. Ryan Gosling e Kristin Scott Thomas sprecati. Una visione faticosa e frustrante.

BLONDES HAVE MORE GUNS (1996)

Troma docet

di Marcello Moriondo

Il film è una evidente parodia di Basic Instinct, e allo stesso modo inizia. Una bionda di cui non si vede il volto (però non è Sharon Stone), è seduta nuda a cavalcioni su un tipo legato al letto. I vogliosi “sìììì” dell’uomo si trasformano in breve in “noooo” quando nelle mani di lei appare, non un punteruolo per il ghiaccio, ma una motosega. Seguendo una pista tracciata da un invito matrimoniale, il detective Harry Bates arriva alla sposa, la platinata Montana Beaver. La giovane è convocata per la classica scena dell’interrogatorio. Tra una gag e l’altra apre anche le gambe, ma la prospettiva che riguarda lo spettatore, vista da dietro, sotto la sedia, non rivela nulla sulla presenza o meno di biancheria intima. La seconda volta le accavalla e dagli slip fuoriesce un testicolo. Il segugio della polizia è un attore che indossa il costume da cane. Era il partner di Bates, che non ha mai superato il trauma per la morte del suo cane, quindi ne ha preso il posto. Harry dice: “Era un buon poliziotto, ora è un buon cane.” Facciamo due conti di quello che appare: sedici seni, ventuno morti ammazzati, sangue a secchiate, diversi sniffamenti di coca, diet cola che sprizza, un rapporto sessuale con gocciolamento di cera bollente da un candelabro ebraico, un altro con motosega, un altro ancora con strangolamento, altri due per ricostruzione scientifica a fini investigativi, alcuni coiti a base di pizza e cartoni animati con rumori annessi, alcuni travestimenti, un cane poliziotto un po’ troppo umano. Si sprecano le voci fuori campo, dalla televisione, dagli altoparlanti, negli ospedali, tramite gli spot pubblicitari demenziali. Un esempio della demenzialità: un addetto alla sicurezza nota qualcosa di sospetto sul suo monitor, porta la mano alla pistola e grida: ”Copritemi!”. Un poliziotto subito gli getta addosso una coperta. Oppure, Harry: “Vorrei avere tre figli, così se uno diventa gay posso disconoscerlo e non rimango con un figlio solo.” Tra una demenza e l’altra, Harry Bates deve sfuggire ai colpi mortali dell’assassino e svelarne l’identità. Oltre a decidersi se vuole portarsi a letto Montana o la sua sorellastra gemella Dakota. Come ne Il silenzio degli innocenti (ma non succede anche in Twin Peaks?), durante l’autopsia parte la battuta: “Aspetta, questo cos’è? C’è qualcosa nella sua bocca!” Il gioco della cera è un riferimento diretto a Body of Evidence (però non c’è Madonna) e le due sorellastre gemelle sono figlie di Analisi finale (però non ci sono né Kim Basinger né Uma Thurman.