Va e viene (2003)

Il testamento di Monteiro

di Marcello Moriondo

VA E VIENE, scritto e diretto da Joao César Monteiro

con Joao César Monteiro, Rita Pereira Marques, Joaquina Chicau

prodotto da Paulo Branco, Portogallo 2003, 175 minuti, colore

Quando si sono spente le immagini e il buio ha avvolto l’enorme sala Lumiere del Palais, è partito un lunghissimo, commosso applauso. Questo avveniva a Cannes nel 2003, il film in questione era Vai e vem e il regista era Joao Cesar Monteiro, scomparso qualche mese prima.

Il dissacrante regista non risparmia nessuno: la Chiesa, gli Stati Uniti, il sesso. La sua satira si fa feroce soprattutto verso l’Amministrazione Bush. Le barzellette antiamericane che paragonano i marines in Afghanistan a dei porci, l’enorme fallo estratto dalle viscere del protagonista e posato poi come una reliquia sull’altare, sotto una bandiera Usa. Il film è intriso di battute che vanno e vengono insieme al protagonista su un autobus che attraversa la città. Le donne sono come sempre l’oggetto del desiderio di Joao. Ci sono cameriere che si alternano come schiave, una con lunga barba da rabbino. Poi le adolescenti, nei sui pensieri come ai tempi di La commedia di Dio (uscito accorciato in Italia, non si sa bene perché), qui incarnate nella ragazza sull’albero e la ragazzina in bicicletta inseguita con movenze satire dal regista.

Imperdibile la sequenza con la doppia versione di Bella ciao (quella delle mondine e quella parti.giana) mentre Monteiro lava il pavimento.

Burn After Reading – A prova di spia (2008)

Chi spia chi

di Marcello Moriondo

Osborne Cox (John Malkovich) è uno stimato analista della potentissima CIA. Convocato dall’Agenzia al suo quartier generale di Arlington, si ritrova improvvisamente licenziato. Inconsapevolmente, l’organizzazione innesca una reazione a catena che mette in discussione la segretezza e l’affidabilità della CIA stessa. Infatti, Cox non accetta proprio di buon grado l’estromissione e decide, anche grazie alla sua dipendenza alcolica, di scrivere le sue memorie, facendo nomi e cognomi di agenti segreti amici e nemici, compromettendone la copertura e diventando così una scheggia impazzita all’interno degli apparati di sicurezza. Il licenziamento non è l’unico problema dell’analista. Sua moglie Katie (Tilda Swinton) lo tradisce da tempo con Harry (Gorge Clooney) uno sceriffo federale con cui ha intenzione di trasferirsi. I guai di Osborne arrivano al culmine quando perde il cd delle sue memorie nella palestra che frequenta abitualmente.

Chad (Brad Pitt), dipendente del Fitness Center, trova il cd e lo visiona insieme alla sua collega Linda (Frances McDormand), una donna alla ricerca del denaro necessario a un intervento di chirurgia estetica. I due, una volta compreso di che tipo di materiale sono venuti in possesso, decidono di usarlo per trarne dei benefici economici, cioè ricattando Osborne Cox.

Fallito in primo esilarante approccio tra Chad e l’analista, la coppia di ricattatori decide di contattare un agente straniero, dipendente dell’Ambasciata russa, trovato nell’elenco di spie redatto da Osborne.

Nel frattempo Linda, che fissa appuntamenti galanti via internet, si incontra con Harry, che condivide lo stesso vizietto e che si è trasferito in casa di Osborne, sfrattato senza tanti complimenti dalla moglie. Qui il cerchio dei personaggi si chiude e inizia una frenetica e spassosa caccia al cd e alle persone che ne sono coinvolte.

Se la CIA presentata nel film di Joel e Ethan Coen fosse realmente così pressapochista, c’è da chiedersi quanto siano attendibili le analisi dell’Agenzia, e quindi dall’Amministrazione Usa, in fatto di politica estera e di sicurezza nazionale. Ma forse i due fratelli hanno voluto solo divertirsi (come hanno del resto confessato), dopo il grande successo di Non è un paese per vecchi, coinvolgendo gli amici di sempre, gli stessi che hanno fatto perdere la testa agli starnazzanti fan durante l’obbligatoria passerella alla Mostra del cinema di Venezia. Gorge Clooney, che qui vive con terrore una sindrome di persecuzione e vede spie ostili ovunque intorno a lui. Frances McDormand, ossessionata dagli appuntamenti al buio e dalla chirurgia plastica, incosciente al punto da non accorgersi del rischio cui incorre ricattando le organizzazioni spionistiche delle grandi potenze. Richard Jenkins, direttore del Fitness Center, innamorato di Linda, che aiuta nonostante disapprovi l’operazione cd. E poi lo stralunato Brad Pitt, amico dei Coen anche se non ha mai lavorato per loro, con l’innocenza tipica degli imbranati e la sua macchiettistica ripetizione del nome di Osborne Cox. Anche Malkovich lavora per la prima volta con i due registi, e ben s’adatta a rappresentare l’analista spione alcolista e collerico, che mal sopporta la frustrazione di cui è afflitto.

E poi le due agenzie, quella Usa e quella russa. Gli americani che si accusano a vicenda degli insuccessi passati e hanno un direttore tentennante, più ostaggio degli avvenimenti che decisionista. L’Ambasciata russa, paravento di spie con uffici nei sotterranei, in fondo a lunghi corridoi che sembrano le corsie di un carcere di massima sicurezza.

Ci sarebbe da dire anche sul titolo. Molto ironico quello originale, Burn After Reading, quanto scontato e più da block buster made in Usa quello scelto dalla distribuzione italiana, A prova di spia.

I fratelli Coen hanno scritto il film parallelamente a Non è un paese per vecchi, forse con la mano sinistra, ma non importa. È godibilissimo, gli attori si sono messi in gioco quanto basta, interpretando ruoli scritti espressamente pensando a loro e ben venga un po’ di leggerezza e di dissacrazione.

La colonna sonora è del fedelissimo Carter Burwell che, oltre a essere il musicista di fiducia dei Coen, ha composto le musiche anche di Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee.

Via da Las Vegas, di Mike Figgis (1995)

L’amore senza futuro

di Marcello Moriondo

Della serie: continuiamo a farci del male. Ci sono film i cui protagonisti viaggiano masochisticamente verso una relazione destinata a non avere futuro, l’amore impossibile. Lo sanno dall’inizio, e lo sa lo spettatore. E’ il caso di Via da Las Vegas, di Mike Figgis, tratto dal romanzo di John O’Brien, che si è meritato ben quattro candidature all’Oscar 1996.

Ben (Nicolas Cage, candidato all’Oscar) è un alcolizzato , è sceneggiatore a Hollywood ed è disperato. La moglie l’ha mollato (non ricorda più se l’ha mollato perché beve o se beve perché l’ha mollato). Gli amici lo invitano esplicitamente a non farsi più vedere a causa dell’imbarazzo che provoca il suo stato e stanchi di rilasciare prestiti a fondo perduto. Neanche gli incontri occasionali con l’altro sesso sembrano funzionare. C’è una sequenza iniziale in cui cerca di abbordare Valeria Golino in un bar (dove sennò?), ma lei dopo un breve tentennamento se ne va: è troppo ubriaco. Anche con le prostitute è un fallimento: si addormenta prima di iniziare il rapporto. La sua vita è una bottiglia: beve al bar, a casa, in auto mentre guida e in ufficio. E proprio in ufficio, tra una sorsata e l’altra, gli viene consegnata la liquidazione. Questi soldi, sommati a quelli del conto in banca, che estingue, saranno il capitale necessario a realizzare il suo progetto. Raccoglie vestiti, libri, documenti, passaporto, fotografie, insomma tutto quello che può fare riferimento al passato, ne fa un bel mucchio e gli da fuoco. Prende l’auto e si trasferisce a Las Vegas, città dell’illusione, dove i bar non chiudono mai, deciso a bere fino a morirne.

Sara è una prostituta, Sara (Elisabeth Shue, candidata all’Oscar), che opera a Las Vegas, dopo essere fuggita da Los Angeles e dalle mani del protettore Yuri (Julian Sands), sordido e manesco, ricercato dalla mafia russa alla quale ha fatto uno sgarbo. Purtroppo Yuri la rintraccia e riprende a sottoporla a vessazioni e a pretendere percentuali sempre più cospicue. Come in un documento televisivo, apprendiamo delle prestazioni e frustrazioni di Sara attraverso le sue stesse parole, forse rivolte a un analista. Mentre si appresta a raggiungere un cliente, viene quasi investita da Ben, appena giunto a Las Vegas, che come d’abitudine guida in stato d’ebbrezza. Lei lo insulta, gli lancia un gestaccio e prosegue ancheggiando verso nuovi clienti. Già questo dovrebbe far pensare al ‘no future’, ma si sa, nel cinema nulla è dato per scontato.

Ben riempie il suo bel carrello del supermarket di bottiglie di ogni genere e se lo porta come bagaglio in un motel dove prende alloggio. Il fato e la sceneggiatura di Figgis (due candidature all’Oscar: regia e sceneggiatura non originale) li fanno rincontrare, lui sempre in macchina sbronzo, lei sempre per strada a rimorchiare. Lui le offre 500 bigliettoni e lei accetta. Accetta anche di rimanere con lui tutta notte nonostante Ben non sia in grado di avere un qualsiasi rapporto sessuale. E’ affascinata dalla dolcezza che traspare dietro il volto abbruttito dell’alcol.

Intanto i tre mafiosi russi stanno stringendo il cerchio intorno a Yuri, che perde grosse somme al tavolo da gioco. Per questo motivo quando Sara torna con i soli soldi di Ben lui la percuote. Quando si ripresenta con un incasso migliore lo trova terrorizzato. La manda via, per sempre. Uscendo dalla stanza, Sara incrocia i mafiosi russi. Per Yuri è finita. Finalmente libera, la giovane prostituta decide di accogliere l’invito a cena di Ben. E’ evidente che i due si attraggono reciprocamente. Lei propone all’alcolizzato di trasferirsi a casa sua. Inizia questo amore impossibile e platonico, dettato da due regole precise: Sara non deve mai impedire a Ben di bere, lui non si deve intromettere nella professione di lei. Le condizioni di Ben peggiorano a vista d’occhio e Sara decide una vacanza in un motel nel deserto insieme. La cosa sembra funzionare, ma l’alcol non perdona e i due sono cacciati. A Las Vegas, preoccupata per la salute di Ben, Sara rompe il patto e propone di chiamare un medico. Tornando dal ‘lavoro’, trova Ben con una prostituta e lo sbatte fuori casa. E’ l’inizio della fine. Sara è ora più vulnerabile, si fa rimorchiare da tre teppistelli di un college che la stuprano. Anche un casinò, abituale luogo di abbordaggio diventa per lei terra bruciata, non le fanno più mettere piede. Inoltre i padroni di casa la mettono su una strada. Prima di lasciare definitivamente l’appartamento, riceve una telefonata da Ben: la vuole vedere. Sarà la loro ultima notte d’amore. Solo Sara si risveglierà il mattino seguente.

Nella parte centrale del film, c’è un passaggio in cui la televisione trasmette un altro amore senza futuro, quello conflittuale di Joseph Cotten per Alida Valli in Il terzo uomo, di Carol Reed, Palma d’Oro a Cannes nel 1949. Lei ama Orson Welles che Joseph è costretto a tradire causandone la morte. In uno dei migliori finali della storia del cinema, accompagnato dalla musica di Anton Karas, Joseph attende il passaggio di Alida che arriva camminando in una lunga sequenza dal fondo del viale, gli passa accanto senza degnarlo di uno sguardo e prosegue tranquilla il suo cammino.

Come Alida, a Sara sfuggono di mano i due veri uomini della sua vita, il loro amore era senza futuro. Yuri eliminato dalla mafia russa e Ben dalla bottiglia.

Oltre a Valeria Golino appaiono in brevi sequenze, se non in veri e propri attimi, alcuni artisti amici. Mike Figgis è un mafioso russo e appare in una foto pubblicitaria sui taxi, Julian Lennon è un barista, il regista Bob Rafelson è un passante, Mark Coppola, cugino di Cage, è un croupier.

Intervista a Asia Argento (1996)

Un argento di ragazza

di Marcello Moriondo

“Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare da piccola e avendo scelto io di lavorare, ho sempre potuto scegliere i film da interpretare, dato che fino a 16 anni non mi serviva questo per mantenermi. Poi a 16 anni ha iniziato a mantenermi da sola. Li ho amati tutti i miei film, proprio perché li ho scelti io”

Asia Argento brilla di luce propria. E’ figlia d’arte ma dimostra un talento naturale che la scagiona da qualsiasi sospetto di nepotismo. Poeta, scrittrice, sceneggiatrice, regista di corti, Asia a soli otto anni pubblica il suo primo libro di poesie e un anno dopo debutta come attrice inSogni e Bisognidi Sergio Citti. Da allora ha recitato per una lunga lista di autori prestigiosi, da Cristina Comencini a Michele Soavi, da Nanni Moretti a Michele Placido, da Giuseppe Piccioni a Carlo Verdone. Un David di Donatello alle spalle, Asia ha recitato anche in Francia ne La regina Margot di Patrice Chereau. Ultimo della lista Compagna di viaggio. Ma la sua grande soddisfazione è stata recitare da protagonista in due film diretti dal padre Dario: Trauma e La sindrome di Stendhal.

Come attrice, che cos’hai in cantiere?

C’è il film con Michel Piccoli di Peter Del Monte che si chiama Compagna di viaggio. Penso che andrà al Festival di Cannes. Parla di una ragazza un po’ selvaggia, che sarei io, cui chiedono come lavoro di seguire un signore anziano. Lui ama fare passeggiate ma soffre di vuoti di memoria. Un bel giorno questo signore anziano, interpretato da Michel Piccoli, sale su un treno. Io sono costretta a seguirlo e inizia un lungo viaggio. Io lo seguo da lontano e lui forse sa di essere seguito. Altre offerte che mi piacevano in questo momento non ne ho ricevute, quindi magari farò un viaggio, probabilmente in America.

Sei rimasta in contatto con Piccoli?

Sì, ci scriviamo sempre. E’ una cosa molto carina, perché è un signore meraviglioso. Io davvero me lo sposerei. Credo di essermi innamorata di lui è un uomo fantastico. Ha il cuore giovane, è divertentissimo. Mi ha raccontato delle cose incredibili.

Sei anche regista. Hai qualcosa in mente?

C’è un progetto. Farò un altro cortometraggio. Un’idea presa da un racconto di Marcel Shwob. Una storia bellissima, con tre protagonisti. Mi hanno chiesto di farlo e l’ho scritto.

Pensi di proseguire nella regia?

Questo per me è già tanto, perché so che non è questa la mia strada. A me piace scrivere. Mi sono divertita a scrivere la riduzione per il cinema di questo racconto che amavo. Non credo che farò la regista. Io in realtà scrivo racconti, l’ho capito nel fare i due cortometraggi. La parte che ho amato di più è stato scrivere e montare, scrivere è una cosa molto creativa, recitare è una cosa più esecutiva, nonostante quel che gli attori vogliano far credere. Comunque ho solo 20 anni, non so cosa farò di preciso, magari finirò a fare la massaia. Figli no., che li metto a fare i figli al mondo adesso? E’ tutta una schifezza. Comunque faccio un sacco di cose che la gente non sa. Ho fatto un disco in cui parlo accompagnata da musica sperimentale. E’ strano. Sarebbe come un film, perché l’abbiamo registrato in esterni. E’ una storia.

Dove hai pubblicato i tuoi racconti?

Su riviste tipo “Dynamo” e su quotidiani.

E la poesia?

La poesia l’ho accantonata perché sono diventata molto più concreta. Purtroppo ho perso quell’animo baudelairianodell’infanzia.

E’ vero che tenevi tre diari?

Sì, volevo dividere un po’ le cose. In uno scrivevo i sogni. Purtroppo negli ultimi anni non ne ricordo neanche uno. Forse perché mi nego la parte più nascosta. In un altro scrivevo le sensazioni personali, i pensieri in libertà, la scrittura automatica. Nel terzo quello che succedeva.

Avevi dei sogni ricorrenti?

Ne avevo uno terribile. Sognavo che stavo a casa e arrivava un sacco di gente. Io sono una persona solitaria e non la volevo questa gente. Volevo cacciarli ma loro parlavano sempre di più, non sapevo con chi prendermela. Questo è l’ultimo sogno ricorrente che ricordo.

Rimpianti del tempo perduto?

E’ come guardare l’orologio. Io non lo porto, perché uno perde tempo a guardare il tempo. Non voglio perdere tempo a pensare al tempo perduto.

Hai detto che il tuo ideale di donna è Giovanna D’Arco. Va bene che era un’eroina, ma la sua fine…

La sua fine non è stata colpa sua ma degli uomini cattivacci dell’Inquisizione. Di lei mi piace la storia di donna che vuole cambiare il mondo. Una donna coraggiosa che per un fine dona sé stessa.

Ti senti coraggiosa?

Forse sì. Dipende dalle situazioni. Poi, a seconda di queste, uno sceglie tutto nella vita, se essere coraggioso o codardo.

Hai visto il film di Rivette su Giovanna D’Arco?

No. Cerco il film muto di Giovanna D’Arco, perché anche la Bergman l’ho trovata rigida.

La figlia di un regista horror ha delle paure?

Una certa è quella delle cavallette che me ne fanno tanta. Un’altra a questo punto è di abbandonarmi a delle persone. Anche di essere abbandonata. E’ brutto.

Nel film La sindrome di Stendhal tiri di pugilato. E’ vero che lo fai anche nella vita?

Sì, faccio pugilato da due anni. Oltre il cinema e lo scrivere è la mia più grande passione. E pensare che per me gli sport, le palestre, erano una palla mai vista. Mi piace fare a botte, stare là tre ore a sudare con tutti i torelli alti un metro e 90, con delle braccia così…menarmi con quelli e poi dargli pure una bella papagna.

Hai mai fatto a botte fuori delle palestre?

No. Però l’ho desiderato, in un momento di aggressività, per proteggermi. Questo quando mi sentivo giudicata a volte da dalle ragazze che mi insultavano. Gli avrei voluto dare una bella papagna ma mi sono trattenuta: preferisco darla ai torelli, che se le meritano. A un mio amico, mentre ci allenavamo a casa, ho dato una papagna sull’orecchio e gli ho fatto davvero male, poveraccio.

Hai qualche storia sentimentale in corso?

Mi sono buttata a capofitto nell’amore una volta in vita mia… poi è andata male. Quindi a questa cosa dell’amore ci credo poco. Adesso sono sola.

Hai detto che vivi sola da due anni. Ti trovi bene?

Ultimamente non troppo bene. Fortunatamente ci sono sempre i miei amici con me. La casa è piccola.

E’ quella che si è vista su Videomusic, a “Telekommando”?

Sì. Come hai potuto vedere non è che ho i tavolini di cristallo o i quadri di valore. Vivo alla buona, come una qualsiasi ragazza. Forse andrò a vivere con due mie amiche a cui voglio molto bene. Non mi piace più sentirmi sola. Una volta ci tenevo tanto, ora invece non lo voglio più. Sono un po’ triste.

Mah…

Sei ancora nella fase di abbandono?

A History of Violence (2005)

Nulla è come sembra

di Marcello Moriondo

A History of Violence, fumetto di culto di John Wagner e Vince Locke, della DC Comics, è diventato film, un thriller sceneggiato da Johs Olson per la regia di David Cronenberg.

In una tranquilla cittadina, dove tutti si conoscono, vivono Tom (Viggo Mortensen) con la moglie Edie (Maria Bello) e due figli. Tom gestisce una caffetteria e sembra aver passato tutto il tempo a prepararsi a costruire una famiglia. O almeno è quello che noi crediamo. Il figlio maggiore è sotto tiro dai soliti bulletti nel liceo locale che frequenta, la piccola è bella come una bambolina e Edie, come Tom, vive per la propria famiglia. Ma all’improvviso Tom diventa un eroe. Due pericolosi assassini entrano nel suo locale e minacciano con le armi i pochi presenti. Tom con un abile colpo di mano sventa l’aggressione e uccide i due delinquenti. Reazione spropositata da parte del tranquillo Tom o un’azione istintiva? Sembra più una mossa da consumato professionista della violenza. A questo punto è evidente che non può essere un’azione dettata semplicemente dalla paura o dalla difesa dell’incolumità dei presenti e della proprietà. La sua reazione, anche se a fin di bene, è eccessiva, spaventa. Disorienta anche Edie, che stenta a riconoscere il mite carattere che conosceva in lui. A questo punto è il passato di Tom che torna a cercarlo, risvegliato dalle immagini televisive, che vagano di stato in stato, raccontando dell’eroe per caso, che s’è fatto giustizia da sé. Nella tradizione della DC Comics le storie si evolvono, trasformando i personaggi e rivelando la loro natura celata, le origini inconfessate. Così è anche nel film di Cronenberg, che trasforma i suoi interpreti. Tom, per il mantenimento dello status quo, si lascia prendere la mano e ora è uno spietato vendicatore che fa i conti col proprio passato. Suo figlio maggiore “sistema” a cazzotti i bulli importuni e arriva a uccidere un uomo per legittima difesa. Edie si adegua al cambiamento, passando dal rapporto sessuale adolescenziale col dolce maritino, vestita da cheer-leader, in camera da letto, al sesso violento e selvaggio col compagno killer sulle scomode scale di legno che portano ai piani superiori.

Il passato di Tom si presenta con dei personaggi di tutto rispetto. Il primo è Ed Harris, sfregiato per l’occasione, e possiamo benissimo immaginare chi ha fatto la decorazione sul volto del gangster. Ma la chicca è il boss malavitoso, nonché fratello di Tom, un imperdibile e divertente William Hurt. Si assiste praticamente a due film. C’è la vita tranquilla e quasi monotona della piccola comunità provinciale americana, con la famiglia convenzionale, la sua casetta conquistata, come la stima personale, grazie a un onesto lavoro e i classici tic adolescenziali nei licei. Poi c’è la seconda parte e la pellicola vira di genere, diventa un thriller. I toni si accendono, la fiducia si sgretola e le personalità si scompongono, ritornando alle identità originarie. Il tutto condito da un umorismo nero, che caratterizza i vari protagonisti. Forse una metafora della stessa società americana, dove l’anima nera della guerra, repressa a fatica per anni, è tornata con la sua violenza a insanguinare il pianeta.

Come spesso accade nel passaggio dal fumetto al cinema, quello che viene rappresentato è solo un aspetto del racconto grafico. I personaggi raffigurati sono solo una parte del popolo che anima la storia e soprattutto manca il background, cioè la vita passata di Tom e le sue vicissitudini future, presenti invece nel comics. È molto lontano comunque dalla riduzione fatta da Rodriguez di Sin City di Miller, non ci sono effettacci né riproduzioni che possano riportare alla creazione cartacea, anche perché, oltre al personale metodo registico di Cronenberg, le tavole di Wagner e Locke hanno un aspetto letterario abbastanza tradizionale, senza gli scomponimenti tanto cari a Miller. Del resto il canadese Cronenberg ha sempre manipolato le opere letterarie e i testi che poi sono diventati film nelle sue mani. Basti pensare a lavori come l’ambiguo Crash da James G. Ballard, o a Inseparabili da Twins di Bari Wood, oppure il visionario Il pasto nudo dal romanzo di William Burroughs e l’angosciante Spider tratto da Patrick McGrath. Per non parlare dalla mirabile trasformazione della Zona morta di Stephen King. Tutti marchi personali che, anche grazie alla scelta felice degli attori protagonisti, fanno di Cronenberg uno dei migliori registi contemporanei. A History of Violence è arrivato nelle sale italiane, dopo essere passato con successo di critica e pubblico al Festival di Cannes nel 2005.

SOUTHLAND TALES (2006)

Sognando la California, dopo la bomba

di Marcello Moriondo

Un film presentato in concorso al Festival di cannes

Diretto da film di Richard Kelly
Con Dwayne Johnson, Seann William Scott, Sarah Michelle Gellar, Mandy Moore, Miranda Richardson, Kevin Smith e David McDivitt
Fotografia: Steven Poster
Scenografia: Alexander Hammond
Montaggio: Sam Bauer
Musica: Moby

Inizialmente girato in video, è ambientato a Southland, termine che indica la parte sud della California, dopo l’esplosione della bomba nucleare. È il 2008 e si incrociano storie di vari personaggi. La bomba atomica non aveva creato mostri. Vi troviamo invece un gruppo neo-marxista, un poliziotto, citazioni dalla Bibbia: tutto per contrastare il colosso US-I Dent, che ha alterato seppur impercettibilmente la rotazione della terra a beneficio di un generatore di potenza che serve a sostituire l’energia, ormai mancante sulla terra. Krysta Now vuole fare soldi alla svelta con una linea di bellezza, un profumo o qualcosa di simile, e questo è davvero un cambio di carriera se pensiamo che si è sempre dedicata al porno e alla realizzazione di film XXX. UPU2 è il posto dove lavora il poliziotto: la tecnologia è avanzata e possiamo seguire su maxi-schermi le operazioni della polizia contro il gruppo eversivo. Dopo la guerra nucleare molti sono i reduci di guerra, tornati magari con qualche menomazione, a presiedere una società tenuta insieme a fatica. Il disagio che si respira è percepibile, un post-atomico metafora del mondo odierno.

La pellicola rimane lontana dal mitico Donnie Darko, precedente film e grande successo di Richard Kelly. , anche se possiamo considerare notevole il lavoro di post-produzione e di effetti speciali: c’è addirittura la creazione di un dirigibile, un moderno Zeppelin, superaccessoriato e di lusso, che arricchisce il livello di contaminazione al fumetto e alla pop-art. Il tutto accompagnato da una colonna sonora variegata, trainata dal leitmotiv di Moby.

Primavera 2020 – 9

La mattanza

di Marcello Moriondo

Oggi è un’assolata giornata di primavera, dove, grazie alla cosiddetta ‘fase 2’, si può vagabondare per le strade, apparentemente in semi normalità. Liberi tutti, quindi. Basta con la scusa del cane, che magari lo si andava a prendere al canile per l’occasione. O con la scusa della corsetta giornaliera, effettuata da improvvisati runner che manco passeggiavano prima del covid 19. O la spesa al supermarket, che in condizioni normali ci si andava una volta alla settimana: adesso due volte al giorno.

Una primavera di cielo sereno e libertà, quindi? Ci credete davvero?

Scrivo sottovoce per non risvegliare Cassandra. So già cosa mi direbbe la cara, vecchia Cassie: “Non è assolutamente finita! Voi mortali non avete capito pro…..

Okay, lasciamo perdere. Certo che su tante altre cose avrebbe ragione. Fatichiamo a capire. Dobbiamo ricordarci le cose ogni volta con anniversari e commemorazioni.

Come oggi, a 28 anni dalla strage di Capaci, organizzata per mettere fuori gioco uno dei più pericolosi nemici di Cosa nostra: Giovanni Falcone, morto in quella primavera di cui la mafia voleva riappropriarsi, per proseguire con i suoi sporchi e deleteri affari.

A precedere questo triste avvenimento, c’è stata quella che potremmo chiamare la primavera della giustizia, quella giustizia che ha avuto il coraggio di ribellarsi alla mafia e di combatterla. Se fosse una canzone si intitolerebbe Maledetta primavera, poiché le sue foglie sono macchiate del sangue di onesti e coraggiosi servitori dello Stato, che hanno dato la loro vita per non aver chiuso gli occhi, come molti loro colleghi.

Li voglio ricordare oggi, in questa primavera segnata dalle discrepanze lasciate da un virus ancora lontano dall’essere sconfitto.

Ricordarli uno per uno, per non dimenticare. Sicuramente qualche lacuna l’avrò inconsapevolmente lasciata e mi scuso per questo.

Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia muore in un agguato mafioso mentre è in auto con moglie e figli. Stava preparando un nuovo progetto politico e amministrativo.

2 luglio 1980. Il capitano dei carabinieri Emanuele Basile viene ucciso da un mafioso che gli spara alle spalle mentre era in compagnia della moglie e la figlioletta di 4 anni. Stava indagando su Boris Giuliano e sul traffico di stupefacenti. Aveva appena consegnato il fascicolo a Paolo Borsellino.

Il 6 agosto 1980. Tutta Italia ha gli occhi su Piazza Maggiore, dove si svolgono i funerali delle vittime della strage alla stazione di Bologna. A Palermo la mafia ne approfitta per assassinare il Procuratore capo di Palermo Gaetano Costa, responsabile di aver firmato i mandati d’arresto per diversi affiliati a Cosa nostra. In seguito a questo omicidio, a Giovanni Falcone, da poco a Palazzo di giustizia di Palermo, viene assegnata la scorta.

Il 30 aprile 1982 Carlo Alberto Dalla Chiesa arriva a Palermo con la nomina di Prefetto. Come regalo di benvenuto, lo stesso giorno, la mafia uccide il segretario del Partito comunista siciliano Pio La Torre. Il 3 settembre dello stesso anno, a poco più di quattro mesi dal suo insediamento, Dalla Chiesa (senza scorta) viene assassinato assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro.

Il 25 gennaio 1983 il giudice Ciaccio Montalto viene abbattuto dalla mafia a colpi di mitraglietta mentre sta rientrando a casa. Era appena tornato da Trento, dove si era incontrato col procuratore Carlo Palermo, che indagava sui collegamenti tra traffico di droga, vendita delle armi, conti all’estero di imprenditori e politici.

Il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo, che ha preso il posto di Emanuele Basile, viene assassinato in un agguato mafioso insieme ad altri due carabinieri il 13 giugno 1983.

La prima strage di mafia dei tempi moderni fu per eliminare il giudice istruttore Rocco Chinnici, amico del collega Gaetano Costa, con cui scambiava le osservazioni sulle indagini in ascensore o in terrazza, perché non si fidava di nessuno nel palazzo. Visto il lavoro di Falcone e Borsellino, ebbe per primo l’intuizione sulla necessità di istituire un pool antimafia. Riaprì diversi casi archiviati, tra cui l’assassinio di Peppino Impastato. Rilasciò anche un’intervista al giornalista Giuseppe Fava, fondatore de ‘I siciliani’. Il 29 luglio 1983 un’autobomba piazzata davanti la sua abitazione esplose uccidendo lui, due uomini della scorta e il portiere dello stabile.

Pippo Fava fu assassinato con cinque proiettili alla nuca il 5 gennaio 1984.

Il 23 dicembre dello stesso anno, la mafia manda un avvertimento al Governo. La modalità è tipica della brutalità schifosa di Cosa nostra: una bomba sul rapido 904 Napoli-Milano, uccide 16 persone innocenti.

Il 2 aprile 1985 avviene la ‘Strage di Pizzolungo’. Cosa nostra cerca di assassinare Carlo Palermo, da poco tornato a Trapani, tramite un’autobomba, che esplode proprio nel momento in cui transita la volkswagen di Barbara Rizzo, con a bordo i suoi due gemelli di sei anni. Al posto del giudice morirà così una madre di 30 anni con i suoi bambini.

Nel frattempo, il pool di cui fanno parte Falcone e Borsellino, coadiuvati dal Commissario Ninni Cassarà, raccoglie gli elementi sufficienti per poter spiccare numerosi mandati di cattura, anche grazie alle dichiarazioni del più importante collaboratore di mafia Tommaso Buscetta. L’operazione, guidata da Cassarà, metterà per la prima volta, nella sua storia, la mafia in ginocchio. L’amico di Cassarà, il Commissario Beppe Montana, che scoprì l’arsenale di uno degli arrestati, Michele Greco, detto ‘il papa’, viene assassinato il 28 luglio 1985. Pochi giorni dopo, il 6 agosto, a cinque anni esatti dalla morte del giudice Costa, Cassarà viene trucidato davanti alla porta di casa.

Il 26 settembre 1988 un altro famoso giornalista viene assassinato: Mario Rostagno, tra i fondatori del locale Macondo di Milano e creatore di una comunità per tossico dipendenti. Come Peppino Impastato, attaccava per radio, con nomi e cognomi, mafiosi e politici che considerava collusi con Cosa nostra.

Il resto è storia, quella che cerchiamo di trasmettere ai nostri ragazzi per educarli alla legalità; perché abbiano la consapevolezza di cos’è giusto e di cos’è sbagliato; perché abbiano gli strumenti culturali per sfuggire dai tentacoli di quella che appropriatamente è stata definita una ‘piovra’; per magari vederli in futuro impegnati nel combattere questo mostro.

Oggi ricordiamo il triste seguito di quella mattanza, nonché il raggiungimento del suo apice: la strage che ha visto la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Apice che non si esaurisce con la strage di Capaci. Due mesi dopo anche l’altro pilastro del pool antimafia, Paolo Borsellino, viene assassinato in una strage che coinvolge altri cinque servitori dello Stato: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Costa, Claudio Traina. Borsellino, come Falcone, stava seguendo, tramite il percorso dei soldi, la traccia che accumunava tutte le persone vittime di questa feroce mattanza: droga, riciclaggio, armi, imprenditoria, politica. Un intreccio implacabile, davvero difficile da sciogliere, considerando il grado di potere che controlla queste criminali organizzazioni.

Sperando nell’arrivo di una nuova primavera, lontana da mafiosi, politici corrotti, industriali lucratori, giornalisti collusi, banche compiacenti.