La Quinzaine virtuale

Laurie Anderson a Cannes

di Marcello Moriondo

La Quinzaine des Realisateurs diventa virtuale grazie a Laurie Anderson e Hsin-Chien Huang.

La rassegna cannense presenterà il loro Go Where You Look! Falling Off Snow Mountain, una serie di tre opere di realtà virtuale.

Anderson, che nel 2013 rimase vedova del compagno Lou Reed, prosegue nella sua ricerca sperimentale con questa sfida, un’installazione virtuale riservata sicuramente a un pubblico non convenzionale.

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Jarmusch apre Cannes

Gli zombie sulla Croisette

di Marcello Moriondo

Sarà The Dead don’t Die di Jim Jarmusch ad aprire il 72° Festival di Cannes.

Nel primo film in concorso presentato sulla Croisette, Jarmusch ci racconta una storia di zombie nella tranquilla cittadina di Centerville.

Gli interpreti sono di alto livello. C’è l’amico del regista Steve Buscemi; Adam Driver, ormai un habitué del Festival, Selena Gomez, che tra tv e concerti riesce a rimanere fedele al cinema; la gelida britannica Tilda Swinton; il malinconico Bill Murray; la musa degli autori indipendenti Chloe Sevigny.

En guerre

La lotta continua?

di Marcello Moriondo

Il suo impegno civile, soprattutto rivolto ai diritti dei lavoratori, Stéphane Brisé lo aveva già dimostrato nel 2015, presentando a Cannes il suo film La legge del mercato, che valse al suo interprete, Vincent Lindon, la Palma per la migliore interpretazione. Poi il regista è tornato sulla Croisette con lo stesso attore e un’opera ambientata ancora nel mondo del lavoro, esattamente all’interno di un conflitto sociale, dove un’azienda è in fase di dislocamento, con numerosi licenziamenti in previsione, dal titolo significativo: In guerra.

È la storia di una guerra che purtroppo abbiamo imparato a conoscere, se non tramite diretti interessati, quantomeno grazie ai canali mediatici. Infatti la Perrin Industrie, descritta nel film, secondo Brisé potrebbe essere la Goodyear o la Continental, la Whirilpool. Ma può essere anche la Pernigotti. Le logiche di acquisizione con relativo dislocamento sono ormai all’ordine del giorno.

La Perrin ha la sede legale in Germania e decide, nel dislocare, di chiudere alcune filiali in Francia nonostante l’aumento dei profitti, sulla pelle di 1100 dipendenti. I lavoratori iniziano un durissimo braccio di ferro con l’azienda, muro contro muro, onde evitare la dislocazione, magari in in qualche paese dell’Est, dove la mano d’opera ha un costo irrisorio.

Tramite la figura di Laurent Amédéo (Vincent Lindon), il regista ci racconta le riunioni, le assemblee, le manifestazioni e gli incontri con i rappresentanti dell’azienda e del governo.

Non ci risparmia nulla, nemmeno la grande divisione tra i sindacati, tra chi è per la lotta a oltranza e chi cede al ricatto di un’appetibile buonuscita. Non mancano le pessime battute sessiste rivolte alle donne che esprimono il loro dissenso.

Il messaggio finale è tremendo: col sistema vigente oggigiorno non esistono le condizioni per variare la crisi occupazionale, anche se poi sembra aprirsi uno spiraglio verso le generazioni future.

Il tutto girato con la camera a mano, quasi fosse un documentario o un reportage di approfondimento di qualche network attento alle problematiche sociali. A volte persino disturbante, soprattutto nelle prime sequenze delle manifestazioni. Molto verosimile grazie anche alla spontaneità e alla naturalezza nella recitazione, come già avevamo notato nelle scene assembleari in Terra e libertà di Ken Loach, che si perdono tuttavia, a tratti, a causa del doppiaggio.

JACKIE

un film di Pablo Lorrain

con Natalie Portman, Peter Sarsgaard

91′ USA, Cile, 2016

Premio per la Miglior Sceneggiatura al Festival di Venezia

Il coraggio di una vedova

di Marcello Moriondo

Dallas, 22 novembre 1963. Il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy é raggiunto da diversi proiettili mentre sfila tra la folla sull’auto con la moglie Jacqueline.

È proprio su quest’ultima, nell’interpretazione da Oscar di Natalie Portma, che si concentra il lavoro del quarantaduenne regista cileno Pablo Lorrain. Come già in Neruda, ci racconta in modo intenso un percorso nella vita di un personaggio tanto famoso quanto chiacchierato: Jaqcqueline Kennedy, detta Jackie.

A una settimana dall’assassinio del Presidente, la vedova Jackie chiama al telefono un giornalista di Life Magazine, Theodore H. White. Gli chiede di andarla a trovare. Da quell’incontro esce un’intervista esclusiva, frutto di un colloquio di circa quattro ore.

Lei, disgustata da come i media e gli uomini influenti, per primo il neo Presidente Johnson, hanno raccontoto gli avvenimenti degli ultimi giorni, l’immagine di Jack e il loro rapporto.

È un fiume in piena, Jackie. Racconta la tragedia; il ritorno con il feretro sull’Air Force One; l’indossare il famoso tailleur intriso di sangue “perché tutti vedano cosa gli hanno fatto: Dallas era tapezzata dalle immagini di John ricercato vivo o morto”. Poi il problema di come raccontarlo ai due figlioletti, John John e Caroline, che dovrebbero festeggiare i rispettivi compleanni subito dopo i funerali. Parla di Bob, di quanto le sia stato vicino. Lei accanto al marito fino alla sua morte, sarà anche (ma questo il film ancora non può dirlo) al capezzale dello stesso Bob cinque anni dopo e lo vedrà spirare.

Viene evidenziato il suo ruolo predominante (nonostante le forti pressioni degli organi di sicurezza e dello stesso Johnson) nella realizzazione coreografica dei funerali, dopo aver visionato i grafici della cerimonia dedicata a Abramo Lincoln.

La realizzazione è suggestiva e coinvolgente. La ripetuta commozione di Jacqueline durante l’intervista, i flashback inseriti grazie a uno splendido montaggio, Le scene reali di repertorio che si frappongono, quando non si intersecano, alle immagini di finzione.

Dal film, e quindi dalle parole di Jackie, traspare la sua profonda conoscenza per l’arte e la Storia dei precedenti presidenti degli Stati Uniti, con una ammirazione per la vedova di Lincoln, che vorrebbe emulare.

La canzone dominante è Camelot, dal musical omonimo, ma è evidente che lei non avrebbe mai potuto essere Ginevra, come John Kennedy, detto Jack, non sarebbe mai diventato Artù.

Come un poliziotto nero combatté il KKK

Un Premio contro il razzismo

di Marcello Moriondo

Spike Lee, scherzando con i fotografi di fronte ai rossi gradini che portano alla sala Lumiere di Cannes, prima di entrare per la proiezione del suo BlacKkKlansman, non sa che al termine del Festival riceverà dalle mani di Benicio Del Toro e Chang Chen la Palma seconda per importanza: il Grand Prix.

Prima di far partire le immagini, il regista ci tiene a farci sapere che quello che stiamo per vedere è tutto fottutissimamente vero. Infatti il film è tratto dal libro autobiografico di Ron Stallworth Black Klansman, che racconta un episodio dimenticato (se non censurato) di quando, nel 1972, Ron prestava servizio presso la polizia di Colorado Springs.

Un tuffo nel passato. Erano i tempi in cui negli USA il Ku Klux Klan, nonostante le dure battaglie per i diritti civili degli Anni ’60, che lo videro in prima linea contro l’integrazione, era vivo e vegeto, pronto ad agire contro neri, ebrei e omosessuali. Stallworth propose ai suoi superiori di infiltrarsi tra i membri del Klan. Naturalmente lo guardarono come se fosse impazzito, anche perché Ron era un afroamericano.

Ma quando spiegò loro il piano che gli passava per la mente, non poterono che dargli tutto l’appoggio possibile.

Il regista ci racconta con ironia di come riuscirono a farsi beffe dei pezzi da novanta del KKK, e fa nomi e cognomi. Per cui vediamo David Duke, allora Gran Maestro del Ku Klux Klan, quello che ebbe il “pregio” di far entrare a pari dititti anche le donne nell’organizzazione. Naturalmente gli stessi diritti non li avevano i neri i gay e gli ebrei, considerati “razza” inferiore. Dike, un democratico divenuto in seguito deputato repubblicano per la Louisiana, condannato anche per evasione fiscale. Nel film questo personaggio lo vediamo nelle immagini di repertorio, quindi interpretato nella fiction da Topher Grace. Corey Hawkins indossa invece i panni di Stokely Carmichael, allora leader delle Black Panther, marito della cantante sudafricana Miriam Makeba. Il loro matrimonio costò alla Makeba la cancellazione di concerti negli States, e il blocco dei suoi pezzi musicali da parte delle produzioni discografiche americane. A impersonare Stallworth è John David Washington (figlio di Denzel), che porta per l’occasione una folta, ricciuta caigliatura, come Laura Harrier, che nel film è Patrice, un’attivista nera con tanto di occhiali e appunto un’aureola di capelli che ricorda, molto da vicino, l’icona di Angela Davis. Ma si sa, allora erano in molte le ragazze di colore ad agghindarsi come la militante comunista.

Naturalmente Ron poteva avere rapporti con il KKK solamente per telefono. Ma quelli del Klan volevano incotrarlo. Così entrò in scena il collega Friz Zimmerman (Adam Driver, il Ben Solo di Star Wars, presente a Cannes in diversi film), di origine ebraica, a sostituirlo fisicamente all’interno dell’organizzazione.

Come è d’uso nei film di Lee, la storia non si esaurisce con la commedia. Assume dei tratti realmente drammatici, come quando vediamo il mitico Harry Belafonte, che interpreta il ruolo di un anziano attivista dei diritti civili, mentre racconta ai giovani del movimento una testimonianza di fatti tragici del passato. Il tutto frammezzato dalle immagini di tensione, pronte a sfociare nel dramma, durante l’operazione dei due agenti infiltrati nel KKK.

Della serie: come un nero e un ebreo sono riusciti a fregare la più potente associazione mondiale di razzisti omofobici e xenofobi. E Cannes, sempre sensibile ai diritti civili, proprio ora che siamo ancora in periodo Me Too, ha accolto con solidarietà le donne di colore che hanno sfilato con lo slogan Nero non è il mio mestiere

Negli USA BlacKkKlansman è uscito il 10 agosto. Non è un caso, se pensiamo che il 12 agosto di un anno fa, a Charlottesville, in Virginia, un neonazista ha puntato la sua auto contro i manifestanti antirazzisti, uccidendo una donna di 32 anni e ferendo diverse altre persone. Proprio le reali immagini di questa tremenda vicenda appaiono nel finale del film di Spike Lee.

Oh Happy day da Edwin Hawkins Singers, usato ironicamente da Lee, appartiene alla colonna sonora, quasi esclusivamente rivolta agli anni in cui il film è ambientato. Quindi ci ascoltiamo Say It Loud, I’m Black & I’m Proud da James Brown, Freedom Ride da R.J Phillips Band, Ball Of Confusion dai Temptations, Photo Opp’s da Terence Blanchard (già soundtrack di Inside Man), Lucky Man da Lake & Palmer, Mary don’t you weep da Prince.