A rincorrere il vento

Il Sessantotto: fu vero amore?

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En guerre

La lotta continua?

di Marcello Moriondo

Il suo impegno civile, soprattutto rivolto ai diritti dei lavoratori, Stéphane Brisé lo aveva già dimostrato nel 2015, presentando a Cannes il suo film La legge del mercato, che valse al suo interprete, Vincent Lindon, la Palma per la migliore interpretazione. Poi il regista è tornato sulla Croisette con lo stesso attore e un’opera ambientata ancora nel mondo del lavoro, esattamente all’interno di un conflitto sociale, dove un’azienda è in fase di dislocamento, con numerosi licenziamenti in previsione, dal titolo significativo: In guerra.

È la storia di una guerra che purtroppo abbiamo imparato a conoscere, se non tramite diretti interessati, quantomeno grazie ai canali mediatici. Infatti la Perrin Industrie, descritta nel film, secondo Brisé potrebbe essere la Goodyear o la Continental, la Whirilpool. Ma può essere anche la Pernigotti. Le logiche di acquisizione con relativo dislocamento sono ormai all’ordine del giorno.

La Perrin ha la sede legale in Germania e decide, nel dislocare, di chiudere alcune filiali in Francia nonostante l’aumento dei profitti, sulla pelle di 1100 dipendenti. I lavoratori iniziano un durissimo braccio di ferro con l’azienda, muro contro muro, onde evitare la dislocazione, magari in in qualche paese dell’Est, dove la mano d’opera ha un costo irrisorio.

Tramite la figura di Laurent Amédéo (Vincent Lindon), il regista ci racconta le riunioni, le assemblee, le manifestazioni e gli incontri con i rappresentanti dell’azienda e del governo.

Non ci risparmia nulla, nemmeno la grande divisione tra i sindacati, tra chi è per la lotta a oltranza e chi cede al ricatto di un’appetibile buonuscita. Non mancano le pessime battute sessiste rivolte alle donne che esprimono il loro dissenso.

Il messaggio finale è tremendo: col sistema vigente oggigiorno non esistono le condizioni per variare la crisi occupazionale, anche se poi sembra aprirsi uno spiraglio verso le generazioni future.

Il tutto girato con la camera a mano, quasi fosse un documentario o un reportage di approfondimento di qualche network attento alle problematiche sociali. A volte persino disturbante, soprattutto nelle prime sequenze delle manifestazioni. Molto verosimile grazie anche alla spontaneità e alla naturalezza nella recitazione, come già avevamo notato nelle scene assembleari in Terra e libertà di Ken Loach, che si perdono tuttavia, a tratti, a causa del doppiaggio.

JACKIE

un film di Pablo Lorrain

con Natalie Portman, Peter Sarsgaard

91′ USA, Cile, 2016

Premio per la Miglior Sceneggiatura al Festival di Venezia

Il coraggio di una vedova

di Marcello Moriondo

Dallas, 22 novembre 1963. Il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy é raggiunto da diversi proiettili mentre sfila tra la folla sull’auto con la moglie Jacqueline.

È proprio su quest’ultima, nell’interpretazione da Oscar di Natalie Portma, che si concentra il lavoro del quarantaduenne regista cileno Pablo Lorrain. Come già in Neruda, ci racconta in modo intenso un percorso nella vita di un personaggio tanto famoso quanto chiacchierato: Jaqcqueline Kennedy, detta Jackie.

A una settimana dall’assassinio del Presidente, la vedova Jackie chiama al telefono un giornalista di Life Magazine, Theodore H. White. Gli chiede di andarla a trovare. Da quell’incontro esce un’intervista esclusiva, frutto di un colloquio di circa quattro ore.

Lei, disgustata da come i media e gli uomini influenti, per primo il neo Presidente Johnson, hanno raccontoto gli avvenimenti degli ultimi giorni, l’immagine di Jack e il loro rapporto.

È un fiume in piena, Jackie. Racconta la tragedia; il ritorno con il feretro sull’Air Force One; l’indossare il famoso tailleur intriso di sangue “perché tutti vedano cosa gli hanno fatto: Dallas era tapezzata dalle immagini di John ricercato vivo o morto”. Poi il problema di come raccontarlo ai due figlioletti, John John e Caroline, che dovrebbero festeggiare i rispettivi compleanni subito dopo i funerali. Parla di Bob, di quanto le sia stato vicino. Lei accanto al marito fino alla sua morte, sarà anche (ma questo il film ancora non può dirlo) al capezzale dello stesso Bob cinque anni dopo e lo vedrà spirare.

Viene evidenziato il suo ruolo predominante (nonostante le forti pressioni degli organi di sicurezza e dello stesso Johnson) nella realizzazione coreografica dei funerali, dopo aver visionato i grafici della cerimonia dedicata a Abramo Lincoln.

La realizzazione è suggestiva e coinvolgente. La ripetuta commozione di Jacqueline durante l’intervista, i flashback inseriti grazie a uno splendido montaggio, Le scene reali di repertorio che si frappongono, quando non si intersecano, alle immagini di finzione.

Dal film, e quindi dalle parole di Jackie, traspare la sua profonda conoscenza per l’arte e la Storia dei precedenti presidenti degli Stati Uniti, con una ammirazione per la vedova di Lincoln, che vorrebbe emulare.

La canzone dominante è Camelot, dal musical omonimo, ma è evidente che lei non avrebbe mai potuto essere Ginevra, come John Kennedy, detto Jack, non sarebbe mai diventato Artù.

Come un poliziotto nero combatté il KKK

Un Premio contro il razzismo

di Marcello Moriondo

Spike Lee, scherzando con i fotografi di fronte ai rossi gradini che portano alla sala Lumiere di Cannes, prima di entrare per la proiezione del suo BlacKkKlansman, non sa che al termine del Festival riceverà dalle mani di Benicio Del Toro e Chang Chen la Palma seconda per importanza: il Grand Prix.

Prima di far partire le immagini, il regista ci tiene a farci sapere che quello che stiamo per vedere è tutto fottutissimamente vero. Infatti il film è tratto dal libro autobiografico di Ron Stallworth Black Klansman, che racconta un episodio dimenticato (se non censurato) di quando, nel 1972, Ron prestava servizio presso la polizia di Colorado Springs.

Un tuffo nel passato. Erano i tempi in cui negli USA il Ku Klux Klan, nonostante le dure battaglie per i diritti civili degli Anni ’60, che lo videro in prima linea contro l’integrazione, era vivo e vegeto, pronto ad agire contro neri, ebrei e omosessuali. Stallworth propose ai suoi superiori di infiltrarsi tra i membri del Klan. Naturalmente lo guardarono come se fosse impazzito, anche perché Ron era un afroamericano.

Ma quando spiegò loro il piano che gli passava per la mente, non poterono che dargli tutto l’appoggio possibile.

Il regista ci racconta con ironia di come riuscirono a farsi beffe dei pezzi da novanta del KKK, e fa nomi e cognomi. Per cui vediamo David Duke, allora Gran Maestro del Ku Klux Klan, quello che ebbe il “pregio” di far entrare a pari dititti anche le donne nell’organizzazione. Naturalmente gli stessi diritti non li avevano i neri i gay e gli ebrei, considerati “razza” inferiore. Dike, un democratico divenuto in seguito deputato repubblicano per la Louisiana, condannato anche per evasione fiscale. Nel film questo personaggio lo vediamo nelle immagini di repertorio, quindi interpretato nella fiction da Topher Grace. Corey Hawkins indossa invece i panni di Stokely Carmichael, allora leader delle Black Panther, marito della cantante sudafricana Miriam Makeba. Il loro matrimonio costò alla Makeba la cancellazione di concerti negli States, e il blocco dei suoi pezzi musicali da parte delle produzioni discografiche americane. A impersonare Stallworth è John David Washington (figlio di Denzel), che porta per l’occasione una folta, ricciuta caigliatura, come Laura Harrier, che nel film è Patrice, un’attivista nera con tanto di occhiali e appunto un’aureola di capelli che ricorda, molto da vicino, l’icona di Angela Davis. Ma si sa, allora erano in molte le ragazze di colore ad agghindarsi come la militante comunista.

Naturalmente Ron poteva avere rapporti con il KKK solamente per telefono. Ma quelli del Klan volevano incotrarlo. Così entrò in scena il collega Friz Zimmerman (Adam Driver, il Ben Solo di Star Wars, presente a Cannes in diversi film), di origine ebraica, a sostituirlo fisicamente all’interno dell’organizzazione.

Come è d’uso nei film di Lee, la storia non si esaurisce con la commedia. Assume dei tratti realmente drammatici, come quando vediamo il mitico Harry Belafonte, che interpreta il ruolo di un anziano attivista dei diritti civili, mentre racconta ai giovani del movimento una testimonianza di fatti tragici del passato. Il tutto frammezzato dalle immagini di tensione, pronte a sfociare nel dramma, durante l’operazione dei due agenti infiltrati nel KKK.

Della serie: come un nero e un ebreo sono riusciti a fregare la più potente associazione mondiale di razzisti omofobici e xenofobi. E Cannes, sempre sensibile ai diritti civili, proprio ora che siamo ancora in periodo Me Too, ha accolto con solidarietà le donne di colore che hanno sfilato con lo slogan Nero non è il mio mestiere

Negli USA BlacKkKlansman è uscito il 10 agosto. Non è un caso, se pensiamo che il 12 agosto di un anno fa, a Charlottesville, in Virginia, un neonazista ha puntato la sua auto contro i manifestanti antirazzisti, uccidendo una donna di 32 anni e ferendo diverse altre persone. Proprio le reali immagini di questa tremenda vicenda appaiono nel finale del film di Spike Lee.

Oh Happy day da Edwin Hawkins Singers, usato ironicamente da Lee, appartiene alla colonna sonora, quasi esclusivamente rivolta agli anni in cui il film è ambientato. Quindi ci ascoltiamo Say It Loud, I’m Black & I’m Proud da James Brown, Freedom Ride da R.J Phillips Band, Ball Of Confusion dai Temptations, Photo Opp’s da Terence Blanchard (già soundtrack di Inside Man), Lucky Man da Lake & Palmer, Mary don’t you weep da Prince.

I GIUDICI

I GIUDICI – EXCELLENT CADAVERS

Un film di Ricky Tognazzi

con Chazz Palminteri, F. Murray Abraham

Italia, USA 1998, 106′

LA MATTANZA

di Marcello Moriondo

L’opera di Tognazzi, tratta dal romanzo di Alexander Stille Nella terra degli infedeli, Mafia e politica nella prima Repubblica (titolo originale Excellent Cadavers: The Mafia and the Death of the First Italian Republic), racconta gli ultimi dieci anni di Giovanni Falcone a Palermo, dal suo incarico a Palazzo di Giustizia fino alla sua morte.

Una delle prime sequenze del film ci mostra Falcone che assiste alla tradizionale “mattanza”. È la strage di questi grossi pesci che ignorano quello che il futuro ha riservato per loro: finire nei piatti di un ristorante di lusso o in una scatoletta di metallo, su uno scaffale del supermercato.

È una scena simbolica, che preannuncia una mattanza parallela, la cosciente eliminazione di personaggi illustri che ostacolano gli affari della malavita organizzata: i cadaveri eccellenti che titolano il film nella versione USA.

Anche se il film non è avaro di scene d’azione inevitabilmente violente, Tognazzi ha voluto raccontare anche quello che i media che si occupano di cronaca non raccontano, quello che c’è dietro le immagini di uomini che hanno dedicato la loro vita per difendere la legge, la legalità. Vediamo quindi i magistrati nel loro privato, le loro emozioni, i loro timori, i loro amori.

E poi il lavoro sommerso, nelle stanze del Palazzo di Giustizia, di come si arriva a un’intuizione, osteggiati da un gruppo di colleghi omertosi, abbandonati dallo Stato.

È un film da vedere e rivedere, per non dimenticare chi ha dato la propria vita per proteggerlo, questo Stato (quindi tutti noi), dall’illegalità e dalla malavita organizzata, più conosciuta col nome di Mafia o, come spiega Buscetta nel film, Cosa nostra. Questo deve servire a raccontate, soprattutto ai più giovani, una parte della nostra storia, caduta nell’oblio di tablet, social, youtuber e fake news. Ma serve soprattuto a informare e prevenire, perché il futuro di questo paese sono appunto i giovani, e nostro dovere è farli crescere e maturare consapevoli dell’importanza della LEGALITÀ.

Cannes en guerre

Le combat continue

di Marcello Moriondo

Il suo impegno civile, soprattutto rivolto ai diritti dei lavoratori, Stéphane Brisé lo aveva già dimostrato nel 2015, proprio qui a Cannes, quando ha presentato il suo film La legge del mercato, che valse al suo interprete, Vincent Lindon, la Palma per la migliore interpretazione. Ora il regista è tornato sulla Croisette con lo stesso attore e un’opera ambientata ancora nel mondo del lavoro, esattamente all’interno di un conflitto sociale, dove un’azienda è in fase di dislocamento, con numerosi licenziamenti in previsione, dal titolo significativo: En guerre.

È la storia di una guerra che purtroppo abbiamo imparato a conoscere, se non tramite diretti interessati, quantomeno grazie ai canali mediatici. Infatti la Perrin Industrie, descritta nel film, secondo Brisé potrebbe essere la Goodyear o la Continental, la Whirilpool…

La Perrin ha la sede legale in Germania e decide, nel dislocare, di chiudere alcune filiali in Francia nonostante l’aumento dei profitti, sulla pelle di 1100 dipendenti. I lavoratori iniziano un durissimo braccio di ferro con l’azienda, muro contro muro, onde evitare la dislocazione, magari in in qualche paese dell’Est, dove la mano d’opera ha un costo irrisorio.

Tramite la figura di Laurent Amédéo (Vincent Lindon), il regista ci racconta le riunioni, le assemblee, le manifestazioni e gli incontri con i rappresentanti dell’azienda e del governo.

Non ci risparmia nulla, nemmeno la grande divisione tra i sindacati, tra chi è per la lotta a oltranza e chi cede al ricatto di un’appetibile buonuscita.

Il messaggio finale è tremendo: col sistema vigente oggigiorno non esistono le condizioni per variare la crisi occupazionale, anche se poi sembra aprirsi uno spiraglio verso le generazioni future.

Il tutto girato con la camera a mano, quasi fosse un documentario o un reportage di approfondimento di qualche network attento alle problematiche sociali. Molto verosimile grazie anche alla spontaneità e alla naturalezza nella recitazione, come già avevamo notato in Terra e libertà di Ken Loach.

Un afroamericano per il KKK

Luomo che gabbò i nazisti del Colorado

di Marcello Moriondo

Spike Lee, è tornato a Cannes in piena forma, scherza con i fotografi mentre sale i rossi gradini della Lumiere, poi entra in sala per la proiezione del suo BlacKkKlansman.

Prima di far partire le immagini, il regista ci tiene a farci sapere che quello che stiamo per vedere è tutto fottutissimamente vero. Infatti il film è tratto dal libro autobiografico di Ron Stallworth, che racconta un episodio dimenticato (se non censurato) di quando, nel 1972, Ron era un agente di polizia a Colorado Springs.

Erano i tempi in cui negli USA il Ku Klux Klan era vivo e vegeto, pronto ad agire contro neri, ebrei e omosessuali. Stallworth propone ai suoi superiori di infiltrarsi tra i membri del Klan. Naturalmente lo guardano come se fosse impazzito, anche perché Ron è un afroamericano.

Ma quando spiega il piano che ha in mente, non possono che dargli tutto l’appoggio possibile.

Il regista ci racconta con ironia di come riuscirono a farsi beffe dei pezzi da novanta del KKK, e fa nomi e cognomi. Per cui vediamo David Duke, allora Gran Maestro del Ku Klux Klan, divenuto in seguito un deputato per la Louisiana, quello vero nelle immagini di repertorio e il personaggio interpretato da Topher Grace. Corey Hawkins indossa invece i panni di Stokely Carmichael, allora leader delle Black Panther, marito della cantante sudafricana Miriam Makeba. Il loro matrimonio costò alla Makeba la cancellazione di concerti negli States, e blocco dei suoi pezzi musicali da parte delle produzioni discografiche americane. Riconosciamo anche il mitico Harry Belafonte (quello vero), mentre a impersonare Stallworth è John David Washington (figlio di Denzel), che porta per l’occasione una folta, ricciuta caigliatura, come Laura Harrier, che nel film è Patrice, un’attivista nera con tanto di occhiali e appunto un’aureola di capelli. Ma si sa, allora erano in molte ad agghindarsi come la militante comunista Angela Davis. Mentre Washington si lavora il KKK via telefono, il collega Friz Zimmerman (Adam Driver, il Ben Solo di Star Wars), di origine ebraica, lo sostituisce fisicamente all’interno dell’organizzazione.

Della serie: come un nero e un ebreo sono riusciti a fregare la più potente associazione mondiale di razzisti omofobici e xenofobi.

Negli USA dovrebbe uscire il 10 agosto. Non è un caso, se pensiamo che il 12 agosto di un anno fa, a Charlottesville, in Virginia, un neonazista ha puntato la sua auto contro i manifestanti antirazzisti, uccidendo una donna di 32 anni e ferendo diverse altre persone. Proprio le reali immagini di questa tremenda vicenda appaiono nel finale del film di Spike Lee.