L’odissea di Maggie

1994, Milano, intervista a Crissy Rock, interprete di LADYBIRD, LADYBIRD di Ken Loach

di Marcello Moriondo

“Ladybird,ladybird,
Fly away home,
Your house is on fire,
Your children have gone,
All but one and her name is Anne,
And she crept under the frying pan.”

Nata a Liverpool, Crissy Rock ha debuttato nel cinema col film di Loach.

Il titolo (ladybird = coccinella) si rifà a una famosissima filastrocca inglese, per nulla rassicurante.

Come noto, Loach ha da sempre un’occhio speciale rivolto ai problemi sociali. Qui il regista descrive il dramma di una madre, Maggie, che passa da un amore sbagliato all’altro, con quattro figli avuti da altrettanti uomini. Quando finalmente pensa di aver trovato l’uomo giusto, è costretta a lottare contro i servizi sociali inglesi che, applicando la legge, non le riconoscono la capacità di essere una buona madre.

Un dramma duro, sofferto, senza la consueta ironia di Loach, interpretato con grande efficacia da Crissy Rock. Grazie a questa interpretazione, l’attrice ha vinto l’Orso d’Argento a Berlino. A Milano per la presentazione del film, mi ha rilasciato questa intervista.

COME È STATO LAVORARE CON KEN LOACH? È VERO CHE RIVELA LA TRAMA DEI SUOI FILM POCO ALLA VOLTA, GIORNO PER GIORNO?

Essendo la mia prima esperienza cinematografica io ho cercato di dare tutta me stessa al film. Ken, come abitudine, non consegna la sceneggiatura agli attori. Viene consegnato loro un canovaccio di quello che deve accadere, scena per scena. Ogni giorno l’attore gira la sua parte, che gli viene descritta per sommi capi, secondo il suo istinto e le sue sensazioni. Di conseguenza ho agito così: da quello che mi veniva fornito, ho cercato di interpretare questo personaggio, più col cuore che sulla base dello scritto. Per esempio, nella scena in cui la polizia va a prendere i bambini, siamo rimasti sorpresi, perché noi non sapevamo che sarebbero arrivati i poliziotti. La mia reazione è diventata automaticamente spontanea, era come se mi portassero via davvero i figli. Anche perché lavorando sei mesi con i bambini a quel ritmo, si era creato fra noi un rapporto tale che in alcuni momenti avevo la sensazione di essere davvero la loro madre. Tutto quello che accadeva, lo sentivo come reale. La scena del tribunale, in cui si decideva se i bambini potevano essere restituiti alla madre, è stata interrotta e rimandata al giorno successivo. Quella notte, in albergo, non riuscivo a dormire. Mi chiedevo se mi avessero restituiti i bambini. Continuavo a piangere, terrorizzata al pensiero di una sentenza negativa da parte del giudice. Le lacrime che vedete nel film sono sempre vere, mai provocate dai colliri. Al termine della lavorazione, con uno schiocco di dita, mi sono detta: questa non sono io, non sono Maggie, è soltanto un film. Solo così ho mantenuto la mia sanità mentale.

IN GRAN BRETAGNA, QUESTE LEGGI CHE DOVREBBERO TUTELARE CHI SUBISCE VIOLENZA, NON RISCHIANO DI DIVENTARE INVECE UN CAPESTRO PER LE DONNE?

Negli ultimi 15 anni ci sono state così tante privatizzazioni nel sociale che una persona è costretta a lavorare per quattro. Forse questo può portare a una semplificazione delle procedure, alla valutazione un po’ troppo frettolosa sulle persone su cui si deve intervenire. Nel caso di Maggie, si era creata una convinzione all’interno dei servizi sociali, cioè che questa donna fosse inadatta nel ruolo di madre. Formulata questa opinione, gli addetti si sono messi in moto sempre nella stessa direzione, come se temessero di fare un errore comportandosi diversamente. Riuscire a rovesciare questo giudizio era cosa fortemente complicata.

L’AFFIDAMENTO IMPOSTO DAI SERVIZI SOCIALI NON PUÒ ESSERE IN PARTE LA CONSEGUENZA DI UNA PRESSIONE DA PARTE DI CHI FATICA A OTTENERE UN’ADOZIONE?

Per quanto riguarda l’adozione, non ho mai approfondito l’argomento, però ho un’opinione personale. Penso sia sbagliato e crudele portare via i bambini ai propri genitori con questa procedura. Soprattutto se vengono dati in adozione senza informare i genitori naturali, che magari apprendono la notizia dai giornali. Non voglio prendere posizione per una parte o per l’altra e non si tratta certo di critica verso i servizi sociali, ma non si dovrebbe arrivare a queste aberrazioni. Non mi sembra giusto che un genitore, cui sono stati tolti i figli, non abbia l’autorizzazione per vederli, se non richiesto specificamente dai genitori adottivi. Secondo me, la pressione che viene fatta su medici, poliziotti e assistenti sociali fa sì che si risolvano frettolosamente situazioni gravi al punto da meritare un approfondimento ragionato.