La Lady e il suo amante

LADY MACBETH

di William Oldroyd

con Florence Pugh, Cosmo Jarvis

89′ Gran Bretagna 2016

Dal libro Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, di Nikolai Leskov

L’amante di Lady Macbeth

di Marcello Moriondo

1865, Inghilterra. Il primo piano di un velo bianco che copre il volto della diciassettenne Katherine (Florence Pugh) apre il film di Oldroyd. È la vittima di un matrimonio d’affari voluto da suo padre e dal padre dello sposo. Cosa può scattare nella mente di una diciassettenne la cui gioventù è bruciata da un matrimonio di convenienza?

L’amore non c’è, il marito la disprezza ed è un maschio dominante che, le rare volte in cui è a casa, la assoggetta come una schiava, ma il più delle volte è assente, sia affettuosamente che in presenza fisica. Una giovane donna, anche considerando l’epoca, deve trovare qualcosa cui appigliarsi, qualcuno che l’aiuti a non perdere la ragione.

Quindi la Lady uscita dal libro del russo Nikolai Leskov, da cui il film è tratto, si innamora di un subalterno, un appartenente alla cosiddetta working class, un po’ come raccontato mezzo secolo dopo da David Herbert Lawrence ne suo semi autobiografico L’amante di Lady Chatterley. Se l’amante nel libro di Lawrence è un guardiacaccia mentre in quello di Leskov è uno stalliere, poco importa. Come nella vita reale di Macbeth e in quella raccontata da Shakespeare, il sangue, a un certo punto, scorre inevitabilmente.

La Lady di Nikolai Leskov, ripresa non a caso dal Macbeth di Shakespeare, induce il proprio uomo a commettere ignobili delitti, come Alida Valli in Il caso Paradine di Alfred Hitchcock.

Il libro non si esaurisce al finale, di certo aperto, del film e, a differenza della rappresentazione scenica, è ambientato, come prevedibile in un Distretto russo.

Nel 1934 il compositore Dmitrij Sostakovic, ne trasse un opera omonima, osteggiata da Stalin, rinominata in seguito Katerina Izmajlova.

En guerre

La lotta continua?

di Marcello Moriondo

Il suo impegno civile, soprattutto rivolto ai diritti dei lavoratori, Stéphane Brisé lo aveva già dimostrato nel 2015, presentando a Cannes il suo film La legge del mercato, che valse al suo interprete, Vincent Lindon, la Palma per la migliore interpretazione. Poi il regista è tornato sulla Croisette con lo stesso attore e un’opera ambientata ancora nel mondo del lavoro, esattamente all’interno di un conflitto sociale, dove un’azienda è in fase di dislocamento, con numerosi licenziamenti in previsione, dal titolo significativo: In guerra.

È la storia di una guerra che purtroppo abbiamo imparato a conoscere, se non tramite diretti interessati, quantomeno grazie ai canali mediatici. Infatti la Perrin Industrie, descritta nel film, secondo Brisé potrebbe essere la Goodyear o la Continental, la Whirilpool. Ma può essere anche la Pernigotti. Le logiche di acquisizione con relativo dislocamento sono ormai all’ordine del giorno.

La Perrin ha la sede legale in Germania e decide, nel dislocare, di chiudere alcune filiali in Francia nonostante l’aumento dei profitti, sulla pelle di 1100 dipendenti. I lavoratori iniziano un durissimo braccio di ferro con l’azienda, muro contro muro, onde evitare la dislocazione, magari in in qualche paese dell’Est, dove la mano d’opera ha un costo irrisorio.

Tramite la figura di Laurent Amédéo (Vincent Lindon), il regista ci racconta le riunioni, le assemblee, le manifestazioni e gli incontri con i rappresentanti dell’azienda e del governo.

Non ci risparmia nulla, nemmeno la grande divisione tra i sindacati, tra chi è per la lotta a oltranza e chi cede al ricatto di un’appetibile buonuscita. Non mancano le pessime battute sessiste rivolte alle donne che esprimono il loro dissenso.

Il messaggio finale è tremendo: col sistema vigente oggigiorno non esistono le condizioni per variare la crisi occupazionale, anche se poi sembra aprirsi uno spiraglio verso le generazioni future.

Il tutto girato con la camera a mano, quasi fosse un documentario o un reportage di approfondimento di qualche network attento alle problematiche sociali. A volte persino disturbante, soprattutto nelle prime sequenze delle manifestazioni. Molto verosimile grazie anche alla spontaneità e alla naturalezza nella recitazione, come già avevamo notato nelle scene assembleari in Terra e libertà di Ken Loach, che si perdono tuttavia, a tratti, a causa del doppiaggio.

D’après une histoire vraie

QUELLO CHE NON SO DI LEI

di Roman Polanski

con Emmanuelle Seigner, Eva Green

110′ Francia, Belgio, Polonia, 2017

Dal libro Da una storia vera di Delphine de Vigan

LA PAGINA BIANCA

di Marcello Moriondo

È soprattutto il tema dell’angoscia della pagina bianca che mi ha attirato: mi riporta alle mie angosce di cineasta tra due film.” Roman Polanski

Quello che non so di lei (D’après une histoire vraie) di Roman Polanski è uscito quasi un anno dopo la sua presentazione fuori concorso al Festival di Cannes.

Il film inizia con un passaggio classico, per una scrittrice: il firma libro. È l’occasine per l’incontro delle due protagoniste, Delphine, la scrittrice (Emmanuelle Seigner) e Lei (Eva Green). L’intraducibile semplice Elle, nel senso della lettera L. del romanzo di Delphine De Vigan, inserito nella versione originale, a causa del doppiaggio italiano diventa Lei, come Leila. La presentazione del lavoro di Delphine è un’occasione davvero particolare, poiché il libro in uscita sta già vendendo molte copie e si appresta a diventare un vero best-seller. É uno scritto autobiografico, racconta della madre di Delphine, della sua malattia e del suo successivo suicidio.

Lei entra in punta di piedi nella vita di Delphine e da quel momento la vita della scrittrice si trasforma, mentre piccoli segnali ne avvertono i cambiamenti: perde o forse le settraggono i preziosi quaderni con gli appunti e inizia a ricevere lettere minatorie da qualche presunto parente che non ha gradito la messa in piazza, cioè nel libro, delle tragedie familiari. Inoltre qualcuno ha aperto un falso profilo facebook a suo nome dove gli insulti peggiori dilagano.

A una Delphine sempre più depressa si affianca una Lei sempre più efficiente, che si ritaglia un ruolo da governante, se non da badante. A poco a poco, mentre Delphine si ritrova sempre più spesso davanti a una pagina bianca, senza ispirazione, Lei prende corpo prepotentemente nella sua vita. Risponde al suo posto alle mail, riscrive i suoi appunti fin quasi a sostituiendosi a lei. In breve allontana dalla scrittrice tutte le persone che possono interferire nella loro vita e che, soprattutto, possono distogliere Delphine dallo scrivere il suo “romanzo nascosto”: non un libro di finzione, ma una storia interiore, partendo dai diari giovanili della scrittrice. È così che la storia raccontata da Polanski tramite la sceneggiatura di Olivier Assayas si tinge anche un po’ di noir.

È un racconto sulla solitudine. Il compagno di Delphine è sempre in giro per il mondo ad intervistare autori famosi del calibro di James Ellroy e Ian McEwan e Lei non ha né parenti né amici. Ma è anche un gioco di specchi in cui le due protagoniste si confondono, fino ad arrivare, pur nella differenza fisica, un’unica persona.

Delphine è un libro aperto, si sa tutto di lei, mentre Lei rimane un enigma. Anche se si intuisce da subito dove vuole parare, quale sarà il suo ruolo perverso, e lo spettatore si chiede semplicemente quando e come avverrà. Se appunto Lei non ha attorno a sé nessuno, a parte Delphine, chi è, da dove viene, perché è così ossessionata dalla vita di Delphine e dalla sua scrittura, e soprattutto, esiste davvero o è frutto dell’immafinazione della scrittrice? L’unica cosa che sappiamo di Lei è quello che ci racconta, che svolge il ruolo di ghost writer, cioè scrive anonimamente per personaggi famosi, come il protaganista di un altro film di Polanski: L’uomo nell’ombra, del 2010, tratto dal romanzo di Robert Harris.

Emmanuel Seigner, moglie del regista, è un po’ abbruttita, probabilmente per il ruolo, e agli anni sembra aver aggiunto i chili. Eva Green è sempre bellissima e inquietante. Del resto, i suoi occhi azzurri trasmettono una freddezza disturbante, oltre che irritante.

La sovrapposizione delle due donne fa venire alla mente, nei tratti più inquietanti, L’inquilino del terzo piano, film di Polanski del 1976, tratto dal romanzo di Topor. Ma c’è anche un po’ di Misery non deve morire, che Rob Reiner ha tratto da Stephen King.

La francese Delphine de Vigan è anche regista e ha iniziato la sua carriera da scrittrice con un romanzo autobiografico, Jours sans faim, con protagonista una giovane donna in preda all’anoressia. Anche D’après une histoire vrai è in parte autobiografico. Il suo quarto romanzo No et moi è diventato un film nel 2010 diretto da Zabou Breitman.