Riparte il Cineforum “Lunedì al Cinema”

Organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Pioltello e dal Cinecircolo Jeanne Moreau.

Leproiezioni si svolgerannoalle 21 presso UCI Cinemas, via San Francesco, 33 – Pioltello, al prezzo di 4 €.

Il Cineforum è curato, dal 2001, da Marcello Moriondo.

Annunci

I morti non muoiono?

A volte ritornano

di Marcello Moriondo

Jim Jarmusch si lancia nel mondo dei “morti viventi” di romeriana memoria e profetizza, a causa dello spostamento dell’asse terrestre, lo sterminio dell’umanità, cui forse sfuggiranno dei ragazzini.

I morti non muoiono, che ha aperto la competizione a Cannes, è un bizzarro zombie movie in cui i “risorti”, oltre a sgranocchiare gli esseri umani, ripetono i gesti e i tic che avvano in vita.

Jarmush si circonda dei suoi attori preferiti: Bill Murray, è lo sceriffo stralunato nella tranquilla cittadina di Centerville. Adam Driver, ormai un habitué del Festival, è il suo vice, che sa che finirà male perché ha “letto il copione”. Chloë Sevigny, la musa degli autori indipendenti, è l’agente impaurita. L’amico del regista Steve Buscemi è lo scorbutico fattore Frank. Ma ci sono anche Tom Waits nella parte di Bob l’eremita, e Iggy Pop nel primo zombi che spunta dalla terra. La gelida britannica Tilda Swinton (Zelda, come Fitzgerald), è la becchina stravagante e Selena Gomez, che tra tv e concerti riesce a rimanere fedele al cinema, è l’hipster Zoe.

Il leitmotiv, più volte citato dai protagonisti quale colonna sonora del film (gli amici di Zoe ne comprano il cd), è la malinconica The Dead don’t Die di Sturgill Simpson.

 

Il cinema di circostanza – Intervista a Ermanno Olmi

Intervista di Marcello Moriondo

Ermanno Olmi, classe 1931, appare affaticato, ma lucidissimo, mentre ci racconta del suo cinema, il giorno prima di ricevere un premio dalle mani di Pupi Avati, in una Rimini piovigginosa. L’occasione è il convegno organizzato dalla Fondazione Federico Fellini: Il libro dei miei sogni, motivato dall’uscita del libro omonimo, edito da Rizzoli. Si lascia andare, il maestro (ma non vuole che lo si chiami così), parla degli stimoli che l’hanno indotto a fare il regista, della salute del cinema italiano, ma anche di sociale e di politica, con qualche bacchettata alla televisione.

Spesso hai parlato della divisione che c’era negli anni 60/70 tra i vari ceti sociali, la classe operaia e la borghesia. Che percorso ha trovato tutto ciò nel tuo cinema?

La mia vita non è legata al cinema, io mi sento legato alla vita. Il cinema è la conseguenza delle mie circostanze di vita. Una volta dissi a Lietta Tornabuoni che il cinema non è la cosa che mi interessa di più. E lei: ma come? E io: be’, a me interessa la mia vita. Quindi, ho fatto i film a seconda delle situazioni che la vita mi imponeva. Ero un ragazzo che aspirava alla regia, alla poesia e alla narrativa attraverso il cinema. Poi sono stato un ragazzo che si è innamorato, uno che ha visto la sua Milano del mondo operaio diventare borghese. Quindi, se metto in fila i miei film, vedo la storia d’Italia, non la storia degli storici, beninteso, e L’albero degli zoccoli andrebbe messo per primo. Però l’ho realizzato a metà del percorso. Perché quando ero giovane e ho fatto il mio primo film, nessuno mi avrebbe finanziato un progetto simile. Quindi l’ho girato nel momento in cui c’era la possibilità di avere un produttore che lo finanziasse. Però il racconto è sempre lo stesso: la realtà contadina, il ragazzo di Il tempo si è fermato, studente lavoratore, che si trova a scoprire il mondo dei padri, essendo lui già diverso da loro, perché universitario. Ed ecco la prima frattura tra gli operai, che non avevano studiato, e i figli degli operai che diventavano dottori. E questi nuovi laureati erano i nuovi borghesi. Negli anni 70 a S. Siro c’era un’evidente linea di demarcazione tra le categorie sociali. Penso a questa trasformazione ed ecco che arriva Il posto, quindi La circostanza e poi I fidanzati. Ho fatto i film a seconda di come vivevo. Non ho mai pensato di fare il cinema. Ho fatto del cinema per raccontare della vita che stavo vivendo. Oggi farei un film sui politici, ma non ne ho voglia. Non riesco a trovare gli attori giusti.

Quali sono le cose che non vorresti vedere al cinema?

Tutto ciò che nega in qualche modo un ideale, gli opportunismi, le ambiguità, la tensione verso affermazioni che non riguardano le specifiche qualità di un individuo, ma le occasionali opportunità, come quelle della televisione, dove vinci qualche miliardo tirando i bussolotti. Questa è follia pura, anzi. Io sono indignato che lo Stato spenda i miei soldini, che pago regolarmente (da fesso, secondo il concetto comune), per dare dei soldi a degli sprovveduti, anche opportunisti, che vanno a tirare i bussolotti e diventano miliardari. Ma chi è che gli dà quei soldi? Di chi sono quei soldi? Questi signori che dirigono la Rai, tramite lo Stato italiano, sono delle persone indegne perché consentono queste cose.

Ai tempi di L’albero degli zoccoli dicevi che, in qualche modo, il progresso faceva dimenticare valori quali la solidarietà e la comunità. Temi presenti anche in Cento chiodi.

Allora, cercherò di essere chiaro, altrimenti sembra sempre che io caschi dal pero e abbia sempre una visione romantica. Il progresso ha portato dei vantaggi enormi. Ha anche creato le premesse perché questi benefici si tramutassero in situazioni di grande ingiustizia. Il progresso non ha tolto la fame nel mondo, non ha regolato la giustizia delle persone, anzi, ha complicato e addirittura in certi casi esasperato tutto. Con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Solo che, nel momento in cui si viveva la civiltà rurale, non è che i contadini fossero umanamente più disponibili al rapporto della solidarietà, ma era la condizione della natura che imponeva un aiuto reciproco per trovare un sostentamento di vita. Allora, la terra imponeva delle regole naturali, che costringevano l’uomo a comportarsi in modo che si creassero dei nuclei di solidarietà. Con il progresso, prima industriale, poi scientifico e tecnologico, cos’è accaduto, che si sono sganciate le condizioni di sudditanza con le regole naturali. Quindi: le pere possono maturare d’inverno e le fragole a dicembre, come dice Licia Granello. Tutto è regolato attraverso i sistemi tecnologici del progresso, compresi i frigoriferi, e la merce non segue più i canali naturali, è tutto alterato. Questo cosa procura? Che chi ha in mano il mercato delle mele diventa sempre più ricco, e quello che lavora in fabbrica non vede neanche le mele, perché sono troppo care per lui.

Quindi non sei contro il progresso.

Io non sono contro il progresso nel senso della scoperta delle fisionomie nascoste della vita, le cellule o altro. Sono semplicemente meravigliato che dopo questa scoperta si mettano ancora in atto i progetti di ingiustizia. Così il progetto scientifico risulta vanificato, addirittura diventa un’arma controproducente. Del resto, Borges diceva: non credo più nel progresso così com’è, ancora fallimentare in questo momento. Ecco perché la mia attenzione verso l’uomo cosiddetto comune, cittadino umile, perché gli umili non tirano i bussolotti, devono vivere con delle attenzioni, come distribuire 1000 euro in un mese per far campare tutti. Hanno una sapienza del vivere dettata dalla povertà che gli economisti se la sognano. Uno dei più grandi economisti italiani, Luigi Einaudi, su che cosa basava le sue teorie economiche? Sui conti della spesa della sua donna di servizio.

Cosa pensi del cinema italiano di oggi?

Da quando è intervenuta la televisione, tutto il cinema si è molto imbastardito, ha perso il suo pedigree. Ci sono state occasioni forti, nel periodo glorioso del cinema italiano, un po’ come nell’antico teatro greco, di rappresentare la realtà. Poi la televisione ha fatto in modo che il cinema entrasse in concorrenza con lei. Quando entri in concorrenza con qualcuno, cerchi di vendere il tuo prodotto a tutti i costi. Però io continuo a intravedere un filo rosso, e quando dico rosso intendo anche in senso politico ma non di partito, vale a dire di quella nobile area di sinistra che ha come oggetto il rispetto degli individui. In questo filo rosso io vedo persone di grande qualità, anche se un po’ isolati. Anche tra i giovani vedo opere di grande onestà. E Umberto Saba, un grande poeta del secolo scorso, ventenne si domandava, come dev’essere la poesia? Poi rispondeva a sé stesso: la poesia deve essere onesta. L’onestà è già poesia. Questi giovani che fanno un cinema onesto, sono motivo di grande speranza. Quello che mi conforta è che il pubblico è tornato ad avere una certa attrazione per il cinema italiano. Ha capito che sta tornando onesto. Il cinema di botteghino ci sarà sempre, ma che non manchi anche il cinema onesto.

È vero che non rivedi mai i tuoi film?

Certo, ma neanche per sogno! Io dopo che ho fatto il mix, vedo qualche rullo per la taratura del colore e poi non li voglio più rivedere, perché quei film lì non li farei più.

LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO COLIN di Marcello Moriondo

L’INGANNO

di Sofia Coppola con Colin Farrel, Nicole Kidman – USA 2017, 91′

Dal romanzo di Thomas Cullinan

La regista americana Sofia Coppola era arrivata sulla Croisette giusto in tempo per partecipare al photocall d’eccezione in occasione dell’anniversario per i 70 anni di Festival di Cannes. Una specie di foto di famiglia in un esterno cui hanno partecipato 113 artisti, molti dei quali vincitori di Palma d’Oro. Sofia, durante l’evento, era accompagnata dalle tre attrici principali del suo film in competizione, L’inganno (Premio della Regia): Nicole Kidman, Kirsten Duns e Elle Fanning, più l’interprete maschile, Colin Farrell.

La Coppola ci racconta una storia sullo sfondo della Guerra di Secessione, un testo già scritto da Thomas Cullinan nel suo libro Beguiled. Nel 1971 Don Siegel aveva portato sullo schermo una riduzione cinematografica di quel romanzo intitolata La notte brava del soldato Jonathan, e interpretata da Clint Eastwood. La pellicola di Siegel, nonostante i nomi del regista e dell’attore, all’epoca fu un flop, singolare quindi il fatto che Sofia abbia scelto di riproporre proprio quest’opera. Ma poi, se scrutiamo i personaggi, soprattutto la presenza delle ragazze e delle istitutrici, che ci ricordano in qualche modo le Vergini suicide di 17 anni fa, possiamo benissimo capire l’interesse della regista verso questo racconto e la sua nuova rappresentazione, tutta al femminile: il dramma del nordista dal punto di vista delle donne. E non è detto che si tratti di un semplice remake: può essere nient’altro che la trasposizione del romanzo.

La trama è la stessa: una ragazzina s’avventura nel bosco alla ricerca di funghi, mentre rimbombano poco lontano le cannonate. La piccola, il cui comportamento ricorda Cappuccetto Rosso, trova i desiderati funghi, non incontra il lupo cattivo ma un giovane caporale dell’Unione (Colin Farrell) ferito seriamente a una gamba. La giovane lo aiuta a rialzarsi e faticosamente lo accompagna al pensionato in cui vive con alcune compagne. È un collegio dallo stile tipicamente coloniale, all’americana, dove si insegnava le buone maniere alle ragazze delle famiglie benestanti del Sud. L’istituto è rimasto, a causa degli eventi, in una sorta di Limbo, dove donne di età diversa si trovano rinchiuse. È una terra di nessuno: a sud i confederati che resistono e a nord i soldati dell’Unione che incalzano. In quel luogo così vicino ma per vari motivi altrettanto lontano dal conflitto in corso, il caporale viene accolto e curato secondo la carità cristiana e trattato, da questo sparuto gruppo di donne e ragazzine, come un vero e proprio ospite. Siamo comunque in territorio sudista per cui il soldato è IL nemico nordista. Miss Martha (Nicole Kidman), che dirige l’istituto, mette subito dei paletti spiattellando in faccia al soldato la sua presenza non gradita, frutto esclusivamente della loro carità cristiana e che, una volta ristabilito, sarà consegnato all’esercito sudista. Mentre proseguono regolarmente i lavoretti in giardino, le preghiere, le lezioni di francese e di musica, tra le componenti più mature del gruppo, Miss Martha, l’insegnante (Kirsten Dunst) e un’alunna (Elle Fanning) nascono curiosità, sentimenti e desideri che vanno oltre l’obbligo di carità. Naturalmente l’ospite “indesiderato” sta al gioco alimentando con promesse e tentativi di seduzione le aspettative delle tre donne, sperando di trovare, nella complicità di una di loro, una via di fuga. Ma l’attizzare sentimenti repressi e gelosie non giova al buon soldato.

La regista racconta con naturalezza ed eleganza questo squarcio d’ America ottocentesca, appoggiata in ciò da un cast formidabile. Le donne si dimostrano diaboliche trasformando i loro sentimenti da caritatevoli a smanie di seduzione fino ai sadici proponimenti ben espressi nello sguardo cinico di Miss Martha.

Kirsten Dunst ha già lavorato per la regista in Il giardino delle vergini suicide e Marie Antoinette, oltre a un cameo in Bling Ring.

Elle Fanning era nel cast di Somewhere e nel film del padre di Sofia, Francis Ford, Twixt.

Le musiche, come in Somewhere sono del gruppo francese Phoenix.