TIZIANO SCLAVI, TRA FUMETTO, SCRITTURA E CINEMA

di Marcello Moriondo

Tiziano Sclavi, mentre si nasconde dietro le sagome ad altezza naturale del suo eroe, sembra tornato lo spensierato ragazzone dei tempi dell’Isola Trovata, quando scorrazzava per i corridoi della redazione sulla poltroncina con le ruote, quasi fosse una navicella spaziale. O quando, armato di pistola ad acqua emulava Terminator, cercando nei locali della redazione la sua Sara Connor, per poi giustiziarla a piccoli spruzzi. Dapprima timido e schivo, poi via via più disponibile, Tiziano Sclavi, scrittore, poeta, sceneggiatore, risponde alle domande e parla di sé, dei suoi scritti e di cinema, quel cinema che ha portato sugli schermi due delle sue opere e che ha acquisito i diritti di Dylan Dog, per la Miramax americana.

NEL 1972 HAI SCRITTO IL PRIMO ROMANZO, “FILM”, POI “NERO”, “DELLAMORTE DELLAMORE”, FINO ALL’EVENTO “DYLAN DOG”. COME SEI CAMBIATO E COME SONO CAMBIATI I TUOI PERSONAGGI DA ALLORA?

Sono passati diversi anni per cui è impossibile dire tutto quello che è cambiato. Qualcosa è cambiato sicuramente, perché tutto cambia. Lo stesso Dylan Dog non è più quello di prima, non è più nemmeno un fumetto dell’orrore, né un fumetto splatter. Per quel che mi riguarda è diventato soprattutto una commedia, perché lo splatter ha fatto il suo tempo e non mi piace più neanche tanto. Figuriamoci poi DellaMorte DellAmore che è stato scritto anni fa e che era, sì, prototipo di Dylan. Senza Mauro Marcheselli, ad esempio, non ci sarebbe più Dylan Dog, perché non lo curo più. Mauro l’ha preso in mano, l’ha portato avanti e ne sa più di me. Lui è quello che ha scritto i soggetti più belli. Se vai su internet, tanto per fare il moderno, trovi tutte le classifiche e le storie più belle risultano le sue.

DA CHE BISOGNO NASCE LA TUA SCRITTURA?

Da grande megalomane quale sono rispondo come fece Charlie Chaplin di fronte alla stessa domanda: per i soldi.

“FILM” AVEVA GIÀ AL SUO INTERNO DEI COMPONENTI SPLATTER. IL TITOLO ERA UN “PRESAGIO” PER UNA FUTURA MESSA IN SCENA DEI TUOI SCRITTI?

A dire il vero il primo romanzo l’ho scritto alle medie, era un western.
Comunque per la messa in scena, sì, ci speravo. Avevo due sogni: fare il cantautore o il regista. Sono stonato, quindi il cantautore non posso farlo. Per tanti anni ho sperato di fare il regista, era il mio sogno, ora non lo è più. I film si girano d’estate e io non sopporto il caldo. Poi sul set c’è sempre un sacco di gente, un gran casino, bisogna anche comandare e non ne sono capace. Allora mi limito a fare quello che facevo da bambino, con mamma e papà, i film li guardo già fatti, mi diverto di più.

QUINDI HAI RIPIEGATO SULLE SCENEGGIATURE.
Be’, ho fatto una sceneggiatura, per caso, ma non ho neanche partecipato, non sono mai andato sul set, come si dice. Non ho mai visto girare una scena. Poi scrivere per il cinema è molto difficile. Volevo scrivere, poi col passare degli anni e guardandomi un po’ intorno, ho capito che non era il mio mestiere. Innanzi tutto credo sia un lavoro collettivo e inoltre è un lavoro dove bisogna riscrivere più volte e io non ne sono capace. Cioè, per me, la prima volta è quella e ve la beccate.

LA SCENEGGIATURA ERA PER “NERO”, DI GIANCARLO SOLDI?

Sì. Invece per “DellaMorte DellAmore” non ho fatto niente, a parte scrivere il romanzo, hanno fatto tutto loro. Mi hanno mandato la sceneggiatura e io ho telefonato subito, dicendo che era molto più bella del romanzo. Nient’altro. E sono partiti.

TU L’HAI VISTO IL FILM?

Cinque o sei volte. No, sette.

IL ROMANZO A TRATTI È SCRITTO COME LA SCENEGGIATURA DI UN FILM. GIÀ TE LO VEDEVI AL CINEMA?

Sì, mi sarebbe piaciuto.

TENENDO CONTO CHE IL CINEMA È UN’ALTRA COSA, PENSI CHE SOAVI ABBIA ESPRESSO AL MEGLIO QUELLO CHE PENSAVI SCRIVENDO DI DALLAMORTE?

Ma, non mi sono posto questo problema, mi piace la pellicola in sé. Secondo me è un bellissimo film comico, invece la gente, i ragazzini, si aspettano un horror/splatter. Sì, c’è anche lo splatter, però è assolutamente marginale. Certo, come film comico forse non è stato molto capito. A me fa ridere sempre, mi diverto molto. Poi non mi interessa se rispecchia o meno quello che pensavo.

E’ STRANO CHE HAI TROVATO LA STORIA DEL FILM MIGLIORE DEL ROMANZO, PERCHÉ DI SOLITO SI ACCUSA IL CINEMA DI ESSERE UN GRANDE TRADITORE. E’ STRANO ANCHE IL RAPPORTO CHE HAI AVUTO, ANZI, NON AVUTO CON CHI L’HA REALIZZATO, SOPRATTUTTO CON LO SCENEGGIATORE, CHE È LA PARTE PIÙ ATTIVA DELLA SCRITTURA.

Mi sembra che lo sceneggiatore abbia accentuato l’aspetto più fobico del libro. E poi gli ha dato una struttura che non aveva, perché era pur sempre una serie di racconti uniti da un filo conduttore, ma non c’era la storia con un inizio e una fine che lui ha creato. Io l’ho letto come un’altra cosa, non mia. Del resto mi piace leggere perché mi piace scrivere.

QUINDI LA LETTURA E LA SCRITTURA VIVONO DELL’EMOZIONE DEL MOMENTO.

Certo. Come credo possano dire tutti quelli che fanno il mio mestiere, l’interpretazione è molto legata a quello che ti piace o ti diverte in quel momento. Io spero di aver sempre scritto delle cose perché mi divertivano e mi piacevano mentre le scrivevo. La cosa bella è vedere che si divertono anche gli altri.

DICI CHE A PARTE GLI EFFETTI SPLATTER E HORROR HAI RISO MOLTO. LO SPETTATORE, PERCHÉ NON RIDE? FORSE NON SI GUARDA ALLO SPECCHIO E QUINDI NON RIESCE A RIDERE DEI SUOI LATI OSCURI, LI PRENDE PER VERI?

Io francamente sarò semplicistico, ma non mi pongo mai tanti problemi. Quando leggo una cosa, o mi piace o non mi piace, non so mai spiegarmi perché. Per questo non ho mai fatto il critico cinematografico. Addirittura leggo le cose che ho scritto io come se le avesse scritte qualcun altro. Quelle raramente mi piacciono.

QUANDO SI FINISCE DI LEGGERE UN TESTO, LO SI ABBANDONA O LO SI CONSERVA?

Si copia. Tutti copiamo. Come diceva Totò, tutti sono capaci di fare, è copiare, che è difficile.

TU DA CHI COPI?

Io da tutti, copio. Quando vedo un film mi segno le battute e poi le sfrutto. I libri, li copio.

PERCHÉ HAI SCELTO BUFFALORA COME LOCATION DEL ROMANZO?

Mi sembrava un bel nome, Buffalora. Non sapevo nemmeno che esistesse davvero. Forse mi era entrato nella testa perché sono di quelle parti. Tra l’altro, il paese che c’è nell’Oltrepo’ è Boffalora, non Buffalora. Pensavo di averlo inventato ma probabilmente mi girava già in testa. In realtà Buffalora è Stradella.

DELLAMORTE È COMPOSTO ANCHE DI CANZONI O FORSE POESIE. LE TUE ASPIRAZIONI DA CANTAUTORE SI SONO IN PARTE MATERIALIZZATE?

Be’, continuo a scrivere canzoni.

NON NE HAI MAI CANTATA NESSUNA?

Sì, le ho pure cantate. C’è anche un disco con un paio di mie canzoni, inciso da un cantautore che si chiama Tiziano come me, Tiziano Cantatore. Poi ho continuato a scriverle per me. Parecchi anni fa è uscito un libro con queste canzoni.

IL TUO RAPPORTO COL CINEMA DA SPETTATORE COM’É?

Ah, io sono nato al cinema. Mia mamma mi portava in sala che ero appena nato e mi teneva in braccio. Son nato col cinema, è il mio grande amore, sempre.

QUAL È STATO IL PRIMO FILM A COLPIRTI IN MODO SIGNIFICATIVO?

Il primo non me lo ricordo. Certo mi ricordo molto quelli di paura. Ricordo il primo film che sono andato a vedere da solo, o meglio, con un amico, “Piano… piano, dolce Carlotta”, a Stradella, Buffalora. Io e questo mio amico eravamo in un cinema praticamente vuoto, davanti. Dietro c’era una coppietta. Fuori, un temporale della madonna, mancava la luce ogni due o tre minuti, con questa storia terribile che passava sullo schermo: mani tagliate, e altre nefandezze. Be’, io me la ricordo ancora come una delle serate più spaventose della mia vita. A un certo punto, io e il mio amico ci siamo guardati, ci siamo alzati e siamo andati a sedere vicino alla coppietta a stringerci.

SEI MAI SCAPPATO DA UNA PROIEZIONE CHE TI HA DISTURBATO?

Sono parecchi i film che non ho sopportato, anche quelli cosiddetti impegnati o intellettualoidi, però in generale arrivo in fondo e quasi sempre rivedo i film almeno un paio di volte. Non parliamo di Kubrick: prima di dire mi piace un suo film, l’ho rivisto minimo 12 volte.

DICI CHE SEI NATO CON IL CINEMA. RICORDO ANCHE CHE AGLI ALBORI DELLA REGISTRAZIONE, TU E ALFREDO CASTELLI AVEVATE GIÀ UN NUMERO ESAGERATO DI VIDEOCASSETTE. QUINDI TRA GRANDE E PICCOLO SCHERMO, QUALI OPERE TI HANNO INFLUENZATO PER LA STESURA DELLE SCENEGGIATURE DI DYLAN DOG?

Dylan Dog è nato dagli zombie di George Romero e dai film di Dario Argento. Poi tantissimi altri. Un film che cito appena posso è “2001” e non solo, un po’ tutto Kubrick. “Il fantasma del palcoscenico” credo di averlo visto 36 volte, “E.T.” siamo sulle 42. “Terminator” 1 e 2 li ho visti almeno cinque o sei volte.

PERCHÉ DYLAN DOG HA IL VOLTO DI RUPERT EVERETT?

Per caso. Premesso che a me rimane sempre impressa l’ultima cosa che ho visto, al momento di fare Dylan Dog, Claudio Villa, che doveva studiare il personaggio, aveva realizzato una faccia molto spagnola, somigliante a Antonio Gades, il ballerino. Quindi gli ho detto no, è un volto tutt’altro che inglese, questo. Qualche giorno prima avevo visto “Another Country (La scelta)” al Vip. Gli ho fatto prendere le sue matite e l’ho mandato al cinema. Lui al buio, con una piccola lampadina, si è tirato giù Rupert Everett. A me è sembrata una bella faccia. E’ nato così.

IN “NERO” È APPARSO COME ATTORE UN MITICO FUMETTISTA ORA SCOMPARSO, HUGO PRATT. CHE RAPPORTI AVEVI CON LUI?

Eravamo amici. Quando veniva a Milano si andava a mangiare insieme. Ricordo dei grandi pranzi, molto belli. Onestamente, non so parlare molto bene degli amici che non ci sono più. Me lo ricordo io e basta. Curiosamente non sono stato io a chiedergli di fare quella parte nel film. Il regista gli ha telefonato e lui ha detto di sì. Stranamente, perché anche lui non si prestava troppo a queste cose.

CANNES DAL LIBRO AL FILM

di Marcello Moriondo

Si potrebbe riempire la libreria con i libri che hanno ispirato le pellicole selezionate al FESTIVAL DI CANNES per assicurarci una buona lettura durante i prossimi mesi. Eccone un elenco, sicuramente incompleto.

In SAINT LAURENT di Bertrand Bonello si cita Boris Vian tramite la sua canzone Fais-moi mal Johnny.
L’HOMME QU’ON AIMAIT TROP di André Téchiné è tratto da Une femme face à la mafia di Renée e Jean-Charles Le Roux.
OPERAZIONE DIABOLICA, film fantascientifico del 1966 di John Frankenheimer, è tratto dal romanzo di David Ely. Il pacifista LES CROIX DE BOIS di Raymond Bernard deriva dal romanzo di Ronald Dorgelès. MATRIMONIO ALL’ITALIANA è tratto da FILOMENA MARTURANO di De Filippo. Poi i dialoghi di Jacques Prevert in ALBA TRAGICA di Marcel Carné. In L’ULTIMO METRÒ di Truffaut mettono in scena La disparue di Jean-Louis Cottins.
NON CREDO PIÙ ALL’AMORE (PAURA) di Rossellini deriva da Stefan Zweig. Daphne Du Maurier è ancora una volta alla base del film di Hitchcock LA TAVERNA DELLA GIAMAICA; James Hilton ha ispirato Frank Capra per ORIZZONTE PERDUDO.
Il corto portoghese BOA NOITE CINDERELA è evidentemente ispirato alla CENERENTOLA di Perrault.
COLD IN JULY di Jim Mickle con Sam Shepard è tratto dal racconto di Joe R. Lansdale. L’attore Mathieu Almaric ha adattato per lo schermo il romanzo di Simenon LA CAMERA AZZURRA.
Jessica Hausner ha invece realizzato un film sul drammaturgo tedesco Heinrich von Kleist, AMOUR FOU. Asia Argento ha scritto con Barbara Alberti il suo INCOMPRESA.
Ken Loach ha tratto JIMMY’S HALL dalla piece dell’attore Donald O’Kelly.
THE HOMESMAN di Tommy Lee Jones è tratto dal racconto di Glendon Swarthout, mentre Zhang Yimou per il suo COMING HOME si è avvalso del libro di Yan Geling.

LA COLONNA SONORA DI CANNES

di Marcello Moriondo

Sarebbe bello creare un cofanetto utilizzando i pezzi musicali inseriti nei film che sono passati al FESTIVAL DI CANNES. Provo a citare quello che ho notato. Sicuramente molto mi è sfuggito, ma la carne al fuoco è molta.

In GRACE DI MONACO di Olivier Dahan c’è la musica di Eric Satie, ma la Callas spopola. Nella sigla della Gaumont c’è Casta Diva; poi la voce di Maria in Ebben? Ne andrò lontana, da La Wally di Catalani, quindi la cantante interpreta O mio babbino caro dal Gianni Schicchi di Puccini. C’è anche Lolita Ya Ya di Nelson Riddle, dal film di Kubrick e il Valzer triste di Sibelius, che si trasforma nel Miserere.
Callas anche in SAINT LAURENT di Bertrand Bonello con Vissi d’arte dalla Tosca e Un bel dì vedremo dalla Madama Butterfly di Puccini, poi l’Ave Maria di Shubert, I put a spell on you, i Velvet Underground, Magali Noel con Fais-moi mal Johnny di Boris Vian, The Four Season, La passione di San Matteo di Bach.
Ancora Shubert con Sonata per pianoforte D. 959 in WINTER SLEEP di Nuri Bilge Ceylan. Sempre Shubert con una sonata in L’HOMME QU’ON AIMAIT TROP di André Téchiné, più un concerto di Vivaldi e Celentano che canta Pregherò.
Il classico dilaga. In RELATOS SLVAJES la RapsodiaUngherese di Liszt, la stessa che passa in WHITE GOD di Kornél Mundruczó, che ci regala nache il Tannhäuser di Wagner e un’accenno all’Internazionale. In CAPTIVES, di Atom Egoyan, Mozart incombe fin dalla prima sequenza, con la Regina della notte, che gorgheggia, dal Flauto magico. Le melodie di Haendel siglano le immagini di SILS MARIA di Olivier Assayas.
In LE MERAVIGLIE di Alice Rorhwacher impera T’appartengo di Franco Migliacci cantata da Ambra Angiolini. Nel film dei fratelli Dardenne DEUX JOURS, UNE NUIT le canzoni si ascoltano in auto. Prima La nuit n’en finit plus da Petula Clark, poi Gloria di Van Morrison, dai Them.
Jean-Luc Godard inserisce in ADIEU AU LANGAGE la sessantottina La caccia alle streghe (La violenza) di Alfredo Bandelli.
In BIRD PEOPLE di Pascale Ferran, Julien Doré interpreta La Javanaise di Serge Gainsbourg. Patty Pravo interpreta sé stessa in XENIA di Panos H. Koutras, dove i protagonisi ballano al ritmo di Rumore di Raffaella Carrà.
Max Gazzè appare quale fornitore di “erba” sudamericano in INCOMPRESA di Asia Argento.
Le musiche in JIMMY’S HALL di Ken Loach sono d’epoca: ballate tradizionali irlandesi, Sugar foot strut da Louis Armstrong, Goose pimples da Bix Beiderbecke, I’m lonesome sweetheart da King Oliver, Weeping willow blues da Bessie Smith.
CANNES CLASSIC ci ha regalato capolavori del passato. OPERAZIONE DIABOLICA di John Frankenheimer le musiche sono di Jerry Goldsmith. Lo struggente Ry Cooder suona per PARIS TEXAS di Wenders. Ennio Morricone sigla PER UN PUGNO DI DOLLARI di Sergio Leone. Sulla spiaggia echeggiavano le note inconfondibili di Nino Rota durante la proiezione pubblica di 8 ½ di Fellini.