LA CLASSE DEGLI ASINI di Marcello Moriondo

CLASSE Z di Guido Chiesa con Andrea Pisani, Greta Menchi – Italia 2017, 90′

Il primo giorno di scuola dell’ultimo anno, un gruppo di studenti di un liceo scentifico si trovano confinati in una sezione estrema: la classe Z. È stata la brillante idea del preside, che pensa di aver trovato il sistema migliore per emarginare e possibilmente escludere dagli esami di maturità quelli che considera un serio problema per la programmazione scolastica, un gruppo classificato “irrecuperabile”. Sono ragazzi che pare non abbiano alcuna voglia di omologarsi col resto dei compagni; che non dimostrano attenzione nelle lezioni; che accumulano assenze, soprattutto in prossimità di interrogazioni; che passano il tempo a contare i like sulle community web dopo aver postato i loro scherzi ai danni di compagni, prof e bidello. Sono ragazzi che si interrogano soprattutto su quale futuro può garantire loro questa scuola e, soprattutto, cosa riserva realmente per loro il futuro.

L’unico professore che si interessa a loro è costretto ad andarsene e probabilmente subirà una condanna disciplinare, ma potrebbe anche essere l’unica ancora di salvezza per i ragazzi di essere ammessi agli esami di maturità.

Quello che i ragazzi mi raccontavano,” spiega il regista Guido Chiesa, “è che spesso i loro talenti non sono valorizzati dalla scuola, che al contrario prende in considerazione solo ciò che didatticamente è misurabile. Senza insegnare loro youtube a scuola, le storie di successo dei ragazzi si trovano in quelle nuove star del web. E questo spesso e volentieri succede a quelli che a scuola andavano male, malissimo. Sono ragazzi che diventano anche opinionisti del mondo giovanile e a scuola non vengono apprezzati. A me ricorda sempre la storia che ho sentito raccontare di questa ragazzina che quando era molto giovane le venne diagnosticata la sindrome di deficit di attenzione e se avesse usato gli psicofarmaci non sarebbe diventata la coreografa di Cats, ora multimiliardaria, ma che a otto anni ha rischiato di ricevere gli psicofarmaci per tenerla calma. Non è una colpa dei professori. Forse la scuola è stata pensata per un altro tipo di società che nel 2010 non è più la stessa così come la scuola. I miei figli dicono “che palle stare a scuola cinque ore a parlare di cose di cui non ce ne frega niente”. Non do la colpa ai professori, ma non posso pensare che la colpa sia solo dei ragazzi. Questo ci siamo detti quando abbiamo pensato al film.

Chiesa ha scelto di raccontarlo sotto forma di commedia, anche se poteva farlo magari in maniera drammatica.

I film che vengono più visti in Italia, e non lo dico certo con gioia, sono proprio le commedie. Quindi fare un film drammatico vuol dire auto infliggersi una punizione. Significa destinarsi a non essere visti. Il mio ultimo film serio era un film sulla Madonna, prodotto da Rai Cinema, non l’hanno manco dato in onda. Cioè, non era su una storia difficile: parlava della Madonna. Eppure non è stato mandato in onda dalla Rai che ci ha messo un milione di euro dentro. Allora vivaddio che possiamo ancora fare delle commedie. Poi personalmente, dopo l’esperienza di Belli di papà mi piace molto fare ridere, mi trovo bene nel fare ridere, mi diverte. Riuscire a trasmettere dei significati anche facendo ridere credo sia una cosa difficile e per me diventa una sfida e mi diverte molto farlo. Poi mi piacerebbe continuare a fare film drammatici che non vedrà nessuno, ma credo non sia il caso, per ora.”

Nonostante il film nasca da una community web, il cast non è una succursale di youtubers. L’ispettore scolastico è Antonio Catania, il preside Alessandro Preziosi, il bidello Alberto Farina.

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INTERVENTO DIVINO di Marcello Moriondo

INTERVENTO DIVINO, un film di Elia Suleiman con Elia Suleiman e Manal Khader    Francia, Germania 2002 – 93′

“Sono un palestinese, nato a Nazareth nel 1960.Sono cresciuto con parole come “Palestina” e “palestinese” che erano proibite. Queste parole non esistevano per la mia generazione. La mia giovinezza era dunque svuotata di un grande e misterioso tabù riguardo la mia identità. Noi eravamo generalmente qualificati come arabi e gli israeliani ci consideravano arabi-israeliani.”

Elia Suleiman, regista di “Intervento divino”, è cresciuto così, nei territori occupati, condizione che non ha mai accettato, “noi eravamo i ”negri” d’Israele, ma sulla nostra propria terra”. L’infanzia l’ha passata in Palestina. A 14 anni ha scritto una novella sull’omosessualità, poi a 17 ha lasciato la sua terra, esiliato, per Londra prima e New York poi, dove ha avuto l’iniziazione cinematografica.

Dopo qualche corto e alcuni documentari per la televisione, è approdato a Venezia con “Chronique d’une disparition”, dove ha stupito critica e pubblico per il suo modo ironico di osservare e raccontare gli avvenimenti. Ma è “Intervento divino” l’opera che gli ha fatto portare a casa il Premio della giuria al Festival di Cannes.

Le riprese sono iniziate nell’autunno 2000, quindici giorni dopo la dichiarazione della seconda Intifada. Proibitivo dunque girare dove Suleiman aveva previsto, niente check point, ricostruire altrove. E anche il budget è stato dimezzato, da 3 milioni a 1,5 milioni di euro. Solo dopo un anno è stato possibile realizzare, vicino a Marsiglia, la scena ninja: gli effetti speciali costavano troppo per poter essere usati prima.

Con la leggerezza e l’umorismo che lo contraddistinguono racconta una storia ambientata nel mezzo di una tragedia storica: la guerra in Palestina. Filma la sua città, Nazareth, ridotta a un grande ghetto, attraverso gag che ricordano Buster Keaton, e il regista non nega un’appartenenza anche a a Jacques Tati: “Dopo le riprese, ho visto “Mon oncle”. Sono rimasto stupito di vedere le somiglianze col mio film. Ho visto anche “Il cameraman” e qui mi ha sorpreso la mia somiglianza fisica con Keaton.” Ma l’umorismo non riesce a nascondere e a cancellare la repressione israeliana sempre presente, ovunque, nei territori. Da Nazareth la scena si sposta per raccontare la storia di due innamorati, lui palestinese che vive a Gerusalemme, interpretato dal regista, lei palestinese di Ramallah, ragazza dallo sguardo profondo, incarnata da Manal Khader. Il check point divide i due giovani. Entrambi non lo possano valicare. I loro incontri avvengono su un’auto, in un parcheggio deserto, nei pressi del controllo militare, una sorta di no man’s land, una terra di nessuno.

L’incontro dei due amanti è circondato dalle violenze psicologiche quotidiane subite da un popolo occupato. Così, mentre in auto si scambiano le loro effusioni, il check point prosegue con perquisizioni, repressione e varie umiliazioni. Le mille difficoltà cui sono sottoposti i palestinesi che vogliono passare il posto di blocco. Umorismo e tragedia si intersecano e la violenta voce che urla attraverso il megafono sta a testimoniare l’abuso di potere che un popolo sta consumando verso un altro popolo.

Il film è costellato da gag, gli scherzi cattivi tra israeliani e palestinesi, tipo i sacchetti della spazzatura gettati da un cortile all’altro, il selciato distrutto per creare trappole micidiali agli automobilisti, il pallone con l’effige di Arafat che circola per Gerusalemme (se lui non può circolare liberamente, almeno la sua immagine dimostra di fregarsene delle frontiere), il nocciolo di albicocca che fa esplodere il tank israeliano. “A causa della guerra, dice il regista, non ho potuto farlo in Israele, ma in un campo militare francese. L’ho fatto di proposito, ho compiuto la mia missione durante la visita di Ariel Sharon all’Eliseo. Con una miscela di 75 chili d’esplosivo e sei chili di polvere. Un lavoro ben fatto, senza lasciare tracce. Addio al tank! Se mio padre fosse ancora vivo, sarebbe molto fiero di me, lui che ha combattuto la resistenza nel 1948 ed è stato torturato dai soldati israeliani fino a cadere in coma”.

Ma c’è anche il forte senso di orgoglio che si sprigiona dalla figura spavalda dell’interprete femminile, una meravigliosa immagine di resistenza e riscatto. Un riscatto che arriva direttamente dai ripostigli più nascosti dell’animo dei due protagonisti e che esplode all’esterno grazie alla spinta propulsiva generata dal loro amore.

Diversi generi sono toccati da Suleiman, dai videoclip alla pubblicità, dalle acrobazie ninja alla rappresentazione tipo telegiornale. Le parole si limitano all’essenziale, il più è relegato alle immagini, fin troppo eloquenti.

INTERVISTA A OLIVIER ASSAYAS, REGISTA DI CLEAN di Marcello Moriondo

Clean di Olivier Assayas è stato presentato al Festival di Cannes dove Maggie Cheung ha ritirato la Palma d’oro quale migliore attrice.

La macchina a spalla di Eric Gautier segue Emily lungo la sua affannosa ricerca di liberazione, dalla droga, dalla galera, dalla solitudine e dall’emarginazione che le procura l’angoscia. La conquista dell’affetto del figlio, tenutole lontano da una sentenza del tribunale, diventa il motivo primario dell’esistenza di Emily e della sua redenzione. Gli interpreti sono tutti credibili nella loro parte, da Maggie (Emily) a Nick Nolte, il nonno (inizialmente la sua parte era affidata a Alan Bates, ma i medici l’hanno sconsigliato, infatti poco dopo è morto), fino al piccolo James Dennis (reclutato a scuola). In ruoli minori cantanti che interpretano se stessi, poi un’insolita Beatrice Dalle e un’antipatica Jeanne Balibar.

Le musiche variano da Brian Eno, che fa da filo conduttore, alla voce disperata di Maggie Cheung, alle sonorità che riportano alla mente Nico o Nick Cave, fino alla musica di Tricky, James Johnston e altri gruppi indipendenti. Frutto della scelta di Assayas, che non perde occasione di comunicarci le sue preferenze musicali (indimenticabili i pezzi inseriti in L’eau Froide, che andavano da Janis Joplin a Nico, Dylan, ecc…)

Cos’è per te la musica, che comunque riveste un ruolo importante nei tuoi film?

Assayas – Io sono stato molto influenzato dalla musica degli anni Settanta. In questo movimento non c’era differenza tra controcultura, musica, poesia, cinema. Avevo sempre l’impressione che la musica fosse la poesia contemporanea, diceva delle cose semplici e immediate che forse il cinema non riusciva a trasmettere con la stessa profondità. Quando ero adolescente, la musica è stata così importante per me, che non mi ha più lasciato, è rimasta sempre con me.

Come hai scelto le musiche di Clean? Tra l’altro ci sono diversi personaggi della musica nel cast, anche nel ruolo di se stessi, tipo i Metric.

In un film come Clean la posizione della musica è un po’ particolare nel senso che ci sono due livelli. C’è la parte narrativa rappresentata da Brian Eno e poi c’è quella che di fatto è il background del film, dato che è situato negli ambienti della musica indipendente. Questo assolve in parte il desiderio di Maggie Cheung di cantare, che io conoscevo. Lei è l’unica superstar di Hong Kong che non canta, quando là tutti cantano, anche se poi fanno dello spaventoso pop cantonese. Mi ero prefissato di utilizzare veri musicisti e utilizzarli anche come consiglieri tecnici rispetto il proprio ruolo. Quando ho incontrato James Johnston a Londra, ho capito subito che era adatto alla parte della rock star Lee, era assolutamente perfetto, pur non avendo mai recitato in un film. Maggie ascolta molta musica e in particolare Mazzy Starr, così, quando ho iniziato a scrivere la storia, mi sono detto: perché non utilizzare Mazzy Starr, dato che lui scrive musica e piace a Maggie? Con Tricky è andata più o meno nello stesso modo. Sia a me che a lei piace la sua musica, quindi aveva un senso averlo nel film. È assolutamente elementare la scelta. Così come all’inizio del film dovevo utilizzare un gruppo di Toronto e dato che ascolto molti dischi di produzione indipendente, quello che ho inserito mi sembrava il più interessante, per questo l’ho scelto.

Ma direi che la traccia più importante di questo film è la musica di Brian Eno. Per un certo periodo ho ascoltato no stop i suoi quattro dischi pop. Questi sono stati molto presenti nella mia vita, alla fine degli anni Settanta. Poi ho perso il contatto con questa musica, che ho riscoperto mentre facevo il montaggio di Clean, provando esattamente le stesse emozioni di quando ero ragazzo, che non mi danno le cose scritte oggi, e gradualmente la musica di Brian è entrata nel film più o meno consciamente.

I personaggi femminili nei tuoi film sono molto importanti e in qualche modo disperati, intrisi di sofferenza. Perché?

Penso che la forma di sofferenza faccia parte di ciascuna persona. Paradossalmente, solo nei film c’è gente che non soffre. L’umanità soffre per varie ragioni, c’è in tutti un lato luminoso e uno oscuro ed entrambi coabitano. In drammaturgia è più interessante prendere dei personaggi in situazioni di crisi, di modo che esprimano la loro dialettica tra sofferenza e rilievo. Ho anche l’impressione che in termini artistici sia molto importante mostrare questa, che non è una sofferenza drammatica, ma la semplice esposizione del lato oscuro insito nella personalità dell’individuo. È per me molto importante perché è anche una forma di compassione, e io ho l’impressione che nei film mi identifico maggiormente nei personaggi che non sono totalmente adattati al mondo o alla società. Viviamo in una società che è brutale, con dei valori anti-umanistici, intrisi di soldi, ingiustizia sociale, positività morbosa. Cerco personaggi che non sono adattati a questo mondo, perché non me ne sento adattato personalmente, di conseguenza scelgo attori e attrici che diano eco alle mie preoccupazioni. Utilizzo personaggi femminili anche perché credo che ci sia una sincronia tra lo sviluppo della società moderna, la sua trasformazione, e il fatto che le donne abbiano uno spazio molto più importante in tutti gli aspetti sociali, quindi l’aumento delle possibilità nelle donne nella società moderna è contemporaneo con la trasformazione della stessa società.

Penso non sia facile trovare attrici all’altezza di questi ruoli.

È una forma di affinità. C’è naturalmente una parte di casting, ma c’è anche un’intuizione. Per esempio, Chloe Sevigny, mi è subito piaciuta, fin dalla prima volta che l’ho vista in un film, ho subito pensato che avesse qualcosa di specifico e l’ho scelta per Demonlover. Così è stato per Maggie Cheung. Mi interessavo al suo lavoro molto prima di incontrarla. Maggie ha avuto un’importanza enorme per questo film, nel senso che lei ha ispirato sia questa storia che il personaggio. Ci tenevo molto ad averla come protagonista, perché lei è un’attrice geniale e ho sempre avuto l’impressione che non ottenesse mai le parti che meritava, non aveva la possibilità di dare quello cui era realmente in grado di esprimere. Bisogna anche ricordare che in Cina, un’attrice non ottiene quasi mai un ruolo da protagonista dopo aver compiuto i 25 anni. Infatti il cinema cinese è spiazzato di fronte a personaggi come Maggie, e arriva a utilizzarla come icona, tipo Wong Kar Wai con In the Mood for Love. E pensare che ha fatto 75 film in dieci anni. È stato davvero magico lavorare con un’attrice come lei.

Pensi sia importante, oggi, per sensibilizzare i giovani, parlare ancora di droga nei film?

La droga è molto più presente nella nostra società che in questo film, dove ha una parte minore rispetto alla realtà. Direi che anche in termini drammatici e di violenza ce ne sono molto di più nella società moderna rispetto a Clean, dove ho presentato la droga in modo pacificato. Nella storia è un tema minore, perché qui la droga è legata al modo di superarla, di vincerne la dipendenza.

Purtroppo il film è stato doppiato. Pensi perderà molto?

È un grosso problema del cinema italiano. Io non riesco a guardarli, i film doppiati. Li vedevo da bambino, alla televisione, ma ora la televisione non la guardo più. Soprattutto non riesco a guardare un film intero in tv. Non è più lo stesso film, diventa banale, tutto quello che è singolare e vivo è soppresso dal doppiaggio. Per me la voce è come l’anima, quindi i film doppiati perdono l’anima.

SE SEI FANG SEI UNA FAMIGLIA, SEI UNA SQUADRA di Marcello Moriondo

 

LA FAMIGLIA FANG

diretto e interpretato da Jason Bateman

prodotto e interpretato da Nicole Kidman

107′ USA 2015

Dal libro omonimo di Kevin Wilson

Annie Fang è un’attrice che ha sfiorato l’Oscar, Baxter Fang è uno scrittore mediocre. Lei è facile preda del gossip, a causa dei suoi atti irresponsabili, lui rimane ferito seriamente durante un’intervista da freelance. Entrambi si estraniano dal mondo rifugiandosi dai loro genitori, Camille e Caleb. La famigerata famiglia Fang è di nuovo riunita. I malesseri esistenziali dei due figli hanno nome e cognome: Caleb e Camille Fang, due artisti estremi che improvvisano performance a sorpresa in posti affollati, preferibilmente centri commerciali, creando azioni di disturbo atte a stupire quando non a spaventare il pubblico inconsapevole, che diventa a sua volta interprete, in quanto viene filmata la sua reazione. Nel periodo della loro infanzia, Annie e Baxter hanno subito e sono stati protagonisti e complici delle attività “artistiche” dei loro genitori, fino a quando il livello di sopportazione è stato contenibile, poi il disgusto li ha fatti fuggire da mamma e papà, prima lei, poi lui, verso due diverse località. Lontano dalle loro fauci voraci e affamate d’arte malsana (fang in inglese sta per zanna).

Tornati in famiglia resistono a nuove richieste di performance, anche se sono consapevoli che lo spettacolo provocatorio riesce solo con la famiglia compatta. Poi, improvvisamente, i genitori scompaiono. Per la polizia è un efferato e sanguinolento crimine che li vede vittime di un serial killer, ma Annie è convinta che sia la messa in scena di una nuova e stupefacente opera artistica ideata da Caleb.

ASSEDIO D’AMORE di Marcello Moriondo

L’ASSEDIO

film di Bernardo Bertolucci

con Thandie Newton, Davis Thewlis

93′ – Italia, Gran Bretagna 1999

Marietta rovesciò il secchio sui gradini dell’ingresso. La saponata fumante scese a cascata sulla pietra a scacchi bianchi e neri e bagnò il marciapiede, scurendolo. Prese la spazzolone e cominciò a pulire, lasciando aperta la porta di casa. Un pallido sole luccicava nelle bolle di sapone. Dalla sala da musica scorrevano le scale musicali, un torrente sonoro che fluì dalla porta inondando la strada. Dal racconto di James Lasdun “L’assedio” pubblicato da Garzanti.

L’assedio” di Bernardo Bertolucci è nato come film televisivo per Mediaset, dopo che la Rai ne ha rifiutato il progetto, ma il regista ha voluto comunque un’uscita in sala prima della diffusione tv. Doveva essere distribuito in versione originale sottotitolata (i due protagonisti tra loro parlano inglese), ma solo pochi esercenti hanno accettato il rischio. Un finanziamento modesto rispetto alle produzioni internazionali cui era abituato, rispetto anche al film precedente, che ha siglato il ritorno del regista all’ambientazione italiana, “Io ballo da sola“. Un adattamento molto particolare, quello che Bernardo Bertolucci e sua moglie Clare People hanno tratto dal racconto di Lasdun. L’ambientazione letteraria è Londra, quella filmica è Roma. La protagonista di Lasdun, Marietta, è forse esule da un paese latino-americano a metà degli Anni 80; Bertolucci attualizza politicamente la sua Shandurai, immergendola nella repressione di uno stato africano sotto dittatura. La giovane vive la traumatizzante esperienza dell’arresto del marito insegnante da parte della milizia governativa prima di prendere il volo verso Piazza di Spagna, in una città che brulica di extra-comunitari, inseriti e non. Qui studia medicina e fa le pulizie nel vasto appartamento di un pianista inglese, in cambio di una stanza in cui vivere, nel sottoscala, comunicante con l’appartamento tramite un piccolo montavivande, usato da Shandurai come armadietto a muro. Come in “Ultimo tango a Parigi“, ancora un appartamento in città, dove due corpi si sfiorano, si cercano, si evitano, si incontrano e si scontrano. Mr. Kinski suona, compone e dà lezioni a giovani allievi, mentre lei gli fa il bucato, lava scale e pavimenti, spolvera mobili e soprammobili più o meno preziosi, lasciandosi cullare dalle note. Lui la osserva, non ne perde un movimento e comincia ad assediarla con un corteggiamento siglato da segnali mandati via portavivande. Prima uno spartito vuoto sul quale campeggia unicamente un grosso punto interrogativo, poi un’orchidea, infine un anello, gioiello di famiglia. Lei dapprima indispettita, poi imbarazzata, affronta il suo corteggiatore. Lui le manifesta tutto il suo amore dichiarandosi disposto a tutto se solo lei accetta di sposarlo. Il rifiuto di Shandurai è prima violento poi ironico: se è realmente disposto a tutto, faccia uscire suo marito di prigione. Una frase buttata là in un momento di rabbia e disperazione che si svilupperà in modo magico anche se abbastanza prevedibile. Il resto della storia lascia ancora un esiguo spazio ai dialoghi delegando tutto alle espressioni e ai movimenti degli attori, Thandie Newton e David Thewlis e naturalmente ai vistuosismi registici di Bertolucci, che sembra tornato ai dempi dell’avanguardia. Lo stesso regista ha confessato di aver attinto un po’ dalla Nouvelle vague e in particolare da Godard. Significative e poetiche alcune sequenze introdotte che non appaiono nel racconto: Il prologo drammatico in terra africana e il concerto d’addio di Mr. Kinski, che si trasforma in un’esibizione solitaria grazie al ritmico defilarsi del piccolo pubblico di allievi e di Shandurai, occupata a rincorrere le missive che l’aggiornano sugli sviluppi della prigionia del marito.

Thandie Newton ha lavorato per registi del calibro di Neil Jordan (Intervista col vampiro), Ivory (Jefferson in Paris), Demme (Beloved), ma anche per piccoli deliziosi film quali Flirting di Duigan e Loaded di Anna Campion. Thewlis ha recitato tra gli altri per Mike Leigh (Dolce è la Vita, Naked), Agnieszka Holland (Total Eclipse), Annaud (Sette Anni in Tibet), i fratelli Coen (Il Grande Lebowski). Splendida è anche la scelta musicale che sostituisce la parola durante i muti, significativi e intensi sguardi, le lente carrellate e i frenetici crescendo della drammatizzazione scenica, una musica che crea un’atmosfera particolare, dai ricordi tribali di Shandurai con Papa Wemba, Salif Keita, Ojwang e Coro Bondeko, ai virtuosismi pianistici di Kinski (le dita sono di Stefano Arnaldi) sulle note di Alessio Vlad, poi Mozart, Grieg, Beethoven e “My favourite things” per mano di Coltrane, ma anche Ry Cooder e il “Cuore matto” di Little Tony.

3000 SOGGETTI CONTRO UN VIRUS Intervista a Bruno Bigoni di Marcello Moriondo

Nel 1993 fa l’emittente d’oltralpe “France 2” inseriva tra un programma e l’altro dei cortometraggi della durata di tre minuti che portavano la stessa intestazione: “3.000 scénario contre un virus“. Il virus naturalmente era l’Aids e i video affrontavano questo problema con brevi storie non necessariamente documentaristiche o seriose. I soggetti arrivavano dalla scuola nazionale di cinematografia ed erano realizzati da giovani registi e attori francesi, coadiuvati dai loro colleghi più famosi. Si parlava soprattutto di prevenzione e di preservativi in modo scherzoso e ironico. Il Ministero alla cultura ne garantiva la diffusione.

Una simile operazione, utilizzando soggetti scritti dagli studenti, è stata varata in Italia e presentata in anteprima da Agiscuola nel 1996 alla 53a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Il titolo è lo stesso, “3.000 soggetti contro un virus“, la durata è superiore rispetto ai prodotti francesi e si è variato il tiro: non è necessariamente la prevenzione a fare da padrona ma il comportamento che l’Aids ha ingenerato, la reazione che questi provoca, la sua convivenza.

Bruno Bigoni, nel 1995, ha realizzato con Giuseppe De Santis “Oggi è un altro giorno (Milano 1945-1995)“, un interessante lavoro sulla lotta partigiana che circola soprattutto nelle scuole. Ora, Bigoni, ha diretto “IL CERCHIO“, video inserito al progetto dei “3.000 soggetti”, tornando a fare cose d’interesse sociale che dovrebbero trovare un canale preferenziale nella scuola. Il regista era a Venezia in occasione della presentazione dei cortometraggi.

CON QUALE METODO HAI SCELTO IL SOGGETTO PER REALIZZARE “IL CERCHIO”?

C’erano questi soggetti della scuola che erano già stati selezionati da Telepiù e dalla Colorado di Gabriele Salvatores. Ne ho avuti sette in mano tra cui potevo scegliere. Ne ho trovato uno a cui mi sono ispirato per realizzare “IL CERCHIO”. In realtà è molto diverso da come l’avevano scritto i ragezzi. Per realizzarlo abbiamo riscritto la storia.

HAI UTILIZZATO NELLA REALIZZAZIONE ANCHE I RAGAZZI DELLA SCUOLA AUTORI DEI SOGGETTI?

No. Ho utilizzato degli studenti che arrivano da 40 paesi del mondo e si raccolgono ogni anno in questo laboratorio internazionale della comunicazione di Gemona del Friuli. Con loro ho affrontato il problema, ho censito la situazione della malattia in tutti questi Paesi, da Cuba alla Russia, fino a Hong Kong. Insieme abbiamo scritto i testi di queste tre piccole storie, di cui la prima ha un esito tragico, la seconda un esito sospeso e la terza un esito positivo. Loro hanno raccontato nel filmato la loro esperienza e il loro impatto con la malattia.

PENSI CHE SI RIESCA A INCIDERE NELLE COSCIENZE E QUINDI A DIFFONDERE QUESTE OPERE SIA NELLE SCUOLE CHE NELLE COMUNICAZIONI DI MASSA?

Guarda, sono tutti utili questi strumenti. In Italia del problema Aids non se ne parla mai a sufficienza. Inoltre questi corti non sono nati con l’intenzione di essere dei documentari scientifici. Sono nati nella scuola e devono tornare nella scuola, perchè altrimenti non ha senso produrli. Penso che il grosso lavoro da fare ora sia ora sia la promozione e la continuità della produzione, perchè non ci si limiti ai corti visti a Venezia ma si allarghi nella scuola la realizzazione dei progetti.