VIOLETTA VOLA SUGLI STADI ITALIANI di Marcello Moriondo

È singolare la strada percorsa dai serial argentini nella televisione italiana.

Se le telenovelas hanno ridotto (fortunatamente) i loro spazi, i telefilm per ragazze/i made in Buenos Aires hanno occupato il vuoto rimanente. Tre di questi telefilm hanno ottenuto da noi un successo incredibile.

Il mondo di Patty (Patito Feo), che racconta di una ragazza di 13 anni che si trasferisce dalla provincia a Buenos Aires, dove incontrerà il padre segreto e il primo amore.

Rebelde Way, ambientato anche lui nella capitale, precisamente nella prestigiosa Elite Way School, tra amicizie, amori e musica.

Violetta, che torna a Buenos Aires (sua città natale), lasciando l’Europa, dove ha perso la madre in un incidente. Ben presto scopre avere una predisposizione per il canto e la danza, ma il padre, che ha perso la moglie artista proprio mentre di spostava per una tournée, tenta in tutti i modi di soffocare questa passione. Ma senza successo.

C’è qualcosa che lega Violetta agli altre due serie televisive.

Martina Stoessel, la protagonista, ha recitato nei panni di Martina, in Il mondo di Patty e come Patty danza.

In Rebelde Way i protagonisti formano un gruppo musicale. La band ha ottenuto un successo così ampio da uscire dai teleschermi e diventare una serie di concerti, con un tour addirittura in Spagna.

Inoltre Violetta e Il mondo di Patty sono due prodotti Disney e Martina, oltre a partecipare ai concerti un po’ ovunque, si esibisce appunto nei Disney Show.

Ora Violetta – Il concerto sta per effettuare un tour nelle principali città italiane, partendo dal Mediolanum Forum di Assago, nella serata di venerdì 3 gennaio 2014 e in due spettacoli il sabato 4 gennaio, pomeriggio e sera.

Seguiranno Bologna, Roma, Napoli, Catania, Padova, Firenze e Torino.

Questi concerti non sono che l’esempio della popolarità che Violetta ha guadagnato, e non solo in argentina e in Italia.Immagine

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UNA PIECE DI NOME VANDA di Marcello Moriondo

Leopold von Sacher-Masoch e Donatien Alphonse François de Sade, hanno ispirato due patologie contrapposte. Sade, grazie ai suoi scritti e alla sua vita sessuale, per cui ha quasi perso la testa (sul patibolo), è passato alla storia come l’incarnazione del sadismo, e inconsciamente ha ha originato il termine che i terapeuti hanno bollato come disturbo della personalità.

Sacher-Masoch, con la sua Venere in pelliccia ha illuminato gli scrutatori della mente umana di professione, che grazie a lui hanno coniato il termine di masochismo.

Roman Polanski ha naturalmente letto il romanzo di Sacher-Masoch e in seguito la piece teatrale di David Ives, ispirata al celebre libro.

Quindi doveva diventare un film. Così, come aveva fatto in precedenza con Carnage, Roman ha adattato la piece per il grande schermo. Un’opera che è passata in concorso a Cannes.

Una piece, quindi. E di conseguenza un teatro. Doveva essere un teatro parigino, e l’unico che secondo il regista poteva alla fine servire allo scopo era il Récamier, un vecchio locale chiuso da tempo perché non idoneo alle misure di sicurezza.

Due personaggi. Vanda e Thomas, cioè Emmanuelle Seigner, che non lavorava con Polanski dal 1999, ai tempi di La nona portae Mathieu Amalric, regista e apprezzato attore francese.

La trama è intrigante. Un regista teatrale, Thomas, sta per portare in scena la piece di Ives. La sera, dopo una giornata di audizioni alla ricerca della protagonista femminile, sta per raggiungere la fidanzata, quando una voce femminile bussa alla porta della platea: knock knock knock. È Vanda, un nome, un personaggio. Attrice volgare il cui aspetto è ulteriormente penalizzato dalla pioggia che l’ha accompagnata e inzuppata interamente lungo la strada. Lui non vorrebbe nemmeno ascoltarla. Ma c’è qualcosa di strano che gradatamente prende corpo, stupisce e affascina il regista. Ha lo stesso nome della protagonista della piece; è entrata in scena come recita lo script rivisto da Thomas; conosce a memoria tutto il testo teatrale; ha letto il romanzo di Sacher-Masoch; la sua borsa contiene tutti i costumi atti alla rappresentazione. Ma il fatto determinante è la trasformazione che avviene al momento dell’audizione vera e propria. La ragazzotta volgare si trasforma, corpo e voce, in una interprete ideale, fino ad arrivare, nel ribaltamento dei ruoli, a improvvisarsi sceneggiatrice, regista e scenografa.

Lei contesta il sessismo presente nel testo, coinvolge il regista nelle prove di rappresentazione e inizia a mescolare la realtà con la finzione nel momento in cui decide di improvvisare tradendo lo script, fino ad arrivare appunto all’inversione dei ruoli.

Con questa trasformazione del testo di Sacher-Masoch, si arriva a una lettura quasi femminista, sicuramente di rivendicazione femminile, contro la sudditanza al potere sessuale maschile, anche laddove finge di essere sottomesso.

Polanski non era in competizione a Cannes dal 2002, quando vinse con la Palma d’Oro Il pianista. È anche la prima volta che gira in lingua francese, nonostante abbia realizzato molti film in Francia.

La musica che disegna il virare verso lo sconvolgimento dello script teatrale è di Alexandre Desplat, mentre la suoneria del cellulare di Thomas, atta a dissacrare puntualmente i dialoghi, è sintonizzata sulla Cavalcata delle Valchirie di Wagner.

Catherine Deneuve, in Bella di giorno di Buñuel, interpreta il ruolo di Séverine, lo stesso nome del personaggio maschile sia dello script di Thomas che del romanzo di Sacher-Masoch. Anche nel film del regista spagnolo ci sono dei momenti legati al masochismo e alla sottomissione.

Mentre Massimo Dallamano, nel 1969, ha trasformato Laura Antonelli in Wanda per il suo Le malizie di venere (o Venere nuda), uscito direttamente dalle pagine di Venere in pelliccia.

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QUATTRO STAGIONI DI UNA TEENAGER di Marcello Moriondo

L’uscita di Giovane e bella coincide con i tristi fatti di cronaca che vedono protagoniste altre adoscescenti, questa volta made in Italia.

Cosa accomuna il personaggio protagonista del film alle ragazze italiane sbandierate in prima pagina? L’essere adolescenti, studentesse e, per dirla alla Buñuel, belle di giorno.

François Ozon ci regala una pellicola all’anno e Giovane e bella è l’ultimo della serie, applauditissimo a Cannes dove si era in competizione. Il titolo originale Jeune et Jolie, è ispirato dalla rivista francese J J, che sta appunto per Jeune & Jolie.

L’incipit ricorda le aperture di certi film di James Bond. La mascherina “a binocolo” spia Isabelle (Marine Vacth) mentre esce dall’acqua in bikini per sdraiarsi sulla spiaggia sabbiosa.

Poi si apre la storia, raccontata in quattro quasi capitoli nella vita di una diciassettenne, attraverso quattro stagioni e altrettante canzoni di Françoise Hardy. Cioè il passaggio all’età adulta della ragazza, sorpresa dalla presa di coscienza della trasformazione fisica e soprattutto ormonale del proprio corpo. È un rincorrersi di sguardi, partendo da quello del fratello minore di lei che la osserva sulla spiaggia. Sarà lui a seguire nella prima parte i primi passi verso l’amore della sorella.

L’amour d’un garçon (Bacharach, David, Hardy) recita:

La petite fille que tu as connue

Moi, je ne le suis plus !

È l’estate che racconta la perdita dell’innocenza di Isabelle con un ragazzo scelto di proposito. È evidente che per lei non si tratta d’amore.

À quoi ça sert (Hardy)recita:

Je n’ai que les étoiles et rien d’autre pour toi

Si l’on doit se faire mal c’est la vie qui veut ça

Autunno. La seconda parte scruta Isabelle dal punto di vista del suo cliente. È una studentessa, una “call girl” che nel pomeriggio si prostituisce per 300 euro, mistificando l’età. Come la Deneuve di Bella di giorno non lo fa per danaro, non ne ha bisogno e sua madre le passa ciò che le serve per gli studi.

Première rencontre (Michel Berger)recita:

je restais seule dans ma chambre

rêvant de celui qui viendrait

Inverno. È sua madre ad accarezzare con lo sguardo Isabelle nella terza parte. Capisce che sta succedendo qualcosa, poi viene contattata dalla polizia a seguito della morte del cliente affezionato della giovane. Isabelle decide di smettere, s’era affezionata a lui, assai più anziano e “caduto sul campo”, forse per abuso di viagra, lasciandola “sola” nella stanza, come canta Hardy.

Je suis moi (Michel Berger) recita:

je suis moi

comme pour la première fois

Subentra lo sguardo del patrigno di Isabelle quando siamo ormai in primavera e tutto sembra risolto, ma ahimè, Isabelle si annoia e la tentazione è forte. Inserisce nel cellulare la sim di “servizio” e riprende una nuova prima volta. Che è un po’ quello predetto dal cliente in autunno, citando il vecchio proverbio: Puttana per un giorno, puttana per tutta la vita.

Sempre in primavera troviamo Charlotte Rampling, nella parte della moglie del cliente defunto, in qualche modo la coscienza gentile di Isabelle. L’attrice aveva già lavorato per il regista in Sotto la sabbia e in Swimming Pool.

Ozon aveva già inserito Françoise Hardy nei suoi film. Traüme in Gocce d’acqua su pietre roventi, tratto da Fassbinder, e Message Personnel in 8 donne e un mistero.

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UNA LIMOUSINE PER LAVANT

UNA LIMOUSINE PER LAVANT

di Marcello Moriondo

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Holy Motors, diretto da Leos Carax, era in competizione a Cannes nel 2012.

È lo stesso regista a introdurci. In pigiama, occhiali neri, attraversa con un cane la foresta/tappezzeria/scenario, per passare direttamente in una sala cinematografica dove gli spettatori assistono, occhi chiusi, alla proiezione.

Si narra di Oscar (Denis Lavant), che come l’Eric Packer di Cosmopolis (anche lui presente a Cannes) passa la maggior parte della giornata in una limousine. Bisogna dire che è singolare che nello stesso festival due registi abbiano utilizzato una limousine come location. Quella di Carax è attrezzata come un camerino teatrale: trucchi, specchi, costumi, attrezzi di scena. Un po’ come l’anticamera che comunica i due appartamenti di Simonini/Dalla Piccola a Parigi nel romanzo Il cimitero di Praga di Umberto Eco. L’attore varia aspetto nella misura che assume l’identità di qualsivoglia persona, a richiesta, come per gli assassinii a pagamento. Il contratto richiede tu sia un manager? Ok. Forse un apprensivo padre di famiglia o un demente distruttore di performance al cimitero. Nella vita ognuno recita una parte, si sposta e si trasforma sulla sua limousine, incontra le persone e si comporta come per loro è previsto che sia. La sincerità, l’esternazione del tuo vero io, non è che una piccola parentesi, pronta a volare subito via, magari dalla terrazza di un grande magazzino in disuso. Oppure è nascosta sotto il trucco di scena o un’anonima maschera. La mistificazione comunicativa è simboleggiata dalle epigrafi sulle lapidi del cimitero: Visitate il mio web… Mi trovate al www…. ecc. Letteralmente dissacrante. Si ride, e’ vero, ma si ride amaro. La miseria del genere umano, nascosta dietro la facciata di lusso fittizio della limousine, è incombente.

Le molteplici vite del protagonista creano altrettanti quadri d’azione, che vanno dal romantico al grottesco. Il ricco finanziere, nella lussuosa camera d’albergo, cerca una fuga dalla sua opprimente vita attraverso la foresta stampata sulla tappezzeria. L’uomo cibernetico tenta un improbabile balletto sessuale con una sua simile sul palcoscenico. La mendicante incontra più disprezzo che carità. Monsieur Merde, personaggio già presente nell’episodio di Carax in Tokyo intitolato appunto Merde, mangia i fiori, strappa la mano a morsi alla segretaria di produzione e rapisce la modella Kay M. al cimitero di Père-Lachaise portandola in spalla, come si conviene a un mostro cinematografico, fino al suo antro, nelle fogne parigine, dove la trasforma in una Vergine musulmana in burqa, atta a sostenere il figlio nudo, moderna rappresentazione della Pietà di Michelangelo. Le iniziali sono di Kate Moss che ha ispirato il personaggio interpretato da Eva Mendes, parte che pare avrebbe dovuto essere di Amy Winehouse. Il padre punisce la giovanissima Angèle per non aver ballato alla festa, lasciandola a casa sola. Il musicista solitario è raggiunto da un formidabile gruppo di fisarmonicisti in un crescendo da brividi nella chiesa di Saint-Eustache e sigla l’inizio del brano non col tradizionale uno, due, tre, quattro, ma con tre, dodici, merda. Il killer subisce lo stesso trattamento riservato alla vittima, creando un doppio perfetto. L’uomo morente pensa unicamente all’amore perduto. Quello che rientra in famiglia sembra uscire dal film di Oshima Max amore mio.

Il grande amore di Oscar copre la parte romantica e tragica del film, riservata a Kyle Minogue (altra K. M.). Sono lontani i tempi in cui interpretava telefilm o girava I delinquenti in Australia. Adesso è perfetta nel ruolo di Jean, pronta per la sua nuova, drammatica vita sulla sua limousine. Si incontra con Oscar su un terrazzo la cui vista sovrasta l’amato/odiato antico Pont Neuf, e canta un pezzo a cappella scritto dallo stesso Carax: Who were we?. Come non pensare, a questo punto a un trasfigurato barbone, Lavant appunto, che in Gli amanti del Pont Neuf balla il valzer con Juliette Binoche al ritmo di Sul bel Danubio Blu mentre i fuochi artificiali illumminano la coppia sul ponte. In un altro film di Carax, Rosso sangue, Lavant corre per le strade deserte mentre David Bowie urla il suo Modern Love. Tra gli altri brani della colonna sonora di Holy Motors si evidenziano la Marcia funebre di Shostakovich e il tema di Godzilla.

Insomma, ci passa di tutto, un po’ come il cinema nel corso del tempo. Cinema, arti visive, musica, letteratura, una citazione dopo l’altra. Del resto, può un personaggio avere un nome più cinematografico di Oscar? E la limousine è stata l’invitata speciale alla festa per la pellicola di Carax, tenutasi, come si conviene per una star dell’automobile, nel parking sotterraneo Saint-Nicolas, sgomberato per l’evento. Poi nel finale, da non svelare, ci sono due ultime citazioni non male. Dagli Occhi senza volto di Franju e dal Pixar Cars.

Se Denis Lavant avesse rifiutato la parte, dice Carax, avrei proposto il ruolo a Lon Chaney, o a Chaplin. O a Peter Lorre, Michel Simon.” Lavant ha già indossato i panni di Chaplin per Harmony Korine in Mister Lonely, ma Il regista esagera, naturalmente, però la recitazione di Denis, suo attore feticcio è davvero incontenibile. Passa da un personaggio all’altro con una naturalezza ammirevole.

IL GIOCO DEL SE

Il gioco del se

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DI Marcello Moriondo

Se potessi tornare indietro… Frase stra-abusata e sogno irrealizzato, se vogliamo escludere la letteratura e il cinema.

Se sposti un posto a tavola, film franco-belga di Christelle Raynal del 2012, che solo ora esce nelle nostre sale, è forse cronologicamente l’ultima pellicola della serie del “se”. Come si conviene in opere di questo genere, inizia col protagonista che prende al volo un treno. Naturalmente sarà quello del suo destino. Lo split screen sul convoglio ci annuncia che ci sarà qualcosa di parallelo in futuro. Lei sta leggendo L’amore dura tre anni di Frédéric Beigbeder (che è anche un film diretto dallo stesso autore), lui le si siede accanto. Poi li vediamo fare l’amore contro un tavolo addobbato per le nozze, e lei è in abito da sposa. Dal tavolo cadono i segnaposto coi nomi degli invitati. La disposizione confusa dei posti traccia un probabile futuro per la coppia, che varia se e quando il protagonista sposta nuovamente i segnaposto.

In questo infinito gioco del “se” è la letteratura a dare un suggerimento agli autori cinematografici. Il cinema di conseguenza si contorce su sé stesso, plagiandosi indiscriminatamente, raccontando storie che contengono indiscutibili similitudini. O forse no. Può darsi che gli autori che hanno affrontato questo argomento non abbiano mai letto I fiori bludi Raymond Queneau. O che (a parte alcuni casi clamorosi) non abbiano visionato le pellicole precedentemente uscite. Ma entriamo nei contenuti.

Nel 1965 Raymond Queneau scrive I fiori blu. Si narra di un nobile del 1264 che quando si addormenta sogna di essere nel futuro. Nel futuro si addormenta e sogna di essere ancora nel passato. L’edizione italiana si avvale della fantastica traduzione di Italo Calvino.

Quindi il cinema: Nel 1982 Krzysztof Kieslowski realizza Destino cieco, dove un uomo arriva in stazione e un imprevisto origina delle varianti nel suo destino. A causa di questo vivrà tre diverse vite in tre diversi luoghi.

Kieslowski ci riprova nel 1991 con La doppia vita di Veronica. In questo caso sono entrambi cantanti, una vive in Polonia, l’altra in Francia. Si sfiorano ma non interferiscono tra loro. Il regista ci suggerisce che due sono troppe per vivere sulla stessa terra. Quest’idea verrà sfruttata in seguito.

Nel 1993 Maurizio Nichetti porta sullo schermo Stefano Quantestorie, dove racconta con leggerezza le varie opportunità che riservano le scelte future, in alcuni tratti ricorda quello più serio del primo Kieslowski, come per esempio, la scena del treno in Stazione Centrale, a Milano. In questo caso, con un gioco fantasioso e divertente, le vite parallele diventano addirittura sei.

Eric Rochant gira tre anni dopo Anna Oz, dove Charlotte Gainsbourg si addormenta a Parigi e si sveglia a Venezia con un’altra vita e viceversa. È forse l’idea più vicina a Queneau, anche se l’epoca narrata e la situazione sono evidentemente differenti. C’è anche l’ipotesi di Kieslowski per cui una non possa sopravvivere all’altra.

Ricomincio da capo di Harold Ramis, da un soggetto di Danny Rubin, è dello stesso anno. Inizia il gioco della ripetizione. Bill Murray rivive lo stesso giorno quasi all’infinito, cioè fino a quando non riscatta il lato peggiore di sé stesso.

Sliding Doors di Peter Howitt, del 1997, cannibalizza un po’ qua, un po’ là. Le porte del “se”, in metrò, possono essere le stesse dei treni di Kieslowski e Nichetti, l’insofferenza di una delle due vite possibili con finale tragico tipo Anna Oz, e l’incompatibilità della duplice sopravvivenza insita in Veronica e Anna.

Nel 1998 Tom Tykwer dirige Lola corre, dove l’eroina (appunto correndo a ritmo infernale) rivive più volte la stessa situazione, però con il senno di poi, variandola a suo favore ogni volta fino a renderla perfetta.

Giulio Manfredonia riporta sullo schermo il testo di Rubin, adattandolo, all’italiana, servendosi di un bravissimo Antonio Albanese. Il titolo dice tutto: È già ieri, siamo nel 2004.

Lo stesso anno esce The Butterfly Effect, di Eric Bass e J. Mackye Gruber. Qui se il protagonista legge i suoi vecchi diari o i filmini familiari, riesce a tornare indietro nel tempo, cercando di aggiustare in qualche modo la sua travagliata vita. Ma come per Lola corre, prima di trovare il perfetto equilibrio incappa in tragiche evoluzioni spiegabili appunto dal famoso ”effetto farfalla”.

Nel 2005 Emmanuel Carrère mette in scena L’amore sospetto, brutto titolo italiano di La moustache, tratto dal suo romanzo Baffi, dove si racconta di un uomo che decide di tagliarsi i baffi, ma non se ne accorge nessuno, nemmeno la moglie. Scopre che la sua vita col baffo è forse un’esistenza parallela.

Un amore all’improvviso è l’assurdo titolo italiano del film che nel 2009 Robert Schwentke ha tratto dal romanzo di Audrey Niffenegger La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Il titolooriginale inglese era più o meno lo stesso del libro. Racconta di Clare bambina che incontra Henry adulto, per poi ritrovarlo nel tempo reale e sposarlo. Già, perché Henry è vittima di una malattia genetica che lo fa viaggiare avanti e indietro nel tempo quando meno se lo aspetti. A differenza del protagonista di The Butterfly Effect, non è in grado di variare nulla, a parte il precario presente in cui s’imbatte. Ma siamo comunque già al classico viaggio nel tempo, anche se non voluto come in Wells o in Ray Bradbury e negli innumerevoli film a loro ispirati.

Un singolare viaggio nel tempo lo compiono invece i protagonisti di Cloud Atlas (2012) dove Tom Tykwer ci riprova accompagnato daI Wachowscki Brothers. Tom Hanks e soci si spostano perché rivivono dopo la morte in una sorta direincarnazione.

In Se sposti un posto a tavola a differenza degli altri, ogni variazione interessa non solo i due protagonisti, ma anche gli altri invitati, coinvolgendoli in un continuo gioco delle coppie differenziato.

La musica ha un ruolo importante perché si ripete ogni volta nello stesso momento della storia, in tutte le sue variazioni. Ballano al suono di Sul bel Danubio blu di Strauss, tagliano la torta con Venus dei Shocking Blue, poi Whatever you want dei Status Quo, George McCrae con Rock Your Baby, Bonnie Tyler, un Notturno di Chopin, La primavera di Vivaldi.

LE STARLET DI SOFIA di Marcello Moriondo

 

Immagine ImmagineLa storia che ha ispirato Bling Ring di Sofia Coppola esce dalle pagine di Vanity Fair e precisamente dalla penna di Nancy Jo Sales, per i colleghi specializzata in “storie fatte solo di anfetamina”. La Sales descriveva con succose interviste e approfondimenti di cronaca i colpi effettuati a Los Angeles dalla banda di giovani soprannominata appunto Bling Ring. Cinque adolescenti, 4 ragazze e un maschietto, passano dall’intrusione nelle auto a scopo rimozione eventuali oggetti di valore dimenticati, all’introduzione nelle ville di personaggi famosi, per lucro, certamente, ma soprattutto per accaparrarsi oggetti e capi di vestiario appartenenti alle starlet, capi griffati già frutti dell’invidia che accompagnava la visione tv dei vari personaggi del gossip made in Usa.

Apparentemente, la Coppola sembra essersi specializzata nel descrivere l’incosciente superficialità di una generazione, nonché il suo disagio esistenziale. L’abbiamo letto negli occhi delle Vergini suicide, nel vuoto vagabondare di Scarlett Johansson a Tokyo, nella tristezza dello star system in Somewhere, e ora le giovani “griffettare” di Bling Ring.

Per introdurci al clima, prendiamo coscienza della prima parola pronunciata da una delle ragazze, shit!, mentre stanno per entrare nella casa della loro prima vittima, Paris Hilton. Il sistema è semplice: il gossip televisivo racconta ora per ora lo spostamento delle protagoniste del pettegolezzo, una volta per assistere agli Oscar, un’altra per “presenziare” a una serata a parecchi chilometri di distanza, oppure perché arrestate per alcol o droga. Per cui i nostri ladri di capi firmati, più o meno kitsch, sanno quando le ville sono incustodite. Paris, furbona com’è, lascia la chiave sotto il classico zerbino, per cui entrare è un gioco. L’immagine della starlet è ovunque: dai cuscini sulle poltroncine e i divani agli innumerevoli quadri disseminati lungo le scale, alle gigantografie sui muri. Gioielli, scarpe, borse, t-shirt, abiti di marca, spesso di dubbio gusto. Senza naturalmente tralasciare rolex, dollari arrotolati, il tutto asportato cercando di evitare goffamente le telecamere di sicurezza. Nessuna sfugge alle rapine, né Lindsay Lohan né Megan Fox. Le telecamere di quest’ultima aiuteranno gli investigatori a sgominare la banda. Ma non prima che l’inconsueta attività abbia fruttato alla banda più di tre milioni di dollari di refurtiva.

Una cosa che colpisce, rispetto ai soliti film teen Usa, è che, a parte una delle ragazze, nessuno fa l’amore, nemmeno il maschio della banda.

Emma Watson, ormai uscita dal ruolo di brava e innocente streghetta, entra ufficialmente in quello della bad girl. Scatenata e folle durante i blitz nelle case delle eroine vip (che più che impirtant sembrano idiot), si trasforma in educanda che, con aria innocente, davanti alla giornalista di Vanity Faire, dichiara di essere adepta di un ordine religioso dedito a opere caritatevoli, quindi estranea ai fatti, e di essersi divertita in carcere, ascoltando i lamenti della sua vicina di cella, una delle sue vittime, arrestata per guida in stato di ubriachezza.

I locali di Los Angeles frequentati dalla bizzarra band, sono quasi gli stessi dove all’occasione appaiono le vittime delle intrusioni. Tra i vari personaggi più o meno celebri risalta un cameo di Kirsten Duns (Marie Antoinette per la regista) che appare di sfuggita in uno di questi ritrovi.

Come sempre, Sofia Coppola non dà giudizi, si limita a raccontare, secondo il suo indiscutibile punto di vista, le imprese di questi adolescenti. È evidente che le ragazze non si rendono nemmeno conto della gravità delle loro azioni. E il ragazzo… sta così bene con loro… Sofia si arrende alla loro naturale incoscienza, come aveva già fatto con le Vergini, con la giovanissima moglie di Luigi XVI, con la ragazza spaesata a Tokyo e la giovane star di Somewhere: sono tutti figli dei nostri tempi, fragili, senza una visione del domani, che si inventano la sopravvivenza giornaliera, con attività strettamente legate alla loro cultura. Sempre in bilico sulla fune che la nostra società ha steso per loro.

Il film ha aperto, fuori competizione, la sezione Un Certain Regard. In seguito è diventato un libro scritto dalla stessa giornalista di Vanity Fair, Nancy Jo Sales, pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer.