P’TIT QUINQUIN di Marcello Moriondo

DA CANNES AL TORINO FILM FESTIVAL
Il regista Bruno Dumont, molto famoso oltralpe, è misconosciuto in Italia, se si eccettua L’HUMANITÉ e TWENTYNINE PALMS. Quest’anno, prima di approdare al TORINO FILM FESTIVAL, la QUINZAINE DES RÉALISATEURS ha voluto omaggiare Dumont con la proiezione speciale del suo ultimo film. E finalmente è arrivato il divertimento.
Quattro episodi per un totale di 3 ore e 20 minuti per narrare alcuni giorni di (stra)ordinaria follia in un piccolo villaggio nel Boulonnais.

P’TIT QUINQUIN, è il personaggio di una ninnananna francese. Ma è anche il nome (o il soprannome) di un ragazzino che vive in un cascinale coi genitori e i nonni. È a capo di una banda di ragazzini e scorrazza in bici con Eve, la sua fidanzatina, in piedi dietro di lui. È una piccola comunità rurale: il padre di Quinquin alleva cavalli (i famosi boulonnais bianchi), i genitori di Eve hanno i maiali, e numerose sono le stalle coi bovini. Qualsiasi cosa esca dalla quotidianità per i ragazzi è un evento. Figuriamoci quando arriva un elicottero per togliere un mucca morta da un bunker tedesco della Seconda Guerra Mondiale. Sotto la vacca trovano del sangue umano, e all’interno dell’animale i resti di una donna, a parte la testa, che viene trovata in seguito nello sterco delle mucche. Già dal primo capitolo, intitolato appunto LA BESTIA UMANA, come il romanzo di Zola citato a proposito dai gendarmi, si capisce che nonostante l’argomento truculento, si tratta di una storia stravagante e colma di umorismo.

Le gag sono innumerevoli e coinvolgono i vari personaggi fin dalle prime inquadrature, con il monte di letame che copre la vista del panorama, verso cui uno dei protagonisti volge lo sguardo estasiato. Ci sono carrellate di volti incredibili, con mimiche facciali a tratti grottesche, mentre l’escalation delle morti singolari sembra non aver fine. Poi ci sono i tic del comandante della gendarmerie, spesso ripreso in primo piano per evidenziarli. Il gendarme tenta di terrorizzare i ragazzini ricevendo in cambio i loro sberleffi. Se qualcuno non risponde quando suona alla porta spara in aria, così escono, se non altro per curiosità. I ragazzi si divertono a spaventare tutti con i petardi, mentre il nonno aiuta la moglie a preparare la tavola lanciando i bicchieri sul tavolo invece di posarli e c’è il topolino preso al laccio usato da Quinquin per disgustare Eve. Dopo due corpi all’interno di altrettante mucche, la donna e il suo amante, la scientifica giunge alla conclusione che i bovini, impazziti, se li sono mangiati, dopo che qualcuno li ha fatti a pezzi.
L’indagine assume toni grotteschi. L’aspirante cantante, forse causa di un suicidio, la mangiano i maiali. L’istruttrice delle majorette, tradisce il marito e la trovano morta, nuda, issata a trofeo sulla spiaggia.

Naturalmente non è una giustizia divina, il comandante opta piuttosto per l’opera del demonio. Ma la verità che suggerisce il regista è molto più semplice e i Quinquin e Eve sono a un passo dallo scoprirla.

JIMMY, L’IRLANDESE CHE IMPORTÒ IL JAZZ di Marcello Moriondo

Dal FESTIVAL DI CANNES ecco JIMMY’S HALL – UNA STORIA D’AMORE E LIBERTÀ di KEN LOACH

La sceneggiatura che il “fedele” Paul Laverty ha tratto dalla piece dell’attore Donald O’Kelly, si ispira alla vera storia di Jimmy Gralton, unico irlandese espulso dal proprio Paese senza nemmeno un processo. Per raccontarla, Laverty e Loach hanno dovuto tornare indietro nel tempo, fino al 1932, quando Jimmy torna in Irlanda dopo dieci anni d’esilio. La guerra civile sembra un ricordo lontano e Jimmy, sollecitato dai giovani del posto e supportato dai vecchi compagni, decide di riaprire un vecchio locale.

Il compito della JIMMY’S HALL sarebbe quello di aggregare l’intera comunità, senza pregiudizio alcuno. Si dovrebbe danzare in primo luogo, ma anche usare gli spazi per riunioni e per insegnare. E qui nasce il primo ostacolo. L’istruzione è appannaggio esclusivo della religione cattolica e il reverendo del luogo, già causa della precedente fuga di Jimmy, non apprezza la concorrenza, “soprattutto se esercitata da comunisti”. Ma i ragazzi hanno gli ormoni in subbuglio, vogliono divertirsi e ballare, sia le danze tradizionali irlandesi che la nuova musica arrivata da New York con Jimmy tramite dischi a 78 giri, diffusa dal grammofono: Bix Beiderbecke con GOOSE PIMPLES, King Oliver con I’M LONESOME SWEETHEART, Bessie Smith con WEEPING WILLOW BLUES, Louis Armstrong con SUGAR FOOT STRUT. Con loro le nuove danze che Jimmy ha appreso negli States. Seguono anche i corsi di poesia e leggono con emozione Yeats. Alla Hall si impara danza, pittura e box.
Il prete mal digerisce e arriva a schedare le persone che frequentano il locale di Jimmy. Legge dal pulpito i nomi che ha raccolto, scatenando l’ira, tra gli altri, di un attivista di destra, che frusta a sangue la figlia, nella lista di proscrizione parrocchiale. Le prediche oscurantiste e da nuova inquisizione sortiscono un ulteriore effetto, una caccia alle streghe da parte dei “benpensanti” e dell’estrema destra del consiglio comunale. La richiesta di dialogo da parte di Jimmy è rifiutata dal parroco e la situazione precipita, con clima da Klu Klux Klan.

Loach torna i Irlanda dopo IL VENTO CHE ACCAREZZA L’ERBA e come sempre ci mostra la lotta di chi crede ancora nella giustizia sociale, schierandosi filmicamente dalla sua parte. È anche profondamente critico verso il falso progressismo politico, che alterna aperture a chiusure esclusivamente in nome della realpolitik.
Tutto è raccontato con immagini splendide e coinvolgenti. Jimmy che ripercorre il proprio passato in flashback tramite vecchie fotografie: l’entusiasmo per l’apertura del locale; le minacce che già allora giungevano dalla gerarchia ecclesiastica e dai politici a essa asserviti; l’addio all’amata; la fuga negli Stati Uniti per evitare l’arresto.

Tornando al presente, le scene del ballo, l’entusiasmo dei giovani, la solidarietà della comunità, la casa abbandonata e strappata al proprietario per darla a una famiglia senza tetto; i ragazzi che seguono, in un corteo in bicicletta, la camionetta cha sta portando via nuovamente Jimmy.
Un film di immagini, d’amore, di lotta e di emozioni profonde. Sentimenti che solo Ken Loach riesce a unire e a trasmettere.

A MUSIC QUESTION di Marcello Moriondo

IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO
di e con Aldo, Giovanni e Giacomo

HO VISTO CHE AVETE RISPOLVERATO IGLESIAS E TONINO CAROTONE. MA SOPRATTUTTO, E QUESTO MI HA SORPRESO PIACEVOLMENTE, WALTER VALDI. VOLEVO CHIEDERVI QUALE È STATO IL PERCORSO E SE AVETE AVUTO DIFFICOLTÀ NELL’OTTENERE I DIRITTI.

GIACOMO PORETTI – Devo dire che abbiamo avuto una difficoltà: a un certo punto pensavamo di non poter mettere il pezzo di Walter Valdi perché non si trovavano gli eredi o perlomeno un referente. Poi alla fine il lavoro di produzione ha funzionato e ne siamo ben felici. Per chi non conoscesse quel pezzo: I VAHHA PUT HANGA, devo dire che ne parlavo prima con un sacerdote. Diceva che suonavano quel pezzo in oratorio. Era praticamente un test per poter frequentare gli oratori della Lombardia. Se non sapevi a memoria quella canzone non potevi entrare.

GIOVANNI STORTI – Infatti, Aldo, i primi tempi non poteva entrare. Poi ci ho messo una buona parola e gli ho insegnato almeno il ritornello.

GIACOMO – Comunque è una canzone degli Anni ’60 di questo cabarettista raffinatissimo che era Walter Valdi. A noi è venuto subito in mente e non poteva che star bene in quella sequenza del film. Sulle altre musiche ti risponde Morgan.

MORGAN BERTACCA, sceneggiatore – Come si suol dire, grazie della domanda. Le musiche e tutte le partiture originali sono state scritte e composte da Marco Sabiu, con la supervisione di Charlie Rapino. Come avviene normalmente c’è stato un dialogo e tutta una serie di scelte e atmosfere che abbiamo poi confrontato con Marco che ha composto ricercando appunto di entrare in quelle situazioni. Riguardo invece al repertorio di brani editi: su Valdi ha già detto tutto Giacomo, era una cosa che ci divertiva molto fin da quando abbiamo avuto l’idea, per cui abbiamo fatto di tutto per poterlo ottenere e ci fa piacere che sia stato apprezzato. Riguardo agli altri brani c’è stato un bel lavoro, dato che siamo tante teste a decidere, per cui succede che ognuno mette i propri gusti e c’è sempre un bel dibattito interno per ottenere il massimo, basandoci sulle singole scelte.
Si parte da LONELY BOY dei Black Keys dell’inizio che può sembrare strana per un film di Aldo, Giovanni e Giacomo, ma siccome volevamo un inizio molto ritmato, l’abbiamo provata al montaggio e ci è sembrata giusta e trasportante. Difficile ottenerne i diritti e per questo ringrazio il produttore Paolo Guerra.
Il percorso di Julio Iglesias è simile a quello di Walter Valdi. Ci sembrava il pezzo giusto, scritto proprio per quel momento particolare del film, quindi doveva essere il brano originale che tutti conoscono.
RIDERÒ è un pezzo dei Santa Margaret, un gruppo giovane di Milano. Li abbiamo scelti perché ci piaceva il loro sound molto analogico, assonava bene con le sonorità dei Black Keys, per cui ci sembrava una scelta coerente.
Dopodiché un brano di George Ezra. Ci piaceva e inoltre aveva un respiro e dei colori che raccontavano bene quella parte di film. Quindi abbiamo detto: perché no?
Il grande Tonino Carotone è stata la prima scelta che abbiamo fatto sul set. È una passione che abbiamo in comune e questo brano mette d’accordo tutti. Tra l’altro descrive bene bene l’atmosfera di questo mondo difficile che abbiamo voluto raccontare.
Infine un brano originale e ci ha fatto molto piacere ottenerlo. Sto parlando di CHE ABBIA VINTO O NO di Emis Killa. C’è stato un contatto e lui si è offerto di scrivere un pezzo originale per il film. Grazie a lui è nata una collaborazione con Antonella Lo Coco che è la voce femminile che si sente nel brano. È stato incredibile perché quando ci hanno fatto ascoltare le parole e le musiche che hanno scritto, abbiamo capito subito che era calzante: sia il testo che il ritmo musicale raccontavano bene l’atmosfera del finale, che volevamo molto veloce e pieno.

COLONNA SONORA

La colonna sonora originale è di MARCO SABIU Proprietà delle Opere Musicali e delle registrazioni Edizioni Curci Srl ‐ Backstage Srl

“CHE ABBIA VINTO O NO”
EMIS KILLA (feat. Antonella Lo Coco)
(Emiliano Rudolf Giambelli / 2ND ROOF ‐ G. Damiani ‐ Antonella Lo Coco)

“RIDERÒ”
SANTA MARGARET
(Angelica Schiatti/Stefano Verderi/Angelica Schiatti)

“IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO”
FEAT SAMIR IN DAHOUSE (RADIO RMX)
di Marco Sabiu
ALL INSTRUMENTS : TOMMY VEE MAURO FERRUCCI & KELLER MIXED BY KELLER

“AY DOLORES”
di Martin Lopez Chavez interpretato da “MARIACHI INTERNACIONAL CORAZON”
canta Martin Lopez Chavez

“MI TRISTE CANTO”
di Martin Lopez Chavez ed Alfredo Jorge Peralta Hilares

“EL JARABE TAPATIO”
© Pubblico dominio

“LONELY BOY”
(Auerbach/Carney/Burton) interpretata da BLACK KEYS ©
Per gentile concessione di Warner Music Italia srl

“BLAME IT ON ME”
(George Barnett, Joel Laslett Pott ) interpretata da GEORGE EZRA © BMG Rights Management (Italy) Srl (p) 2014 Sony Music Entertainment UK Limited

“ME CAGO EN EL AMOR”
(De La Cuesta Manrique) interpretata da TONINO CAROTONE © 2000 EMI Music Publishing Italia Srl
Per gentile concessione di Warner Music Italia Srl

“SE MI LASCI NON VALE”
(Rossi/Belfiore) interpretata da JULIO IGLESIAS © Universal Music Publishing Ricordi Srl (p) 1978 Sony Music Entertainment (Holland) B.V.

“I VAHHA PUT HANGA”
Testo e Musica di Walter Valdi © by Edizioni Curci Srl

“ZORBA’S DANCE”
(M.Theodorakis) © 1965 EMI Music Publishing Italia

ENEA BAROZZI, IL RAGAZZO VISIBILE di Marcello Moriondo

IL RAGAZZO INVISIBILE di Gabriele Salvatores arriva nelle sale il 18 dicembre con un alone di mistero voluto dal regista. La parte essenziale si conosce: abbiamo un ragazzo di 13 anni che diventa invisibile trasformandosi in una specie di supereroe.
In edicola c’è una sorta di prequel a fumetti, una storia che ricorda la serie Heroes, da cui si evince l’origine reale di questi superpoteri, spiegata parzialmente all’interno del film.
Oltre a Michele (Ludovico Girardello) l’invisibile, spicca quale personaggio chiave, Brando, interpretato da Enea Barozzi.
Enea vive a Pioltello, presso Milano, con la madre Cinzia, la sorellina Lucrezia e il padre Danilo, disegnatore e fumettista affermato anche in casa Disney.

MA COME È ARRIVATO IL NOSTRO ENEA A RECITARE PER SALVATORES?

Ho iniziato che avevo praticamente sei mesi. Mi ha iscritto mia madre in una agenzia per la pubblicità. Crescendo, la cosa ha iniziato a piacermi. Ho proseguito fino alla interpretazione di cortometraggi, sono stato protagonista di SUPEREROE IN AFFIDO di Andrea W. Castellanza, prodotto dall’ICMA (Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni) per pubblicizzare l’associazione che si occupa dei bambini in affido in Italia. Ho recitato in sitcom, ero in PILOTI, la serie con Max Tortora e Enrico Bertolino, e in RESTO UMILE WORLD SHOW di Checco Zalone, arrivando infine all’ultimo film di Salvatores.

TRAMITE UN CASTING?

Sì, a Milano, perché Castellanza suggerì a Cristina Proserpio, il casting director, di incontrarmi. Avevo già incontrato Cristina in altre occasioni, anche per il casting di UN BOSS IN SALOTTO di Luca Miniero con Papaleo e la Cortellesi e di BRACCIALETTI ROSSI di Giacomo Campiotti. Se lavoravo in quest’ultimo non avrei potuto partecipare a IL RAGAZZO INVISIBILE. Poi Salvatores mi ha voluto vedere a Trieste, dove il film si sarebbe girato. Io non sapevo ancora cosa sarebbe successo. In pratica a Trieste eravamo rimasti una decina a provare, quasi tutti veneti o friulani. Ho fatto tutti i provini per fare il protagonista, l’ultimo l’abbiamo fatto solo io e Ludovico. Quando mia madre mi ha comunicato che mi avevano assegnato la parte di Brando, ero molto deluso e non volevo più fare il film. Anche perché avevo letto, per i provini, solo la parte del protagonista e, non avendo il copione, non sapevo nulla di Brando. Comunque i miei non mi hanno mai forzato, mia madre mi ha solo detto: leggi il copione, se non vuoi farlo, chiamo la produzione e glielo dico. Dopo averlo letto ho esclamato: è troppo figo Brando! Mi sono innamorato subito della parte. Poi comunque ho capito che Ludovico, fisicamente, si prestava di più rispetto alle caratteristiche richieste al personaggio principale.

CHI È BRANDO VOLPI?

È un ragazzo di famiglia borghese, vive con il padre, nel senso che nel film la madre non c’è. È un tennista e suo padre pretende moltissimo da lui, dalle sue capacità, lo vorrebbe competitivo e sempre vincente. È il classico bullo della scuola, insieme al suo amico Ivan (Riccardo Gasparini). Brando è abbastanza complicato, di fatto è un personaggio chiave.

QUINDI È ANTAGONISTA RISPETTO A MICHELE?

Solo in parte. Almeno, non il vero antagonista. È un po’ come Draco Malfoy in Harry Potter.

IL FILM È IN QUALCHE MODO ANCHE UN ACTION MOVIE.

Sì, c’è molto d’azione, Ci sono esplosioni, effetti speciali…

POI C’È L’EFFETTO PRINCIPE, QUELLA DELL’INVISIBILITÀ.

Essendo molto magro, Ludovico sembrava una ranocchia, quando infilava la tutina verde così da poter essere “bucato” per il green screen.

TI DIVERTIVI SUL SET? HAI DEGLI ANEDDOTI?

Io ero l’unico milanese. Gabriele mi sgridava sempre per il mio accento milanese, per esempio dicevo perché con le “e” aperte invece che chiuse. A me risultava stranissimo e non mi veniva mai giusta durante le scene. Poi mi chiedeva di accentuare la mia erre alla francese, che io cercavo di nascondere. Invece il mio personaggio, Brando, la richiedeva.
Ci siamo anche divertiti. Per esempio, Baladine, la figlia di Fanny Ardant, gestiva le comparse. Io, Ludovico e Filippo la tormentavamo dalla mattina alla sera. Inventavamo ogni sorta di scherzi. Abbiamo creato la baladance e le ballavamo intorno. Lei è simpaticissima e non credo le sia stato facile gestire tutti quei ragazzini scatenati. Per noi era comunque importante: stava delle ore a parlare con noi e ad ascoltarci durante le pause di lavorazione.
Mi sono divertito anche durante la preparazione del film, con gli stuntman e le lezioni di tennis, anche se arrivavo a sera distrutto. Al mattino si saltava e si rimaneva appesi alle corde e verso sera un mucchio di lezioni di tennis per una sola scena, in cui tra l’altro avevo la controfigura. Praticamente dovevo fingere di lanciare la palla, poi c’era lo stop e subentrava la controfigura a tirarla realmente. Che poi visto da dietro era realmente identico a me.
Durante la preparazione atletica con gli stuntman, abbiamo fatto una specie di piramide umana, e quando Noa è salita sulle mie spalle mi ha fatto malissimo. Devo dire che non era proprio delicatissima.
Il film è girato in presa diretta, ma alcune variazioni di dialogo sono state doppiate. Una cosa divertente è avvenuta quando al doppiaggio ho portato mia nonna e l’hanno voluta come voce esterna per i rumori. Tra le diverse persone si sentiva solo la sua voce. Faceva morire dal ridere perché diceva parole a caso, che non c’entravano nulla.
L’ultimo ciak è stato emozionante, con gli applausi finali.

COME TI SEI TROVATO CON SALVATORES E GLI ALTRI ADULTI DEL FILM?

Bene. Gabriele è bravissimo, una persona stupenda e Valeria Golino era molto socievole. Per esempio, una notte che giravamo sul molo, con una bora violentissima, in cui io e Ludovico continuavamo ad andare a bere caffè d’orzo, Valeria stava tranquillamente a conversare con le nostre mamme.

E CON I RAGAZZI?

Eravamo tutti i giorni insieme. Inventavamo balli BeatBox. Ludovico stava spesso con me perché un paio di volte la madre per lavoro non è potuta rimanere a Trieste durante le riprese. Quindi abbiamo dormito insieme e abbiamo scorrazzato per Trieste come due pazzi scatenati. Dopo le riprese siamo stati da loro, a Vittorio Veneto, quattro giorni a maggio. Mia madre dice che insieme siamo micidiali.
Con le comparse avevo un ottimo rapporto, anche perché si è girato a scuola, quindi si socializzava.
Comunque siamo sempre in contatto. Io Ludovico, Filippo e Noa abbiamo un gruppo whatsapp comune.

TORNANDO AL SOGGETTO DEL FILM, HAI MAI SENTITO IL DESIDERIO DI SPARIRE?

No, non in particolare. Magari mi succederà più avanti. Forse ho provato qualche momento di imbarazzo, ma desiderare di scomparire, ancora no.

AL CONTRARIO, TI SEI MAI SENTITO INVISIBILE?

Sì, alcune volte con gli amici. Tipo: sto dicendo qualcosa e nessuno mi considera e continuano a parlare tra di loro. Ma non ci posso fare niente, penso sia comune a tutti.