FUORILEGGE! di Marcello Moriondo

È strano quanto sia soggettiva e differenziata la valutazione su un film. Diversi critici, a Cannes, dove Lawless di John Hillcoat era in competizione, hanno definito l’opera ‘un bagno di sangue’. Ok, la violenza c’è, non si può negare, ma non è mai gratuita, come spesso avviene, per accontentare lo spettatore famelico o l’assetato di plasma. E’ un po’ come in Histoire of Violence di Cronenberg, disturbante ma necessaria. La durezza delle immagini è legata al contesto narrativo insito nel bel libro di Bondurant La contea più fradicia del mondo.
Il ’fradicio’ deriva dall’alcol, che il nonno di Matt produceva assieme ai fratelli durante il Proibizionismo. La caratterizzazione dei personaggi avviene da subito, quando il regista ci mostra la prova di coraggio che i tre fratelli Boundurant, ancora ragazzini, devono affrontare nel sopprimere un maiale. Scopriamo chi sarà il timoroso, chi l’impulsivo e chi il leader, cioè’ quello che pensa due volte prima di agire.
Qualche anno più tardi si trovano immersi nella Grande Depressione. Nella provincia americana la miseria dilaga e il razzismo è rappresentato dalla fontanella off limit per i neri. Su cui spicca un cartello scritto a mano: WHITE. Come uscire dall’indigenza? Qualcosa si dovrà pur fare. In città la disoccupazione ha raggiunto dei livelli insostenibili, quindi, niente lavoro. In provincia non è molto differente. Le occupazioni tradizionali sembrano non avere futuro. L’ispirazione arriva dal Proibizionismo, e alla sete della popolazione, che pare acuita proprio ora che il ‘frutto’ è proibito. È questo che porta i tre Boundurant a produrre e distribuire alcol. Quell’alcol che serve a far dimenticare i momenti difficili; che placa o stimola la rabbia secondo il carattere; che tiene compagnia agli uomini soli; che diventa un carburante per auto all’occasione.
La cosiddetta ‘Banda Boundurant’ vive isolata, in Virginia, ai margini della contea di Franklin. Nella cittadina tutti sanno del traffico illegale dei fratelli. Prima di tutto i poliziotti locali, che in cambio di una cassa di whisky lasciano passare il camioncino stracolmo. Poi, naturalmente, gli ‘avventori’, rappresentati dall’intera comunità. Anche il gangster locale, Floyd Banner (Gary Oldman) tollera il loro mercato, al punto da diventare uno dei migliori clienti. Tutto procede in buona armonia fino al giorno in cui arriva da Chicago l’agente Charlie Rakes (Guy Pearce), mandato a ‘ripulire’ la zona da un corrotto uomo politico, cui interessa soprattutto la propaganda elettorale, nell’antico segno dell’ordine e della disciplina. Rakes è un violento e la sua misura di disciplina consiste nella brutalità. Da subito entra in conflitto con i Boundurant, unici nella zona a non patteggiare con quello che definiscono un clown al soldo del politicante. In breve tempo il conflitto si trasforma in guerra, senza esclusione di colpi, fino all’ultimo sangue.
I tre fratelli sono comunque uniti e determinati, nonostante la loro diversità. Il mite Jack (Shia LaBeouf), amante delle belle auto, diventa la mente affaristica del gruppo. L’aggressivo Howard (Jason Clarke) usa l’impulso come una clava contro i nemici della famiglia. Il leader Forrest (Tom Hardy) tenta di tenere in pugno la situazione, ma gli sfugge di mano.
Le donne sono una componente determinante per l’intreccio narrativo. La bella Maggie (Jessica Chastain), show girl fuggita dalla spietata Chicago per cercare tranquillità e lavoro, trova un impiego nel locale di Forrest. Forse è troppo bella per questo, ma rimane accanto a lui anche nei momenti più duri arrivando persino a salvargli la vita. Sono due anime solitarie e si compensano a vicenda. Bertha (Mia Wasikowska) è la figlia del pastore, considerata un po’ folle a causa della natura ribelle. La sua freschezza attrae da subito Jack, che la corteggia contro il volere del padre di lei. Jack è preso da lei al punto di perdere la prudenza necessaria a proteggerlo dagli uomini di Rakes. Poi ci sono le adolescenti di cui Rakes abusa nella camera d’albergo. Della serie: predico bene ma razzolo male.
E’ un film che si gusta appieno, in tutti i suoi aspetti, sia quelli violenti che quelli romantici. Costumi e ricostruzione d’epoca inappuntabili. C’è anche una forte contaminazione australiana, a partire dal musicista Nick Cave, qui in veste anche di sceneggiatore, e dal regista, che proprio in Australia si è formato cinematograficamente .
È come un vecchio western, dove uno sceriffo corrotto arriva nel villaggio per moralizzare, a colpi di carabina, una comunità che non ne ha nessun bisogno. Gente che trova a difenderla i (magnifici) tre fuorilegge. Una guerra spietata con tanto di imboscate, duelli e saloon con la bella fuggitiva.

PADRI SI DIVENTA di Marcello Moriondo

Padri si diventa
Nel marasma della commedia italiana, più o meno pecoreccia, con Buongiorno papà il regista Edoardo Leo si smarca, cercando di portare sullo schermo un film che sì, faccia ridere, ma anche pensare. C’è molto della nostra società attuale nella pellicola. I quarantenni viziati che non ne vogliono sapere di assumersi responsabilità; nonni poco cresciuti che strimpellano la chitarra truccati come i Kiss; ragazzine in cerca di identità e di una guida per affrontare la vita, amici spensierati che nascondono pillole di saggezza; i valori che risorgono.
Certo, è visto molto con l’occhio degli uomini, ma di carne al fuoco ce n’è a sufficienza.
L’adolescente Layla (Rosabell Laurenti Sellers) si presenta alla porta di Andrea (Raul Bova) annunciandogli di essere sua figlia. Lui non ricorda neppure l’evento che ha portato al concepimento. Ma lei non molla. E porta con sé un nonno fricchettone quasi a carico.
Alla domanda: come reagiresti se una ragazzina apparisse dicendo di essere tua figlia, Bova ha scherzosamente risposto: “Bisognerebbe vedere come reagirebbe mia moglie… o mia suocera!”. Essendo un famoso avvocato quest’ultima, non la passerebbe proprio bene, direi.
Comunque, quest’incontro cambierà radicalmente la vita dei quattro personaggi: la ragazza, il padre presunto, il nonno e l’amico (Edoardo Leo).

Figlia d’arte, Rosabell a 17 anni ha già al suo attivo diverse interpretazioni sia cinematografiche che televisive. Nel film, da brava nipote di un rockettaro, si chiama Layla, come il pezzo di Eric Clapton. Nel film è accompagnata nei suoi movimenti dalla canzone Fare a meno di te di La Elle.
VOLEVO SAPERE SE TI RICONOSCI NEL TIPO DI ADOLESCENTE RAPPRESENTATA IN QUESTO FILM E SE HAI FATICATO A ENTRARE IN QUESTO PERSONAGGIO.
Rosabell Laurenti Sellers – Faticato no, sicuramente. Mi sono divertita un sacco. I capelli erano i miei, già li avevo rosa, e anche i costumi, moltissimi, sono quelli miei, veri. Dunque il look, più o meno, già c’era. L’immagine degli adolescenti di oggi, traspare, anche se alcune cose pazze appartengono solo a lei. Sul personaggio specifico ho dovuto lavorarci. È abbastanza diverso da me, molto più estroverso, aggressivo. Non è stato semplice.

Marco Giallini è un nonno giovane, anche nei costumi, che lancia nel film la sua canzone, Un ribelle che fa sciallallalà.
È LA PRIMA VOLTA CHE TI CAPITA DI FARE IL NONNO?
Marco Giallini – Sì, la prima e l’ultima.
COME L’HAI VISSUTA QUESTA COSA, NON TI HA INVECCHIATO MENTALMENTE?
Ma no. Sarò il figlio di Bova in un altro film. All’inizio ho detto di no a Edoardo, non andrò bene. Anche perché lui ama dire questa cosa, non so se è vera, che posso fare il fratello di Arnoldo Foà, fra un anno. Invece poi con la mia agente e con tutti quanti, abbiamo visto che era una cosa bella, da fare. Anche il personaggio è molto bello.
Rosabell già la conoscevo, lei è mia figlia. Scherzo, Fabrizio, suo padre, è qui anche lui. La conoscevo, quand’era piccolina, però non l’ho riconosciuta quando ci siamo incontrati per il film. Raul Bova e Edoardo Leo li conosco da qualche mese e sono contento di avere fatto il nonno un po’ rocchettaro con loro. Diciamo che ho preso un po’ più da mio fratello maggiore. Io non è che a vent’anni girassi così. Sono figlio dei primi anni 80. Allora si parlava molto di musica, New wawe, post punk… non ascoltavo gli Allman Brothers, li ascolto adesso, ma non era una roba mia. Diciamo che i miei due fratelli grandi vestivano così, uno ancora ci si veste. È tipo l’Enzo dei Giaguari, il mio personaggio nel film. Anche i baffi con la mosca: è uguale. Non ha il camper ma è alto come me, ed è rimasto freak.
COME TE LA CAVI CON LA MUSICA, FUORI DAL FILM?
Intendi come conoscitore di musica, come fruitore, tutto? Molto bene, nel senso che sono un collezionista…
VINILE?
Vinile, cd… una cosa quasi brutta, Ho la casa piena. Migliaia di riviste. Avevo due fratelli più grandi, per cui la musica è stata importantissima per me e lo è tutt’ora. Sono stato a duecento o trecento concerti. Forse quattrocento. Una cosa terribile. Dovevo fare il musicista, in realtà: un basso, una chitarra, la batteria, un camion…
SUONI?
Suono un po’ il basso, sì.
QUALI SONO LE TUE PREFERENZE MUSICALI?
Partendo da John Coltrane, passando dagli Who, Clash, Stonehenge… Massive Attack. Dico così per dire. Per prendere 50 anni di rock.

LES MISÉRABLES di Marcello Moriondo

L’ARTE DELLA FUGA
Che coincide un po’ con l’essere o non essere Jean Valjean (Hugh Jackman), cioè il dover sfuggire perennemente al segugio dell’ordine Javert (Russell Crowe), cambiando identità all’occasione. Inizialmente è un dilettante della fuga, ma il gran cuore del vescovo di Digne, Myriel (Colm Wilkinson), gli apre un nuovo mondo. Da quel momento (se fossimo in un film di John Landis) Jean Valjean è in missione per conto di Dio. Fuga, carità e riscatto. Un conte di Montecristo più esposto, che non si rivela nel momento della vendetta, perché ha cancellato occhio per occhio dal suo vocabolario. Esce allo scoperto solo per salvare dei miserabili in difficoltà. Quanto basta, per poi riprendere il ruolo del fuggitivo, con Javert alle calcagna.
Fugge dalla libertà vigilata per assumere il nome di Madeleine. Diventato sindaco di Montreuil-sur-Mer, si rivela per salvare un innocente ed è costretto a fuggire di nuovo da Javert, per assolvere alla promessa fatta alla sventurata Fantine (Anne Hathaway): prendersi cura della figlia di lei, la piccola Cosette (Isabelle Allen). Anni dopo, credendo di essere stato individuato, lascia la casa lussuosa per un appartamento popolare. Ancora una volta si spende per salvare la vita di un uomo, Marius (Eddie Redmayne), di cui l’ormai adulta Cosette (Amanda Seyfried) è innamorata. Si trascina nella melmosa fogna parigina con Marius inanimato sulle spalle, sfuggendo sia al perfido ladro Thénardier (Sacha Baron Cohen) che all’ossessivo Javert. Infine fugge in convento per non ostacolare la felicità di Cosette e Marius.
LE BANDIERE
Le bandiere hanno un valore simbolico, oltre che suggestivo e complementare alla storia. La prima che incontriamo è l’enorme stendardo bianco, rosso e blu corroso dal tempo, inzuppato d’acqua fangosa, legata a un albero spezzato su un vascello di guerra. La nave ha ceduto alle ingiurie del mare, forse già acciaccata da Nelson a Trafalgar. Considerando che Hugo nel romanzo fa riferimento a un vascello (teatro di una delle fughe di Valjean) alla deriva chiamato Orion, e che una nave di sua maestà britannica, con lo stesso nome ha contribuito a sconfiggere Napoleone a Trafalgar, potremmo dedurre che la bandiera nel fango rappresenti lo stato del popolo francese tradito dalla controrivoluzione dopo l’ascesa al trono di Luigi XVIII.
La deuxième révolution del 1830, ebbe una coda due anni dopo con l’insurrezione repubblicana. Quest’ultima è raccontata nel libro e nel film. Le bandiere a questo punto diventano due: la tricolore e la bandiera rossa. Quella nazionale c’è un po’ dovunque. La rossa esce allo scoperto durante i funerali del generale Lamarque, morto di colera. Il progressivo sventolare delle bandiere si accompagna al crescendo musicale, con la suggestiva DoYou Hear the People Sing?, trasformando l’onoranza funebre nella manifestazione degli insorti, scintilla della rivolta.
Sulle barricate le bandiere rosse spopolano, come le coccarde tricolori. Perfino Javert, infiltrato tra i rivoltosi, indossa una di quelle coccarde. Poi il rosso degli stendardi si mescola col vermiglio del sangue, per terminare simbolicamente con la morte del capo degli insorti, Enjolras (Aaron Tveit), sul davanzale di una finestra, il vessillo stretto tra le mani, disteso scomposto lungo il muro, come se fosse il sangue degli studenti morti.
Ma i borghesi parigini che quella notte dormivano o chiudevano loro le porte in faccia (come quelli descritti da De Andrè nella Canzone del maggio), sembrano risvegliarsi dopo l’ennesima fuga di Jean Valjean, quella dalla vita terrena. Guidato da Fantine, l’ex ergastolano raggiunge la balconata, dove una grande bandiera francese si specchia con quella rossa al vertice delle barricate sovrastanti le piazze parigine. I rivoltosi morti, in piedi su les barricade sventolano le bandiere rosse. C’è Enjolras e la sfortunata Éponine (Samantha Barks), figlia dei Thénardier, che ha dato la sua vita per salvare Marius. Ma anche il piccolo martire Gavroche (Daniel Huttlestone), che sembra uscito dal dipinto La Liberté guidant le peuple di Delacroix, personaggio che probabilmente ha ispitato Hugo. L’intera città sembra stringersi attorno a loro. Ma per la bandiera rossa della Comune di Parigi, dovranno aspettare ancora una trentina d’anni.
LE MUSICHE
Lo chiamano musical da 18 anni, ma è più un’opera lirica, in quanto non ci sono spazi parlati, a parte qualche monosillabo che in Italia hanno avuto la pessima idea di doppiare. Tutti gli attori hanno cantato in diretta sul set. Il pezzo più famoso è Suddenly, cantata da Jean, dopo la liberazione di Cosette.
Ma nella mente ne rimangono diversi, a partire da DoYou Hear the People Sing?, l’inno di speranza cantato dagli studenti sulle barricate, ripreso poi nel finale da Jean, Fantine e tutto il popolo. Persino Occupy Wall Street l’ha adottato durante le sue azioni. On My Own è il lamento d’amore di Éponine; I Dreamed a Dream è il sogno di Fantine; The ABC Café / Red and Black è il gioco degli studenti, la contrapposizione tra l’amore e la lotta.
Tra tanti drammi non mancano siparietti quasi comici, come quello inscenato da Thénardier e sua moglie (Helena Bonham Carter), due truffatori da burlesque, costumi kitsch e perfetti nella cattiveria viscida che rappresentano in Master of the House.

C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK di Marcello Moriondo

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Ok, la distribuzione, al solito, ha variato il titolo del film di James Gray, che in originale era l’appropriato The Immigrant, trasformandolo in un derivato che strizza l’occhio a Sergio Leone. Naturakmente, nulla a che vedere.
Ewa (Marion Cotillard è l’emigrante della situazione. Lei e sua sorella Magda arrivano a Ellis Island, il centro di smistamento nei pressi di New York. Lì si decide del destino di persone che hanno lasciato spesso con dolore la loro terra, donne e uomini che hanno investito tutto nella speranza di una vita nuova, forse migliore. La lunga trafila della disperazione non risparmia nessuno. I più fortunati sbarcano sul suolo newyorchese, gli altri sono rispediti in patria. È il 1921, Ewa e la sorella sono scappate dalla Polonia e dalla miseria di un’Europa reduce dalla Grande Guerra, sono pronte alla durissima prova che impone la selezione di materiale umano, ma il tossire di Magda attrae l’attenzione delle guardie. La ragazza è sospettata di essere affetta da tubercolosi, quindi deve essere ricoverata in quarantena nell’ospedale dell’isola per alcune cure sommarie e quindi espulsa. Le leggi sull’Immigrazione prevedono che Ewa, in quanto donna sola, senza un uomo non può essere in grado di accudire a sé stessa, nonostante sia stata infermiera in patria e conosca la lingua inglese. È quindi automaticamente inserita nel gruppo delle espulsioni. A trarla d’impaccio è Bruno (Joaquin Phoenix), un “impresario” senza scrupoli, ammanicato con funzionari dell’Immigrazione, che evidentemente corrompe. Così Ewa può mettere realmente piede sul suolo americano. Ma a che prezzo! Bruno la inserisce nel mondo del varietà di basso livello, anticamera, se non paravento, della prostituzione newyorchese. Ewa, cattolica osservante, in conflitto con i propri principi e la fede religiosa accetta, prefiggendosi un unico obiettivo: liberare Magda da Ellis Island, e di conseguenza evitarne l’espulsione. Ma i progetti di Bruno su di lei sono altri. È una delle sue gallinelle dalle uova d’oro e non può permettere che esca dal suo catalogo così redditizio. Ewa, che la Statua della Libertà l’ha vista solo da lontano, arrivando con la nave della disperazione, ora è costretta a indossarne i panni sul palcoscenico: è Lady Liberty, che sfila al ritmo dell’Inno nazionale Usa. Ma la vera libertà sembra ancora lontana da raggiungere. A scombinare tutto arriva Orlando, un illusionista cugino di Bruno. I due uomini si detestano e la ragazza diventa il principale pretesto della loro rivalità.

Il film è stato girato effettivamente a Ellis Island, di notte, con luci artificiali, per evitare il contatto con i numerosi visitatori del museo. Già, perché ora è diventato un sito della memoria. È lo stesso luogo raccontato nel 1963 da Elia Kazan in Il ribelle dell’Anatolia, o da Coppola 11 anni dopo in Il padrino II, quando arriva dall’Italia Vito Corleone bambino. O come Charlotte Gainsbourg, per poter accedere al Nuovomondo, secondo Emanuele Crialese nel 2006, trova il modo di aggirare le restrittive regole offrendosi sposa a un altro emigrante. Ma Gray si vanta di essere l’unico ad aver ricostruito il centro di smistamento a Ellis Island. Gli altri avrebbero girato negli studios. È anche il luogo dove i nonni del regista sono passati, nel 1923, per sbarcare negli Usa, provenendo dalla provincia di Kiev.

Molta musica classica in questo film. Nello spazio di detenzione transitoria sull’isola, Orlando si esibisce in un numero di levitazione mentre suonano il Coro muto dalla Madama Butterfly di Puccini. Subito dopo Enrico Caruso, interpretato dal tenore Joseph Calleja, intrattiene i prigionieri. Pare che il famoso cantante sia stato realmente a Ellis Island per dare conforto ai disperati costretti all’emigrazione. A questi vanno aggiunti, in altre sequenze, brani di Gounod e di Wagner.

È passato al Festival di Cannes (maggio 2013), ma arriva solo ora nelle sale italiane. In Francia e in Belgio è uscito in novembre, negli Usa uscirà in una indefinita data del 2014.

A Cannes, in conferenza stampa, Gray ha dichiarato: “Sono favorevole all’immigrazione, arricchisce la società, porta della vitalità, scioltezza e dinamismo alla cultura.

E Marion Cotillard, che nel film parla un polacco perfetto: “Recito in polacco, quindi devo farlo perfettamente, senza accento. Ho capito che per parlarlo bene, dovevo tuffarmi nella cultura polacca. Ho fatto la stessa esperienza in inglese e in italiano. La cultura arricchisce la lingua e viceversa.

LIBERTÉ, (L)ÉGALITÉ, FRATERNITÉ

LUNEDÌ AL CINEMA
ORE 21,00 – 4,00 €
UCI CINEMAS PIOLTELLO
Via San Francesco, 33

LIBERTÉ, (L)ÉGALITÉ, FRATERNITÉ

A cura di Marcello Moriondo
e.mail marcellomor@tiscali.it

Il motto repubblicano francese definisce in tre parole la vita civile di una società illuminata. Sono comunque termini che il nuovo millennio pare aver dimenticato, o comunque accantonato. Possiamo aggiungere ai tre un nuovo principio, posando dinnanzi alla seconda parola una “L”, trasformandola in LEGALITÀ. Senza quest’ultima, le altre tre perderebbero di valore. La legalità probabilmente abbraccia tutti i film di questa rassegna. Ne è una prova Jean Valjean, che non disdegna neppure le altre tre definizioni. O i fratelli Bondurant, che la sfidano ogni giorno. Chissà se ci pensavano i profeti della Beat Generation agli esordi. O i ragazzi che si sentivano appagati svaligiando i guardaroba delle starlette. E chi approfitta della professione per creare disordine? E chi confonde finanza creativa con frode? La rispettavano gli spioni che controllavano John Lennon? O quelli che hanno catturato Bin Laden? O quelli che ti controllano la mente col pretesto mistico? Che dire di chi ha tenuto sequestrata per decenni l’eletta dal popolo? E di chi perseguita i rifugiati con leggi al limite della xenofobia? Forse ci vorrà un nuovo Giuseppe Garibaldi a rimettere le cose a posto.

27 gennaio 2014
LES MISÉRABLES di Tom Hooper con A. Seyfried, H. Jackman
Essere o non essere Jean Valjean, cioè il dover sfuggire perennemente al segugio dell’ordine Javert.

3 febbraio
LAWLESS di John Hillcoat con G. Oldman, G. Pearce
“Che idea balorda, distillare whisky in pieno inverno” (La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant, Dalai Editore)

10 febbraio
GIOVANI RIBELLI – KILL YOUR DARLING di J. Krokidas con D. Radcliffe
“Ho letto Sulla Strada e L’Urlo. Ma è stata davvero la sceneggiatura che mi ha affascinato.” L’attrice Elizabeth Olsen.

17 febbraio
U.S.A. CONTRO JOHN LENNON di D. Leaf & J. Scheinfeld con J. Lennon, S. Albert
“Di tutti i documentari che sono stati realizzati su John, questo è quello che avrebbe amato di più.” Yoko Ono.

24 febbraio
THE MASTER di Paul Thomas Anderson con J. Phoenix, P. F. Hoffman
Straordinario ritratto di uomini alla deriva e di arrivisti nell’America del secondo dopoguerra.

3 marzo
ZERO DARK THIRTY di K. Bigelow con J. Chastain, J. Clarke
-Zero Dark Thirty- in gergo militare rappresenta qualsiasi ora compresa nel buio della notte.
10 marzo
EFFETTI COLLATERALI di S. Soderbergh con J. Law, R. Mara
“Il film si addentra nel problema di dove finisce la realtà e dove inizia la malattia mentale.” Sasha Bardey, psichiatra.

17 marzo
LA FRODE di N. Jarecki con R. Gere, S. Sarandon
“Il film di debutto alla regia nel lungometraggio dello scrittore Nicholas Jarecki: un seducente thriller.”

24 marzo
BENVENUTO PRESIDENTE! Di R. Milani con C. Bisio, S. Smutniak
“Io non so se tutto quel che fai ti torna indietro. Ma mi piace credere che sia così.” Il protagonista.

31 marzo
TERRAFERMA di E. Crialese con F. Pucillo, D. Finocchiaro
L’antica legge del mare sull’accoglienza si scontra con le nuove leggi repressive degli uomini.

7 aprile
BLING RING di S. Coppola con E. Watson
Un gruppo di adolescenti, ossessionati dalle celebrità, entrano nelle case delle starlette per svaligiarle.

14 aprile
THE LADY – L’AMORE PER LA LIBERTÀ di L. Besson con M. Yeoh, D. Thewlis
“La lotta di Suu Kyi è uno dei più straordinari esempi di coraggio civile dell’Asia degli ultimi decenni.” Comitato norvegese per il premio Nobel (1991)