IL LINGUAGGIO GIOCATO di Marcello Moriondo

“Oggi ho visto nel corteo
tante facce sorridenti…”

Jean-Luc Godard, con Adieu au langage – Addio al linguaggio, Premio della Giuria al Festival di Cannes, prosegue la sua ricerca cinematografica girando addirittura in 3D. Un 3D denso di inquadrature improbabili, provocatorie.
Rimane comunque saldamente legato al passato. Lo esterna dall’inizio, con le immagini degli scontri sessantotteschi accompagnati da La caccia alle streghe (La violenza) di Alfredo Bandelli.
Come sempre il film è diviso in capitoli, i cui titoli sono accompagnati dal gioco di parole AH DIEUX – OH LANGAGE che ha la stessa pronuncia del titolo del film.
Innumerenoli, al solito, le citazioni letterarie con lettura davanti la macchina da presa. Solženicyn, Dostoevskij, Ezra Pound, Darwin, Faulkner, Sartre.
Ma comunque il regista dichiara: “Cerco la povertà nel linguaggio” oppure “Gli apache per dire mondo dicono foresta”.
Non mancano le citazioni cinematografiche. Vediamo Miriam Hopkins in Il dottor Jekyll di Rouben Mamoulian (1931) tratto da Stevenson, poi Gregory Peck e Ava Gardner in Le nevi del Kilimangiaro di Henry King (1952). C’è anche un quadretto ottocentesco sul lago di Ginevra con Lord Byron e Mary Shelley.
Oltre a Bandelli e il ricorrente Secondo movimento della Sinfonia N° 7 di Beethoven, ci sono schegge impazzite in cui si riconoscono Sibelius, Tchaikovsky e forse Shostakovich.

Annunci

LA CRISI SULLA PELLE di Marcello Moriondo

Et j´attends que quelque chose vienne / Mais je ne sais qui je ne sais quoi (Petula Clark)

Lo scorso Festival di Cannes è entrato nel cuore scoperto dell’attualità, quindi nella crisi economica ancora lontana a svanire, e di conseguenza nella precarizzazione e nella disoccupazione. Sono stati i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, al solito, a dare una ventata di realismo sociale alla rassegna, con Deux jours, une nuit.
Sandra (Marion Cotillard) ha a disposizione un weekend per riuscire a mantenere il posto di lavoro. La sua occupazione è merce di scambio, un ricatto effettuato sui suoi colleghi: devono decidere, con un voto, se mandare a casa Sandra e ricevere così un premio di 1000 euro, oppure rinunciare al bonus e far rientrare Sandra. È evidente che posta così la questione è viziata. Lo dimostra il passaggio successivo. Sandra, supportata dal marito e una collega, vaga per due giorni di porta in porta, per chiedere ai compagni di lavoro di rinunciare al premio per poterle permettere di essere reintegrata.
Qui entra in gioco la bravura dei Dardenne. Tutti i personaggi che incontriamo per strada sono uno spaccato della nostra società, a partire dalla stessa Sandra. Lei è una donna ansiosa, e proprio a causa della sua depressione è prima nella lista dei licenziamenti. Assume xanax in dosi sempre maggiori mano a mano che la tensione sale e s’avvicina il momento della votazione e, naturalmente, a seconda delle risposte ricevute. Teme che il marito la appoggi più per pietà che per amore e comunque comprende chi non può rinunciare al bonus. Un citofono dietro l’altro, una porta aperta in tutti i sensi, una socchiusa o una chiusa fanno la differenza. C’è chi è a favore per consapevolezza sociale, chi per riconoscenza, chi forse per pietà. Poi c’è chi rifiuta per disagio economico, per motivi familiari o per puro egoismo. C’è anche chi diventa violento nel difendere i suoi 1000 euro, ma c’è anche chi finalmente trova l’occasione per lasciare un marito che la maltratta.
Comunque vada la votazione, al termine di questo intenso fine settimana, Sandra è un’altra donna, forse libera dalla depressione e consapevole di aver fatto delle scelte giuste.
La tensione si stempera, come spesso accade con la musica. Sempre in auto. La prima volta con La nuit n’en finit plus da Petula Clark, poi, cantando scatenati, con Gloria di Van Morrison, nell’interpretazione originale dei Them.
Una storia intensa, vero cinema del reale, con bravissimi attori, ognuno calato nel ruolo giusto, partendo dalla meravigliosa Marion Cotillard. Da Palma d’Oro.

IL FANTASMA DEL SERPENTE di Marcello Moriondo

SILS MARIA
Un film di Olivier Assayas, passato al FESTIVAL DI CANNES 2014
Con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz
Titolo originale CLOUDS OF SILS MARIA. Durata 124 min. – Francia 2014.

Si può sopravvivere ai fantasmi del passato? Sembra l’interrogativo che Assayas ci trasmette tramite il personaggio di Maria.

L’attrice Maria Enders (Juliette Binoche) si sta recando in Svizzera con la sua assistente Valentine (Kristen Stewart) per ritirare un premio alla carriera attribuito al drammaturgo Wilhelm Melchior. Quest’ultimo è l’autore della prima pièce che Maria ha interpretato all’età di 18 anni. Durante il viaggio in treno riceve la notizia della morte di Melchior. La premiazione si trasforma automaticamente in un omaggio alla memoria del grande autore. Alla serata partecipa anche un attore che ha più volte interpretato i testi di Melchior, che ai tempi del debutto di Maria aveva avuto una breve relazione con lei. Tutto il passato cade sulle spalle dell’attrice, soprattutto perché le viene proposto di interpretare a teatro lo stresso dramma degli esordi, MALOJA SNAKE. Il titolo è ispirato a un suggestivo fenomeno naturale. Le nubi, leggere, seguono un percorso tra i monti svizzeri, sotto il Passo del Maloja, seguendone i contorni a serpentina. Il fenomeno è stato ripreso nel 1924 dal pioniere dei film di montagna, Arnold Franck. La pièce di Melchior, che adorava il film di Franck, racconta di una donna sulla quarantina, Helene, che s’innamora della propria assistente, Sigrid, fino alla disperazione quando la ragazza l’abbandona.

I fantasmi di Maria sono esternati in varia misura attraverso i dialoghi che ha con Valentine, sua unica confidente. Primo fra tutti il dover interpretare, non più Sigrid, come nel passato, ma Helena. Oltre al dover fare i conti con l’età, ricorda il suicidio dell’attrice che interpretò ai tempi Helena. Poi lo strano rapporto con Melchior e la relazione con un attore poco amato dal suo autore. E la disturba anche il fatto di dover cedere la parte a lei tanto cara a un’attricetta hollywoodiana, Jo-Ann (Cloe Grace Moretz), preda di youtube e dello star system.

Quello tra Maria e Valentine è un rapporto d’amore e odio. Quando leggono insieme il testo per apprendere la parte, camminando sulle meravigliose Alpi svizzere, sembra quasi che la realtà si confonda con la fantasia della scrittura.

L’incubo del suicidio è ovunque. Melchior, malato, si è tolto la vita. La protagonista del dramma scompare. Suicida, secondo Marie. Se n’è solo andata, secondo Valentine. Forse anche Valentine scompare, proprio mentre è in corso il fenomeno del serpente. Poi c’è la moglie dell’amante di Jo-Anne che si taglia le vene.
Un film soprattutto di dialoghi, dove la depressione, con conseguente disperazione, incombe come un presagio su Maria.

Tre generazioni di attrici a confronto, ognuna con una storia cinematografica diversa, ma tutte e tre arrivate al cinema giovanissime. La grande Juliette Binoche, l’ormai “molto” ex vampira Bella Kristen Stewart e la rivelazione di KICK ASS Cloe Grace Moretz.

Ma ci sono anche le magnifiche immagini dei monti svizzeri, proprio nei luoghi dove amava rifugiarsi Nietzsche, in contrapposizione alla futilità e al fittizio ambiente in cui vive Maria. Ma il mondo reale è un altro, ricorda Valentine.

Tra i brani musicali della colona sonora si evidenziano il CANONE IN RE MAGGIORE di Johann Pachelbel, il LARGO di Haendel e KOWALSKI interpretato da Primal Scream.

UNA PELLICCIA DI NOME VANDA di Marcello Moriondo

VENERE IN PELLICCIA
Un film di Roman Polanski
Con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
Titolo originale Venus in Fur. Durata 96 min. – Francia, Polonia 2013

Leopold von Sacher-Masoch e Donatien Alphonse François de Sade, hanno ispirato due patologie contrapposte. Sade, grazie ai suoi scritti e alla sua vita sessuale, per cui ha quasi perso la testa (sul patibolo), è passato alla storia come l’incarnazione del sadismo, e inconsciamente ha ha originato il termine che i terapeuti hanno bollato come disturbo della personalità.
Sacher-Masoch, con la sua Venere in pelliccia ha illuminato gli scrutatori di professione della mente umana, che grazie a lui hanno coniato il termine di masochismo.
Roman Polanski ha naturalmente letto il romanzo di Sacher-Masoch e in seguito la piece teatrale di David Ives, ispirata al celebre libro.
Quindi doveva diventare un film. Così, come aveva fatto in precedenza con Carnage, Roman ha adattato la piece per il grande schermo. Un’opera che è passata in concorso a Cannes.

Una piece, quindi. E di conseguenza un teatro. Doveva essere un teatro parigino, e l’unico che secondo il regista poteva alla fine servire allo scopo era il Récamier, un vecchio locale chiuso da tempo perché non idoneo alle misure di sicurezza.
Due personaggi. Vanda e Thomas, cioè Emmanuelle Seigner, che non lavorava con Polanski dal 1999, ai tempi di La nona porta e Mathieu Amalric, regista e apprezzato attore francese.

La trama è intrigante. Un regista teatrale, Thomas, sta per portare in scena la piece di Ives. La sera, dopo una giornata di audizioni alla ricerca della protagonista femminile, sta per raggiungere la fidanzata, quando una voce femminile bussa alla porta della platea: knock knock knock. È Vanda, un nome, un personaggio. Attrice volgare il cui aspetto è ulteriormente penalizzato dalla pioggia che l’ha accompagnata e inzuppata interamente lungo la strada. Lui non vorrebbe nemmeno ascoltarla. Ma c’è qualcosa di strano che gradatamente prende corpo, stupisce e affascina il regista. Ha lo stesso nome della protagonista della piece; è entrata in scena come recita lo script rivisto da Thomas; conosce a memoria tutto il testo teatrale; ha letto il romanzo di Sacher-Masoch; la sua borsa contiene tutti i costumi atti alla rappresentazione. Ma il fatto determinante è la trasformazione che avviene al momento dell’audizione vera e propria. La ragazzotta volgare si trasforma, corpo e voce, in una interprete ideale, fino ad arrivare, nel ribaltamento dei ruoli, a improvvisarsi sceneggiatrice, regista e scenografa.

Lei contesta il sessismo presente nel testo, coinvolge il regista nelle prove di rappresentazione e inizia a mescolare la realtà con la finzione nel momento in cui decide di improvvisare tradendo lo script, fino ad arrivare appunto all’inversione dei ruoli.

Con questa trasformazione del testo di Sacher-Masoch, si arriva a una lettura, se non proprio femminista, sicuramente di rivendicazione femminile, contro la sudditanza al potere sessuale maschile, anche laddove finge di essere sottomesso.

Polanski non era in competizione a Cannes dal 2002, quando vinse la Palma d’Oro con Il pianista. È anche la prima volta che gira in lingua francese, nonostante abbia realizzato molti film in Francia.

La musica che disegna il virare verso lo sconvolgimento dello script teatrale è di Alexandre Desplat, mentre la suoneria del cellulare di Thomas, atta a dissacrare puntualmente i dialoghi, è sintonizzata sulla Cavalcata delle Valchirie di Wagner.

Un paio di curiosità: Catherine Deneuve, in Bella di giorno di Buñuel, interpreta il ruolo di Séverine, lo stesso nome del personaggio maschile sia dello script di Thomas che del romanzo di Sacher-Masoch. Anche nel film del regista spagnolo ci sono dei momenti legati al masochismo e alla sottomissione. Invece Massimo Dallamano, nel 1969, ha trasformato Laura Antonelli in Wanda per il suo Le malizie di venere (o Venere nuda), uscito direttamente dalle pagine di Venere in pelliccia.