Claudine à l’école

Il primo libro non si scorda mai

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Colette, la gatta vagabonda

Colette o Claudine?

di Marcello Moriondo

Ci voleva un regista britannico per raccontare una storia tutta francese, quella dell’iniziazione letteraria di una delle scrittrici più amate della sua epoca. Con un’attrice, pure inglese, come Keira Knightley nei panni di Sidonie-Gabrielle Colette.

Colette è un film che caratterizza da subito il personaggio, con riferimenti a quelle che diverranno le sue opere più celebri; ad esempio vediamo passeggiare la gatta per casa e Gabrielle dialogare con una tartaruga.

La vena letteraria dell’autrice, sorge già nella sua dimora nell’amata campagna, dove si è trasferita coi genitori, lasciando il paese che ne ha visto i natali, Saint Sauveur, nell’Yvonne (che racconterà con nostalgia in La maison de Claudine). Nella nuova casa nella Loira, l’adolescente Gabrielle inizia a scrivere. Sono lettere d’amore indirizzate allo scrittore Henry Gauthier-Villars, in arte Willy. Si incontra con lui di nascosto dai genitori, ache se quest’ultimi vedono di buon occhio una loro unione.

Il matrimonio con Willy la trasferisce nella Parigi della Belle Époque, dove viene presentata in società. Si capisce da subito che Willy, in quanto scrittore, è dotato di poca fantasia; infatti si serve di altri scrittori, che oggi chiameremmo ghostwriter, per pubblicare i libri da lui firmati. Gabrielle si rende conto di aver sposato un approfittatore, dispendioso sia nel gioco che nelle donne con cui la tratisce: “ma gli uomini fanno così”, si difende lui.

In questo fin de siècle parigino, Gabrielle deve difendersi come può. È proprio all’inizio del nuovo secolo che Sidonie-Gabrielle diventa semplicemente Colette, quando, irretita dal marito, scrive Claudine a l’école, chiaramente un diario con forti cenni autobiografici. Siamo nel 1900 e il libro esce con la firma di Willy. Al di là degli scrittori fantasma, era abbastanza comune, a parte rare eccezioni, che gli editori e gli stessi lettori prediligessero, sopra il titolo, il nome di un uomo. Basti ricordare Aurore Dupin, che si firmava George Sand; o Mary Shelley (di cui è da poco uscito un film biografico) che subì il grande successo del suo Frankenstein pubblicato col nome del marito.

Colette incontra l’affascinante Georgie Raoul-Duval, moglie di un ricchissimo americano. Intreccia con lei una relazione che scoprirà parallela a quella di Willy, e che diventerà condivisa.

Intanto continuano ad essere pubblicate le avventure del suo alter ego. Claudine à Paris diventa anche uno spettacolo portato in scena dall’attice Polaire, che si presenta ai provini vestita già da Claudine. Il ménage à trois Colette, Willy, Georgie, viene descritto nel libro Claudine amoureuse. Georgie si riconosce nello scabroso personaggio di Rézi e, temendo uno scandalo, riesce a far distruggere, all’origine, tutte le copie. Assistiamo così al rogo dei libri, qualche decennio prima di quello nazista del 1933 nell’Opernplatz a Berlino. Colette e Willy “rimaneggiano” il testo e lo ripubblicano con un nuovo titolo: Claudine en ménage.

Il successo di questi libri è tale che in tutta Francia esplode il caso “Claudine”. La moda, i profumi, le illustrazioni, tutto ormai fa riferimento all’eroina di Colette. Nasce quello che oggi chiameremmo un merchandising inconsapevole.

Mentre proseguono le storie di Claudine, il matrimonio con Willy è sulla via del tramonto. Willy trova in Meg, che si autodefinisce la “vera e autentica Claudine” un compagna ideale mentre Colette fa la conoscenza della marchesa Mathilde de Morny, che come George Sand veste al maschile e come lei si avvale di uno pseudonimo: Missy.

Colette diventa la compagna ufficiale di Missy e, stanca di dipendere dal marito, decide di intraprendere la carriera artistica come attrice e ballerina. Nel 2007 scoppia lo scandalo, quando al Moulin Rouge viene rappresentato Rêve d’Égypte, che termina con un bacio appassionato tra le due protagoniste, Colette e Missy.

Quindi il divorzio e l’appropriazione della firma sui suoi scritti passati e futuri.

Il film non racconta la cospicua produzione letteraria di Colette, arriva fino alla pubblicazione di La vagabonde.

Di certi particolari intimi che il film espone non si hanno documentazioni, mentre di altri ci sono testimoninze scritte, a volte riportate nelle opere di Colette. Comunque sia, è un tratto biografico abbastanza attendibile di questa femminista d’altri tempi, che comunque disprezzava le suffragette.

 

La Lady e il suo amante

LADY MACBETH

di William Oldroyd

con Florence Pugh, Cosmo Jarvis

89′ Gran Bretagna 2016

Dal libro Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, di Nikolai Leskov

L’amante di Lady Macbeth

di Marcello Moriondo

1865, Inghilterra. Il primo piano di un velo bianco che copre il volto della diciassettenne Katherine (Florence Pugh) apre il film di Oldroyd. È la vittima di un matrimonio d’affari voluto da suo padre e dal padre dello sposo. Cosa può scattare nella mente di una diciassettenne la cui gioventù è bruciata da un matrimonio di convenienza?

L’amore non c’è, il marito la disprezza ed è un maschio dominante che, le rare volte in cui è a casa, la assoggetta come una schiava, ma il più delle volte è assente, sia affettuosamente che in presenza fisica. Una giovane donna, anche considerando l’epoca, deve trovare qualcosa cui appigliarsi, qualcuno che l’aiuti a non perdere la ragione.

Quindi la Lady uscita dal libro del russo Nikolai Leskov, da cui il film è tratto, si innamora di un subalterno, un appartenente alla cosiddetta working class, un po’ come raccontato mezzo secolo dopo da David Herbert Lawrence ne suo semi autobiografico L’amante di Lady Chatterley. Se l’amante nel libro di Lawrence è un guardiacaccia mentre in quello di Leskov è uno stalliere, poco importa. Come nella vita reale di Macbeth e in quella raccontata da Shakespeare, il sangue, a un certo punto, scorre inevitabilmente.

La Lady di Nikolai Leskov, ripresa non a caso dal Macbeth di Shakespeare, induce il proprio uomo a commettere ignobili delitti, come Alida Valli in Il caso Paradine di Alfred Hitchcock.

Il libro non si esaurisce al finale, di certo aperto, del film e, a differenza della rappresentazione scenica, è ambientato, come prevedibile in un Distretto russo.

Nel 1934 il compositore Dmitrij Sostakovic, ne trasse un opera omonima, osteggiata da Stalin, rinominata in seguito Katerina Izmajlova.