I GIUDICI

I GIUDICI – EXCELLENT CADAVERS

Un film di Ricky Tognazzi

con Chazz Palminteri, F. Murray Abraham

Italia, USA 1998, 106′

LA MATTANZA

di Marcello Moriondo

L’opera di Tognazzi, tratta dal romanzo di Alexander Stille Nella terra degli infedeli, Mafia e politica nella prima Repubblica (titolo originale Excellent Cadavers: The Mafia and the Death of the First Italian Republic), racconta gli ultimi dieci anni di Giovanni Falcone a Palermo, dal suo incarico a Palazzo di Giustizia fino alla sua morte.

Una delle prime sequenze del film ci mostra Falcone che assiste alla tradizionale “mattanza”. È la strage di questi grossi pesci che ignorano quello che il futuro ha riservato per loro: finire nei piatti di un ristorante di lusso o in una scatoletta di metallo, su uno scaffale del supermercato.

È una scena simbolica, che preannuncia una mattanza parallela, la cosciente eliminazione di personaggi illustri che ostacolano gli affari della malavita organizzata: i cadaveri eccellenti che titolano il film nella versione USA.

Anche se il film non è avaro di scene d’azione inevitabilmente violente, Tognazzi ha voluto raccontare anche quello che i media che si occupano di cronaca non raccontano, quello che c’è dietro le immagini di uomini che hanno dedicato la loro vita per difendere la legge, la legalità. Vediamo quindi i magistrati nel loro privato, le loro emozioni, i loro timori, i loro amori.

E poi il lavoro sommerso, nelle stanze del Palazzo di Giustizia, di come si arriva a un’intuizione, osteggiati da un gruppo di colleghi omertosi, abbandonati dallo Stato.

È un film da vedere e rivedere, per non dimenticare chi ha dato la propria vita per proteggerlo, questo Stato (quindi tutti noi), dall’illegalità e dalla malavita organizzata, più conosciuta col nome di Mafia o, come spiega Buscetta nel film, Cosa nostra. Questo deve servire a raccontate, soprattutto ai più giovani, una parte della nostra storia, caduta nell’oblio di tablet, social, youtuber e fake news. Ma serve soprattuto a informare e prevenire, perché il futuro di questo paese sono appunto i giovani, e nostro dovere è farli crescere e maturare consapevoli dell’importanza della LEGALITÀ.

Can Cannes

L’anno del cane

di Marcello Moriondo

Secondo l’astrologia cinese l’animale dello zodiaco del 2018 è il cane. È all’undicesimo posto nel loro zodiaco annuale, un po’ come il “nostro” scorpione mensile.

Sarà una coincidenza, oppure un celestiale influsso, ma il cinema ha inserito nelle sue produzioni diversi titoli che fanno riferimento ai canidi. Il Festival di Cannes non poteva rimanerne esente. Già nel 2014 Hagen, il cane protagonista di White God – Sinfonia per Hagen di Kornél Mundruczó, è stato il primo cane a salire sul palco della sala Debussy in occasione della proiezione del film. Il cast canino di Mundruczó vinse allora il Palm Dog Wamiz, il riconoscimento al miglior cane nei film presenti al Festival. Quest’anno il premio è andato ai cani di Dogman di Matteo Garrone e a ritirare il premio è salito il chihuahua.

Quindi appuriamo che il cinema ci sta propinando un nutrito numero di film dove i cani, nonostante le apparenze, la fanno da padroni. Da film per ragazzi tipo Belle e Sebastien, arrivato ormai all’ultimo capitolo della sua trilogia: Amici per sempre, a Show Dogs – Entriamo in scena di Raja Gosnell, con protagonisti cani parlanti, il cui doppiaggio, ascoltato nei trailer, mi ha indotto a disertare la sala.

Furtunatamente c’è anche Wes Anderson, con L’isola dei cani, che racconta una favola con situazioni quasi orwelliane, un evidente riferimento a quel che viviamo quotidianamente. A entrare direttamente nei drammi quotidiani, e precisamente dei sans-papiers, c’è la commedia di Tarek Boudali Sposami stupido! In cui ad affiancare i due protagonisti c’è un cagnolino della stessa razza di quello di Tutti pazzi per Mary, un evidente omaggio ai fratelli Farrelly.

Ed ecco spuntare ben due film tratti dalla stessa notizia di cronaca, quella del cosiddetto “Canaro della Magliana”. Abbastanza liberamente, s’intende. Abbiamo Rabbia furiosa – Er canaro di Sergio Stivaletti e quello che a Cannes è valsa la Palma per la migliore interpretazione a Marcello Fonte, oltre al Palm Dog: Dogman.

Forse dovrebbero istituire anche una Palm Dog per la/il peggiore attrice/attore presente a Cannes.

Presentato a Cannes l’Italian Movie Award

A Pompei la X edizione del Festival Internazionale del Cinema

di Marcello Moriondo

Ieri, presso l’Hotel Majestic di Cannes, si è svolta la conferenza stampa di presentazione della X edizione dell’Italian Movie Award – Festival Internazionale del Cinema, che quest’anno ha come tema Il Futuro e che si terrà a Pompei dal 29 luglio al 6 agosto 2018.

Durante la conferenza sono state annunciate le nomination delle categorie CORTOMETRAGGIO e DOCUMENTARIO, il miglior FILM D’ANIMAZIONE e la miglior OPERA PRIMA.

Erano presenti il presidente e direttore artistico del festival Carlo Fumo e il conduttore del festival Luca Abete.

Italian Movie Award 2018 dedica anche una retrospettiva al premio Oscar ® Denzel Washington.

Ecco tutte le nomination e i premi:

 

NOMINATION CORTOMETRAGGI

COSÌ IN TERRA (As It Is on Earth) – regia di Pier Lorenzo Pisano (selezione Cinéfondation, Festival di Cannes 2018)

LA GIORNATA – regia di Pippo Mezzapesa (nomination David di Donatello 2018, Premio Speciale Nastri d’argento 2018)

MEZZANOTTE ZERO ZERO – regia di Nicola Conversa (nomination David di Donatello 2018)

LA LOTTA – regia di Marco Bellocchio  (selezione Quinzaine des Réalisateurs, Festival di Cannes 2018)

BISMILLAH – regia di Alessandro Grande (vincitore del David di Donatello 2018)

 

NOMITATION  DOCUMENTARI

LA LUCIDA FOLLIA DI MARCO FERRERI – regia di Anselma Dell’Olio (vincitore del David di Donatello 2018, vincitore Nastri d’argento 2018)

DIVA! – regia di Francesco Patierno (vincitore Nastri d’argento 2018)

– 78 – VAI PIANO MA VINCI – regia di Alice Filippi (nomination David di Donatello 2018)

– HITLER CONTRO PICASSO E GLI ALTRI – regia di Claudio Poli

– LA VOCE DI FANTOZZI – regia di Mario Sesti (selezione Venezia Classici, Mostra del Cinema di Venezia 2017)

 *Le nomination della sezione LUNGOMETRAGGI saranno annunciate a luglio 2018, durante il festival.

 

ITALIAN MOVIE AWARD | MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

– GATTA CENERENTOLA – regia di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone (vincitore del David di Donatello 2018)

 

ITALIAN MOVIE AWARD | MIGLIOR OPERA PRIMA

 –  IL TUTTOFARE – regia di Valerio Attanasio

 

 

Cannes en guerre

Le combat continue

di Marcello Moriondo

Il suo impegno civile, soprattutto rivolto ai diritti dei lavoratori, Stéphane Brisé lo aveva già dimostrato nel 2015, proprio qui a Cannes, quando ha presentato il suo film La legge del mercato, che valse al suo interprete, Vincent Lindon, la Palma per la migliore interpretazione. Ora il regista è tornato sulla Croisette con lo stesso attore e un’opera ambientata ancora nel mondo del lavoro, esattamente all’interno di un conflitto sociale, dove un’azienda è in fase di dislocamento, con numerosi licenziamenti in previsione, dal titolo significativo: En guerre.

È la storia di una guerra che purtroppo abbiamo imparato a conoscere, se non tramite diretti interessati, quantomeno grazie ai canali mediatici. Infatti la Perrin Industrie, descritta nel film, secondo Brisé potrebbe essere la Goodyear o la Continental, la Whirilpool…

La Perrin ha la sede legale in Germania e decide, nel dislocare, di chiudere alcune filiali in Francia nonostante l’aumento dei profitti, sulla pelle di 1100 dipendenti. I lavoratori iniziano un durissimo braccio di ferro con l’azienda, muro contro muro, onde evitare la dislocazione, magari in in qualche paese dell’Est, dove la mano d’opera ha un costo irrisorio.

Tramite la figura di Laurent Amédéo (Vincent Lindon), il regista ci racconta le riunioni, le assemblee, le manifestazioni e gli incontri con i rappresentanti dell’azienda e del governo.

Non ci risparmia nulla, nemmeno la grande divisione tra i sindacati, tra chi è per la lotta a oltranza e chi cede al ricatto di un’appetibile buonuscita.

Il messaggio finale è tremendo: col sistema vigente oggigiorno non esistono le condizioni per variare la crisi occupazionale, anche se poi sembra aprirsi uno spiraglio verso le generazioni future.

Il tutto girato con la camera a mano, quasi fosse un documentario o un reportage di approfondimento di qualche network attento alle problematiche sociali. Molto verosimile grazie anche alla spontaneità e alla naturalezza nella recitazione, come già avevamo notato in Terra e libertà di Ken Loach.

Un afroamericano per il KKK

Luomo che gabbò i nazisti del Colorado

di Marcello Moriondo

Spike Lee, è tornato a Cannes in piena forma, scherza con i fotografi mentre sale i rossi gradini della Lumiere, poi entra in sala per la proiezione del suo BlacKkKlansman.

Prima di far partire le immagini, il regista ci tiene a farci sapere che quello che stiamo per vedere è tutto fottutissimamente vero. Infatti il film è tratto dal libro autobiografico di Ron Stallworth, che racconta un episodio dimenticato (se non censurato) di quando, nel 1972, Ron era un agente di polizia a Colorado Springs.

Erano i tempi in cui negli USA il Ku Klux Klan era vivo e vegeto, pronto ad agire contro neri, ebrei e omosessuali. Stallworth propone ai suoi superiori di infiltrarsi tra i membri del Klan. Naturalmente lo guardano come se fosse impazzito, anche perché Ron è un afroamericano.

Ma quando spiega il piano che ha in mente, non possono che dargli tutto l’appoggio possibile.

Il regista ci racconta con ironia di come riuscirono a farsi beffe dei pezzi da novanta del KKK, e fa nomi e cognomi. Per cui vediamo David Duke, allora Gran Maestro del Ku Klux Klan, divenuto in seguito un deputato per la Louisiana, quello vero nelle immagini di repertorio e il personaggio interpretato da Topher Grace. Corey Hawkins indossa invece i panni di Stokely Carmichael, allora leader delle Black Panther, marito della cantante sudafricana Miriam Makeba. Il loro matrimonio costò alla Makeba la cancellazione di concerti negli States, e blocco dei suoi pezzi musicali da parte delle produzioni discografiche americane. Riconosciamo anche il mitico Harry Belafonte (quello vero), mentre a impersonare Stallworth è John David Washington (figlio di Denzel), che porta per l’occasione una folta, ricciuta caigliatura, come Laura Harrier, che nel film è Patrice, un’attivista nera con tanto di occhiali e appunto un’aureola di capelli. Ma si sa, allora erano in molte ad agghindarsi come la militante comunista Angela Davis. Mentre Washington si lavora il KKK via telefono, il collega Friz Zimmerman (Adam Driver, il Ben Solo di Star Wars), di origine ebraica, lo sostituisce fisicamente all’interno dell’organizzazione.

Della serie: come un nero e un ebreo sono riusciti a fregare la più potente associazione mondiale di razzisti omofobici e xenofobi.

Negli USA dovrebbe uscire il 10 agosto. Non è un caso, se pensiamo che il 12 agosto di un anno fa, a Charlottesville, in Virginia, un neonazista ha puntato la sua auto contro i manifestanti antirazzisti, uccidendo una donna di 32 anni e ferendo diverse altre persone. Proprio le reali immagini di questa tremenda vicenda appaiono nel finale del film di Spike Lee.

Cannes al via

Parte il Festival di Marcello Moriondo

La settandaduesima edizione del Festival di Cannes prende il via domani ufficialmente.

Sulla carta è un’edizione sensazionale, ora dobbiamo averne la conferma tamite la visione delle opere in (e non) concorso.

Le aspettative per l’Italia sono diverse. Vediamo un po’ di titoli.

Nella selezione ufficiale troviamo Lazzaro felice di Alice Rohrwacher e Dogman di Matteo Garrone.

In Un certain regard Valeria Golino con il suo Euforia.

Nella Quinzaine des Réalisateurs ci sono il corto resistente La lotta di Marco Bellocchio (foto sopra), Troppa grazia di Gianni Zanasi e il film d’animazione di Stefano Savona La strada dei Samouni.

Il cinema di circostanza – Intervista a Ermanno Olmi

Intervista di Marcello Moriondo

Ermanno Olmi, classe 1931, appare affaticato, ma lucidissimo, mentre ci racconta del suo cinema, il giorno prima di ricevere un premio dalle mani di Pupi Avati, in una Rimini piovigginosa. L’occasione è il convegno organizzato dalla Fondazione Federico Fellini: Il libro dei miei sogni, motivato dall’uscita del libro omonimo, edito da Rizzoli. Si lascia andare, il maestro (ma non vuole che lo si chiami così), parla degli stimoli che l’hanno indotto a fare il regista, della salute del cinema italiano, ma anche di sociale e di politica, con qualche bacchettata alla televisione.

Spesso hai parlato della divisione che c’era negli anni 60/70 tra i vari ceti sociali, la classe operaia e la borghesia. Che percorso ha trovato tutto ciò nel tuo cinema?

La mia vita non è legata al cinema, io mi sento legato alla vita. Il cinema è la conseguenza delle mie circostanze di vita. Una volta dissi a Lietta Tornabuoni che il cinema non è la cosa che mi interessa di più. E lei: ma come? E io: be’, a me interessa la mia vita. Quindi, ho fatto i film a seconda delle situazioni che la vita mi imponeva. Ero un ragazzo che aspirava alla regia, alla poesia e alla narrativa attraverso il cinema. Poi sono stato un ragazzo che si è innamorato, uno che ha visto la sua Milano del mondo operaio diventare borghese. Quindi, se metto in fila i miei film, vedo la storia d’Italia, non la storia degli storici, beninteso, e L’albero degli zoccoli andrebbe messo per primo. Però l’ho realizzato a metà del percorso. Perché quando ero giovane e ho fatto il mio primo film, nessuno mi avrebbe finanziato un progetto simile. Quindi l’ho girato nel momento in cui c’era la possibilità di avere un produttore che lo finanziasse. Però il racconto è sempre lo stesso: la realtà contadina, il ragazzo di Il tempo si è fermato, studente lavoratore, che si trova a scoprire il mondo dei padri, essendo lui già diverso da loro, perché universitario. Ed ecco la prima frattura tra gli operai, che non avevano studiato, e i figli degli operai che diventavano dottori. E questi nuovi laureati erano i nuovi borghesi. Negli anni 70 a S. Siro c’era un’evidente linea di demarcazione tra le categorie sociali. Penso a questa trasformazione ed ecco che arriva Il posto, quindi La circostanza e poi I fidanzati. Ho fatto i film a seconda di come vivevo. Non ho mai pensato di fare il cinema. Ho fatto del cinema per raccontare della vita che stavo vivendo. Oggi farei un film sui politici, ma non ne ho voglia. Non riesco a trovare gli attori giusti.

Quali sono le cose che non vorresti vedere al cinema?

Tutto ciò che nega in qualche modo un ideale, gli opportunismi, le ambiguità, la tensione verso affermazioni che non riguardano le specifiche qualità di un individuo, ma le occasionali opportunità, come quelle della televisione, dove vinci qualche miliardo tirando i bussolotti. Questa è follia pura, anzi. Io sono indignato che lo Stato spenda i miei soldini, che pago regolarmente (da fesso, secondo il concetto comune), per dare dei soldi a degli sprovveduti, anche opportunisti, che vanno a tirare i bussolotti e diventano miliardari. Ma chi è che gli dà quei soldi? Di chi sono quei soldi? Questi signori che dirigono la Rai, tramite lo Stato italiano, sono delle persone indegne perché consentono queste cose.

Ai tempi di L’albero degli zoccoli dicevi che, in qualche modo, il progresso faceva dimenticare valori quali la solidarietà e la comunità. Temi presenti anche in Cento chiodi.

Allora, cercherò di essere chiaro, altrimenti sembra sempre che io caschi dal pero e abbia sempre una visione romantica. Il progresso ha portato dei vantaggi enormi. Ha anche creato le premesse perché questi benefici si tramutassero in situazioni di grande ingiustizia. Il progresso non ha tolto la fame nel mondo, non ha regolato la giustizia delle persone, anzi, ha complicato e addirittura in certi casi esasperato tutto. Con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Solo che, nel momento in cui si viveva la civiltà rurale, non è che i contadini fossero umanamente più disponibili al rapporto della solidarietà, ma era la condizione della natura che imponeva un aiuto reciproco per trovare un sostentamento di vita. Allora, la terra imponeva delle regole naturali, che costringevano l’uomo a comportarsi in modo che si creassero dei nuclei di solidarietà. Con il progresso, prima industriale, poi scientifico e tecnologico, cos’è accaduto, che si sono sganciate le condizioni di sudditanza con le regole naturali. Quindi: le pere possono maturare d’inverno e le fragole a dicembre, come dice Licia Granello. Tutto è regolato attraverso i sistemi tecnologici del progresso, compresi i frigoriferi, e la merce non segue più i canali naturali, è tutto alterato. Questo cosa procura? Che chi ha in mano il mercato delle mele diventa sempre più ricco, e quello che lavora in fabbrica non vede neanche le mele, perché sono troppo care per lui.

Quindi non sei contro il progresso.

Io non sono contro il progresso nel senso della scoperta delle fisionomie nascoste della vita, le cellule o altro. Sono semplicemente meravigliato che dopo questa scoperta si mettano ancora in atto i progetti di ingiustizia. Così il progetto scientifico risulta vanificato, addirittura diventa un’arma controproducente. Del resto, Borges diceva: non credo più nel progresso così com’è, ancora fallimentare in questo momento. Ecco perché la mia attenzione verso l’uomo cosiddetto comune, cittadino umile, perché gli umili non tirano i bussolotti, devono vivere con delle attenzioni, come distribuire 1000 euro in un mese per far campare tutti. Hanno una sapienza del vivere dettata dalla povertà che gli economisti se la sognano. Uno dei più grandi economisti italiani, Luigi Einaudi, su che cosa basava le sue teorie economiche? Sui conti della spesa della sua donna di servizio.

Cosa pensi del cinema italiano di oggi?

Da quando è intervenuta la televisione, tutto il cinema si è molto imbastardito, ha perso il suo pedigree. Ci sono state occasioni forti, nel periodo glorioso del cinema italiano, un po’ come nell’antico teatro greco, di rappresentare la realtà. Poi la televisione ha fatto in modo che il cinema entrasse in concorrenza con lei. Quando entri in concorrenza con qualcuno, cerchi di vendere il tuo prodotto a tutti i costi. Però io continuo a intravedere un filo rosso, e quando dico rosso intendo anche in senso politico ma non di partito, vale a dire di quella nobile area di sinistra che ha come oggetto il rispetto degli individui. In questo filo rosso io vedo persone di grande qualità, anche se un po’ isolati. Anche tra i giovani vedo opere di grande onestà. E Umberto Saba, un grande poeta del secolo scorso, ventenne si domandava, come dev’essere la poesia? Poi rispondeva a sé stesso: la poesia deve essere onesta. L’onestà è già poesia. Questi giovani che fanno un cinema onesto, sono motivo di grande speranza. Quello che mi conforta è che il pubblico è tornato ad avere una certa attrazione per il cinema italiano. Ha capito che sta tornando onesto. Il cinema di botteghino ci sarà sempre, ma che non manchi anche il cinema onesto.

È vero che non rivedi mai i tuoi film?

Certo, ma neanche per sogno! Io dopo che ho fatto il mix, vedo qualche rullo per la taratura del colore e poi non li voglio più rivedere, perché quei film lì non li farei più.