ENEA, IL RAGAZZO “VISIBILE” di Marcello Moriondo

“Ho sempre pensato che l’ADOLESCENZA fosse uno dei periodi più difficili nella vita di un essere umano. Il tuo stesso corpo diventa un estraneo, ti guardi allo specchio e non ti riconosci, senti che dentro di te sta nascendo un potere (un super potere?) che non sai come usare… Anche perché ancora non hai ben capito chi sei e che posto hai nel mondo.”
(Gabriele Salvatores)

Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores arrivò nelle sale con un alone di mistero voluto dal regista. La parte essenziale si conosceva: un ragazzo di 13 anni che diventava invisibile trasformandosi in una specie di supereroe.
In edicola uscì una sorta di prequel a fumetti, una storia che ricorda la serie Heroes, da cui si evince l’origine reale di questi superpoteri, spiegata parzialmente all’interno del film.
Oltre a Michele (Ludovico Girardello) l’invisibile, spicca quale personaggio chiave, Brando, interpretato da Enea Barozzi.
Enea vive a Pioltello, presso Milano, con la madre Cinzia, la sorellina Lucrezia e il padre Danilo, disegnatore e fumettista affermato anche in casa Disney.

Ma come è arrivato il nostro Enea a recitare per Salvatores?

Ho iniziato che avevo praticamente sei mesi. Mi ha iscritto mia madre in una agenzia per la pubblicità. Crescendo, la cosa ha iniziato a piacermi. Ho proseguito fino alla interpretazione di cortometraggi, sono stato protagonista di Supereroe in affido di Andrea W. Castellanza, prodotto dall’ICMA (Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni) per pubblicizzare l’associazione che si occupa dei bambini in affido in Italia. Ho recitato in sitcom (ero in Piloti, la serie con Max Tortora e Enrico Bertolino), arrivando infine all’ultimo film di Salvatores.

Tramite un casting?

Sì, a Milano, perché Castellanza suggerì a Cristina Proserpio, il casting director, di incontrarmi. Avevo già incontrato Cristina in altre occasioni, anche per il casting di Braccialetti rossi, e se lavoravo in quello non avrei potuto partecipare a Il ragazzo invisibile. Poi Salvatores mi ha voluto vedere a Trieste, dove il film si sarebbe girato. Lui ci arrivava da Mosca, dove aveva fatto il casting per gli attori dell’est. Io non sapevo ancora cosa sarebbe successo. In pratica a Trieste eravamo rimasti una decina a provare, quasi tutti veneti o friulani. Ho fatto tutti i provini per fare il protagonista, l’ultimo l’abbiamo fatto solo io e Ludovico. Quando mia madre mi ha comunicato che mi avevano assegnato la parte di Brando, ero molto deluso e non volevo più fare il film. Anche perché avevo letto, per i provini, solo la parte del protagonista e, non avendo il copione, non sapevo nulla di Brando. Comunque i miei non mi hanno mai forzato, mia madre mi solo detto: leggi il copione, se non vuoi farlo, chiamo la produzione e glielo dico. Dopo averlo letto ho esclamato: è troppo figo Brando! Mi sono innamorato subito della parte. Poi comunque ho capito che Ludovico, fisicamente, si prestava di più rispetto al personaggio principale, che è di origine russa.

Chi è Brando Volpi?

È un ragazzo di famiglia borghese, vive con il padre, nel senso che nel film la madre non c’è. È un tennista e suo padre pretende moltissimo da lui, dalle sue capacità, lo vorrebbe competitivo e sempre vincente. È il classico bullo della scuola, insieme al suo amico Riccardo. É un personaggio chiave, abbastanza complicato, che passa dal male al bene in un nano secondo

Quindi è antagonista rispetto a Michele?

Solo in parte. Non è il vero antagonista. È un po’ come Draco Malfoy in Harry Potter. Anche perché dopo diventano amici.

Il film è in qualche modo anche un action movie, con rapimenti, fughe, inseguimenti. Tu sei tra i rapiti, come la tua compagna Noa?

Sì. Quando il film inizia c’è già stato un rapimento, poi vengo rapito io e in seguito Noa. C’è una parte molto d’azione, dove cerchiamo di liberarci. Ci sono esplosioni, effetti speciali…

Poi c’è l’effetto principe, quella dell’invisibilità.

Essendo molto magro, Ludovico sembrava una ranocchia, quando infilava la tutina verde così da poter essere “bucato” per il green screen.

Ti divertivi sul set? Hai degli aneddoti?

Io ero l’unico milanese. Gabriele mi sgridava sempre per il mio accento milanese, per esempio dicevo perché con le “e” aperte invece che chiuse. A me risultava stranissimo e non mi veniva mai giusta durante le scene. Poi mi chiedeva di accentuate la mia erre alla francese, che io cercavo di nascondere. Invece il mio personaggio, Brando, la richiedeva.
Ci siamo anche divertiti. Per esempio, Baladine, la figlia di Fanny Ardant, gestiva le comparse. Io, Ludovico e Filippo la tormentavamo dalla mattina alla sera. Inventavamo ogni sorta di scherzi. Abbiamo creato la baladance e le ballavamo intorno. Lei è simpaticissima e non credo le sia stato facile gestire tutti quei ragazzini scatenati. Per noi era comunque importante: stava delle ore a parlare con noi e ad ascoltarci durante le pause di lavorazione.
Mi sono divertito anche durante la preparazione del film, con gli stuntman e le lezioni di tennis, anche se arrivavo a sera distrutto. Al mattino si saltava e si rimaneva appesi alle corde e verso sera un mucchio di lezioni di tennis per una sola scena, in cui tra l’altro avevo la controfigura. Praticamente dovevo fingere di lanciare la palla, poi c’era lo stop e subentrava la controfigura a tirarla realmente. Che poi visto da dietro era realmente identico a me.
Poi c’è la scena del tentativo di fuga. Nel trailer si vede anche Noa che si arrampica per raggiungere un oblò in alto. Filippo, il primo ragazzo rapito, era contro un muro, sopra di lui una mensolina di protezione, invisibile allo spettatore, dove io appoggiavo i piedi fingendo di salirgli sulle spalle. Io questa mensolina non l’avevo e quando Noa è salita sulle mie spalle mi ha fatto malissimo. Devo dire che non era proprio delicatissima. Mi dicevano: gira la testa che non ti vediamo il viso. Ma faticavo a girarla in quelle condizioni.
Il film è girato in presa diretta, ma alcune variazioni di dialogo sono state doppiate. Una cosa divertente è avvenuta quando al doppiaggio ho portato mia nonna e l’hanno voluta come voce esterna per i rumori. Tra le diverse persone si sentiva solo la sua voce. Faceva morire dal ridere perché diceva parole a caso, che non c’entravano nulla.
L’ultimo ciak è stato emozionante, con gli applausi finali.

Come ti sei trovato con Salvatores e gli altri adulti del film?

Bene. Gabriele è bravissimo, una persona stupenda e Valeria Golino era molto socievole. Per esempio, una notte che giravamo sul molo, con una bora violentissima, in cui io e Ludovico continuavamo ad andare a bere caffè d’orzo, Valeria stava tranquillamente a conversare con le nostre mamme.

E con i ragazzi?

Eravamo tutti i giorni insieme. Inventavamo balli BeatBox. Ludovico stava spesso con me perché la madre non sempre poteva rimanere a Trieste durante le riprese. Quindi dormivamo insieme e scorrazzavamo per Trieste come due pazzi scatenati. Dopo le riprese siamo stati da loro, a Vittorio Veneto, quattro giorni a maggio. Mia madre dice che insieme siamo micidiali.
Con le comparse avevo un ottimo rapporto, anche perché si è girato a scuola, quindi si socializzava.
Comunque siamo sempre in contatto. Io Ludovico, Filippo e Noa abbiamo un gruppo wathsapp comune.

Tornando al soggetto del film, hai mai sentito il desiderio di sparire?

No, non in particolare. Magari mi succederà più avanti. Magari ho provato qualche momento di imbarazzo, ma desiderare scomparire, ancora no.

Al contrario, ti sei mai sentito invisibile?

Sì, alcune volte con gli amici. Magari sto dicendo qualcosa e nessuno mi considera e continuano a parlare tra di loro. Ma non ci posso fare niente, penso sia comune a tutti.

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NEXT GENERATION – GIOVANI. IERI, OGGI, DOMANI di Marcello Moriondo

CINEFORUM LUNEDÌ AL CINEMA
UCI CINEMAS PIOLTELLO
ORE 21,00 – 4 €

I ragazzi corrono. Hanno sempre corso. Con il corpo, con la mente, con la fantasia. Correvano anche quando il loro corpo non permetteva loro di percorrere velocemente la campagna che li circondava, allora era la vena poetica che prendeva la rincorsa e saltava gli ostacoli esistenziali. A volte la loro corsa era una vera e propria fuga dalla guerra e dal terrore, un po’ simile a quella dei migranti che affollano un Mediterraneo loro ostile. Magari vogliono semplicemente correre inseguendo la natura, mentre attorno a loro la società si fossilizza nell’oscurantismo. O corrono con l’intelletto tra scoperte e invenzioni, oltre i confini del mondo, alla scoperta delle nostre origini o di luoghi in cui l’uomo non metterà mai piede. Per poi cercare gli unici amici che possono distoglierli dal dolore di un passato familiare rimosso. Una famiglia che può ostacolare la tua corsa, perché ha paura dell’abbandono, o non è ancora pronta ad accettare il traguardo che ti attende. Nemmeno quando avrai il potere di correre autonomamente, come un eroe dei fumetti.
Ma tu ragazzo non scoraggiarti. Continua a correre, dove vuoi, con chi vuoi, finché puoi.
 
28 settembre 2015 – IL RAGAZZO INVISIBILE
di Gabriele Salvatores con Ludovico Girardello, Enea Barozzi – Italia, Francia 2014 – 100′
Il cinema d’autore incontra un mondo di supereroi giovanissimi. Effetti speciali ma anche molto sentimento.
 
5 ottobre 2015 – LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T.S. SPIVET
di Jean-Pierre Jeunet con Helena Bonham Carter, Judy Davis. Francia 2013 – 105′
L’Istituto Smithsonian deve premiare un nuovo genio dell’invenzione, senza sapere che T.S. Ha solo 10 anni.
 
12 ottobre 2015 – L’ULTIMO LUPO
di Jean-Jacques Annaud con Shaofeng Feng, Shawn Dou. Cina 2015 – 121′
Annaud racconta l’amicizia tra uno studente e un cucciolo di lupo durante la rivoluzione culturale di Mao.

19 ottobre 2015 – NOI SIAMO INFINITO
di Stephen Chbosky con Logan Lerman. Emma Watson. USA 2012 – 103′
Chbosky trasforma in immagini il suo romanzo. La storia del giovane Charlie è diventata un cult.
 
26 ottobre 2015 – IL GIOVANE FAVOLOSO
di Mario Martone con Elio Germano, Anna Mouglalis. Italia 2014 – 137′
Magistrale interpretazione di Germano nei panni di Giacomo Leopardi durante la sua breve primavera.
 
2 novembre 2015 – LA TEORIA DEL TUTTO
di James Marsh con Eddie Redmayne, Felicity Jones. Gran Bretagna 2014 – 123′
Si racconta dell giovane Stephen Hawking. Film tratto dalla biografia scritta dalla moglie Jane Wilde Hawking.
 
9 novembre 2015 – LA FAMIGLIA BELIER
di Eric Lartigau con Karin Viard, Louane Emera. Francia 2014 – 100′
La sedicenne Paula è la voce e le orecchie della sua famiglia di sordomuti. Ma questo blocca i suoi propositi.
 
16 novembre 2015 – NON SPOSATE LE MIE FIGLIE
di Philippe de Chauveron con Christian Clavier, Chantal Lauby. Francia 2015 – 97′
Claude, gollista borghese e cattolico, vede le proprie figlie tradire una a una le sue idee conservatrici.
 
23 novembre 2015 – CORRI RAGAZZO CORRI
di Pepe Danquart con A.Tkacz, J. Hain. Germania, Francia, Polonia 2013 – 108′
Un ragazzino ebreo, fuggito dal ghetto di Varsavia, per salvarsi dai nazisti si finge cattolico.
 
30 novembre 2015 – DIFRET – IL CORAGGIO DI CAMBIARE
di Zeresenay Berhane Mehari con Meron Getnet, Tizita Hagere. Etiopia, USA 2014 – 99′
Addis Abeba 1996. Una quattordicenne etiope si rivolta contro le persone che l’hanno rapita e violentata.

LENNON E IL PROFESSORE di Marcello Moriondo

“…living is easy with eyes closed…” (John Lennon)

Il regista madrileno David Trueba, fratello minore di Fernando, non ha ancora portato a casa l’Oscar come suo fratello, ma con il suo La vita è facile ad occhi chiusi, film del 2013, ha partecipato a diverse rassegne internazionali e si è aggiudicato diversi premi, tra cui ben sei Premios Goya, cioè l’Oscar spagnolo.
Già nel titolo gli appassionati di musica più attenti riconosceranno un passaggio da Strawberry Fields Forever dei Beatles. Naturalmente non è una scelta casuale. Ma andiamo con ordine. Nel film si racconta di un episodio realmente accaduto al professore di Cartagena Juan Carrión, che insegnava l’inglese attraverso le canzoni dei Beatles.
Siamo nel 1966, Francisco Franco è vivo e vegeto e John Lennon è in Almeria, sul set andaluso (quello caro a Sergio Leone e agli “spaghetti western”) di Come ho vinto la guerra di Richard Lester. Juan (Javier Cámara, il Benigno di Parla con lei di Almodovar), 40 anni, insegna inglese in un collegio facendo ripetere a voce alta i testi delle canzoni ai suoi allievi. È di certo un docente anomalo in un complesso dove la disciplina e le punizioni corporali sono all’ordine del giorno.
Juan, essendo fan del gruppo di Liverpool e avendo appreso la notizia della presenza di Lennon in Spagna, decide di partire per incontrare il cantante, a ogni costo. Oltre al desiderio di conoscere personalmente un suo idolo musicale, vuole chiedere a John perché i Beatles non allegano i testi dei brani alla confezione degli Lp. Questo gli faciliterebbe il lavoro di insegnante d’inglese, dato che Juan si serve proprio dei loro testi in forma didattica. Juan ascolta le canzoni su Radio Luxemburgo e trascrive quello che riesce a captare su un quaderno, che poi utilizza in classe.
Il suo percorso on the road da Cartagena all’Almeria non avviene in solitaria. A lui si aggrega una ragazza di una ventina d’anni fuggita da un’istituto per ragazze madri, evitando un destino in cui delle caritatevoli religiose sottraggono l’infante all’atto della nascita, per arricchire la famiglia di qualche facoltoso finanziatore delle opere pie.
Un breve tragitto e Juan carica a bordo della sua Seat 850 anche un sedicenne che scappa dalla severità del padre militare, che ha instaurato in casa un regime da caserma e vorrebbe che il figlio seguisse le proprie orme all’accademia. Inoltre, cosa gravissima per il periodo, vuole anche imporgli una ripassata sulla folta chioma.
Sono tre persone in fuga. Lasciano alle spalle la mediocrità di una società impregnata di valori stantii e repressivi: in ambito scolastico, dove la bacchetta conta più della comprensione; in famiglia, dove i padri padroni non provano nemmeno a capire le ragioni dei figli; nelle strutture religiose, che hanno accantonato il Vangelo per sposare il capitalismo, usando metodi medioevali. I nostri tre eroi viaggiano inconsapevolmente verso il futuro, verso la Spagna del domani.
Ognuno di loro acquisisce qualcosa dagli altri compagni di viaggio e le persone che incontreranno sulla loro strada li aiuteranno a crescere, a intravedere una nuova prospettiva di vita. A questo riguardo, è bellissimo il rapporto che i tre instaurano con il padrone della locanda.
E poi Lennon c’è, con la sua Rolls-Royce che lascia dietro di sé nuvole di polvere. È allora che scopriamo che tutte le diatribe sulla genesi di Strawberry Fields Forever si possono accantonare. Grazie a reperti storici inseriti nel film, che si possono trovare nel Museo di Cartagena, insieme a nastro registrato del dialogo tra il professore e Lennon, ora sappiamo che John l’ha scritta in Andalusia.
Non dimentichiamo che l’Almeria è soprannominata Terra delle fragole, proprio per i vasti e pregiati campi in cui si coltivano.
Inoltre, dal long playing successivo (Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band) i Beatles hanno iniziato a inserire i testi delle canzoni nella confezione dei loro dischi.
Questo film del 2013 arriva in Italia in un anno di coincidenze e anniversari.
50 anni fa i Beatles arrivarono in Italia con i loro mitici concerti. Era l’anno in cui il gruppo tenne un concerto contrastato a Madrid, dove la milizia franchista manganellava i capelloni ribelli, ritenuti pericolosi sovversivi.
Il 9 ottobre di 75 anni fa nasceva a Liverpool John Lennon, e a New York, si compiva il suo brutale assassinio proprio 35 anni or sono.
Fortunatamente, 40 anni fa, moriva anche il franchismo.

LA FIGLIA DI DIO di Marcello Moriondo

“Perché è Batman a salvare la gente e non Dio?” (Jaco Van Dormael)

The Brand New Testament del belga Jaco Van Dormael, già selezionato nella Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, poi in anteprima al Biografilm Festival di Bologna e quindi a Ciné, le Giornate di Cinema di Riccione, approderà in novembre sugli schermi delle sale italiane.
Come ci spiega nell’incipit Éa (Pili Groyne), si è parlato molto del figlio di Dio, ma molto poco di sua figlia. Io direi mai. Nel caso in questione, la sorella di Gesù, Éa, ha dieci anni e vive a Bruxelles col padre e la madre, in un appartamento senza porte d’uscita.
Nel film Dio (Benoît Poelvoorde) non è proprio una bella persona. Si diverte col suo computer divino ad affliggere all’umanità leggi sadiche tipo: “Al supermercato la fila alla cassa vicina è sempre più veloce della tua.” oppure: “Nel momento in cui ti sei sdraiato nella vasca il telefono deve squillare.
Il peggio avviene quando scopriamo che incidenti aerei e ferroviari, catastrofi naturali sono ideati da lui per capriccio, come le guerre scoppiate in suo nome. Éa detesta il padre per quello che fa ed è l’unica in grado di colloquiare col fratello J.C., scappato di casa 2000 anni prima. Grazie ai consigli fraterni, la ragazzina si impadronisce del computer paterno e per ritorsione lancia via sms a tutti gli umani un countdown con la data e l’ora della loro morte. Secondo J.C., nel momento in cui l’uomo prende coscienza della propria morte, Dio perde in credibilità.
Quindi Éa fugge, come già J.C., nel mondo reale alla ricerca di sei nuovi discepoli con cui scrivere un moderno vangelo. Gli apostoli così non saranno più 12 come i giocatori di hokey, lo sport preferito da Dio, ma 18, come nel baseball, che segue invece la madre di Éa (Yolande Moreau). La scelta, davvero casuale del nuovo messia cade su sei personaggi che rappresentano ciò che l’umanità normalmente emargina. Una ragazza mutilata, un assassino, una donna trascurata dal marito, un ragazzino che vorrebbe essere femmina, un maniaco sessuale, un sognatore che ascolta il richiamo degli uccelli. E poi, come evangelista, un clochard, che naturalmente non ha ricevuto l’sms sul suo decesso, non possedendo il cellulare. Il messaggio del nuovo testamento è abbastanza chiaro: dato che dopo la morte non esiste nessun paradiso e la vita è breve, viviamo il meglio possibile nel paradiso terreno e facciamo senza pudori quello che ci aggrada.